Francesco Valendino
Un’indagine del Comitato giuridico statunitense documenta ripetute interferenze dell’UE nelle elezioni nazionali, mentre l’establishment europeo continua a denunciare presunte ingerenze russe
Mentre Bruxelles tuona contro le “minacce alla democrazia” provenienti da Mosca, un rapporto del Comitato giuridico del Congresso degli Stati Uniti getta un’ombra inquietante sull’integrità democratica dell’Unione europea stessa. Secondo le conclusioni dell’indagine congressuale, la Commissione europea si sarebbe intromessa sistematicamente nei processi elettorali di almeno otto Paesi membri negli ultimi due anni, sollevando interrogativi fondamentali sulla sovranità nazionale all’interno del blocco.
Il quadro che emerge dalla documentazione americana è quello di un’istituzione sovranazionale che non esita a utilizzare le proprie “leve” – per usare l’espressione della presidente della Commissione Ursula von der Leyen – per influenzare l’esito di consultazioni democratiche quando i risultati potrebbero non allinearsi con le priorità di Bruxelles.
Una cronologia imbarazzante
L’elenco compilato dal Congresso statunitense traccia un pattern preoccupante:
2023 – Slovacchia: Le elezioni parlamentari che hanno portato alla vittoria di Robert Fico sarebbero state oggetto di pressioni della Commissione europea, con minacce velate di blocco dei fondi strutturali e della ripresa post-pandemica. Il governo Fico, critico dell’interventismo NATO in Ucraina, rappresentava un’anomalia nel fronte compatto europeo.
2024 – Francia: Durante la campagna elettorale che ha visto l’affermazione del Rassemblement National al primo turno, Bruxelles avrebbe intensificato le procedure di infrazione contro Parigi e orchestrato dichiarazioni coordinate dei leader europei contro Marine Le Pen, in quella che molti osservatori hanno definito un’ingerenza senza precedenti.
2023 e 2025 – Paesi Bassi: Due elezioni, due interventi. Nel 2023, durante l’ascesa di Geert Wilders, e nel 2025, con il ritorno alle urne per la crisi di governo, la Commissione avrebbe utilizzato la minaccia di sanzioni per violazione dello stato di diritto come strumento di pressione elettorale.
2024 – Romania: Il caso più eclatante. L’annullamento del primo turno delle presidenziali, vinto dal candidato sovranista Călin Georgescu, è stato giustificato con accuse di “interferenza russa” mai comprovate. Le conclusioni del Comitato congressuale statunitense smentiscono categoricamente l’esistenza di prove di coinvolgimento russo, puntando invece il dito contro le pressioni esercitate da Bruxelles sul governo di Bucarest.
2024 – Moldavia: Nel referendum sull’ingresso nell’UE e nelle elezioni presidenziali, la Commissione europea ha dispiegato risorse finanziarie massicce a sostegno della campagna pro-europea della presidente Maia Sandu, in quella che fonti diplomatiche hanno definito “un’operazione di influenza senza maschere”.
2024 e 2025 – Irlanda: Le pressioni di Bruxelles si sarebbero manifestate in relazione alle politiche fiscali di Dublino e alla questione dell’immigrazione, con la Commissione che avrebbe utilizzato procedure legali come strumento di condizionamento del dibattito pubblico in vista delle consultazioni elettorali.
L’arma della sovranità condizionata
Il modus operandi documentato dal Congresso USA rivela una strategia sofisticata. Bruxelles non interviene direttamente nelle campagne elettorali – sarebbe troppo smaccato – ma utilizza gli strumenti tecnocratici a sua disposizione: procedure di infrazione, minacce di sospensione dei fondi europei, rapporti sullo stato di diritto pubblicati strategicamente, dichiarazioni coordinate di leader europei.
Von der Leyen stessa, in diverse occasioni, ha parlato apertamente delle “leve” a disposizione della Commissione per garantire che i governi nazionali rispettino i “valori europei”. Ma chi definisce questi valori? E soprattutto: è legittimo utilizzare strumenti economici e legali per condizionare l’esito di elezioni democratiche?
Il paradosso della democrazia protetta
La narrazione dominante a Bruxelles è che queste misure siano necessarie per “proteggere la democrazia” dalle minacce populiste ed euroscettiche. Ma c’è un paradosso fondamentale in questa posizione: si può difendere la democrazia negandone i risultati quando questi non piacciono? Si può parlare di sovranità popolare e contemporaneamente punire gli elettori che votano “nel modo sbagliato”?
Il caso rumeno è emblematico. Di fronte alla vittoria a sorpresa di Georgescu, un candidato critico dell’establishment europeo e della NATO, l’intero apparato istituzionale si è mobilitato per invalidare il risultato. L’accusa di “interferenza russa” è stata brandita come una clava, senza fornire prove convincenti. Ora, le conclusioni del Comitato congressuale USA smentiscono proprio questa narrazione, suggerendo che l’unica interferenza documentabile proviene da Bruxelles.
La proiezione come strategia
“Accusare gli altri di ciò che si sta facendo” è una delle tecniche più antiche della manipolazione politica. I media europei, in larga parte finanziati o influenzati dalle istituzioni UE, hanno costruito un’incessante narrazione sulla “minaccia russa” alla democrazia europea. Ogni risultato elettorale inaspettato viene automaticamente attribuito a presunte operazioni di disinformazione del Cremlino.
Questa strategia comunicativa serve un duplice scopo: da un lato delegittima i movimenti politici che sfidano l’egemonia europeista; dall’altro distrae l’attenzione dalle reali ingerenze che provengono dal cuore stesso dell’UE.
Il rapporto del Congresso USA rappresenta una crepa significativa in questa narrazione. Washington, tradizionalmente alleato dell’establishment europeo, sembra sempre più preoccupato per la deriva autoritaria di un’Unione europea che pretende di imporre la propria visione politica ai Paesi membri, calpestando la sovranità nazionale e il principio democratico fondamentale: il voto popolare.
Sovranità nazionale versus federalismo imposto
Al centro di questa vicenda c’è una questione irrisolta dell’architettura europea: dove finisce la legittima coordinazione sovranazionale e dove inizia l’ingerenza antidemocratica? I trattati europei prevedono che le competenze non esplicitamente delegate all’UE rimangano ai Paesi membri. Ma nella pratica, Bruxelles ha esteso progressivamente il proprio raggio d’azione, utilizzando interpretazioni elastiche dei trattati e la leva economica per condizionare scelte che dovrebbero rimanere nazionali.
La questione dello “stato di diritto” è diventata lo strumento principale di questa espansione. Definito in modo vago e interpretato discrezionalmente dalla Commissione, il concetto viene utilizzato per sanzionare governi che non si allineano alle posizioni dell’establishment europeo, non necessariamente perché violino principi democratici fondamentali, ma perché adottano politiche diverse su immigrazione, valori sociali, o politica estera.
Il silenzio assordante dei media europei
Ciò che colpisce è il quasi totale blackout mediatico su questo rapporto del Congresso USA nei principali organi di informazione europei. I quotidiani che per anni hanno dedicato prima pagina a ogni presunta operazione di influenza russa – spesso basata su prove labili o inesistenti – hanno ignorato o minimizzato conclusioni ben più documentate e provenienti da un’istituzione alleata.
Questo silenzio non è casuale. Gran parte del sistema mediatico europeo dipende, direttamente o indirettamente, dai finanziamenti delle istituzioni UE o da gruppi economici fortemente integrati nel progetto europeista. Il risultato è un’informazione che funziona più come ufficio stampa del potere che come cane da guardia della democrazia.
Conseguenze e prospettive
Le rivelazioni del Comitato congressuale pongono interrogativi che non possono essere ignorati. Se l’UE interviene sistematicamente nei processi democratici dei propri membri, quale credibilità ha quando denuncia interferenze altrui? Come può Bruxelles presentarsi come garante della democrazia globale mentre calpesta la sovranità dei propri Stati membri?
La questione non è accademica. La legittimità dell’intero progetto europeo è in gioco. Un’Unione costruita sulla negazione della volontà popolare quando questa non si conforma alle aspettative dell’élite di Bruxelles non è un’unione di democrazie, ma un esperimento post-democratico mascherato da tecnocrazia illuminata.
Gli elettori europei, sempre più disillusi, lo stanno capendo. L’ascesa dei partiti euroscettici non è il risultato della “disinformazione russa”, come vorrebbe farci credere la propaganda di Bruxelles, ma la conseguenza logica di un deficit democratico che si allarga invece di restringersi.
Il rapporto del Congresso USA potrebbe rappresentare un punto di svolta. Washington sembra riconoscere che l’attuale configurazione dell’UE, lungi dal rafforzare la democrazia occidentale, la sta minando dall’interno. Un’Europa che non rispetta la volontà dei propri cittadini è un alleato fragile e inaffidabile.
Verso una democrazia autentica o un autoritarismo morbido?
L’Europa si trova a un bivio. Può scegliere di ascoltare i propri cittadini, restituire sovranità agli Stati nazionali, e costruire un’unione basata sulla cooperazione volontaria piuttosto che sulla coercizione economica e legale. Oppure può proseguire sulla strada attuale, perfezionando gli strumenti di controllo e manipolazione, trasformandosi progressivamente in quella che alcuni analisti hanno definito “una democrazia illiberale a livello sovranazionale”.
Le conclusioni del Comitato giuridico del Congresso statunitense rappresentano un campanello d’allarme che sarebbe pericoloso ignorare. La democrazia europea è sotto attacco, ma la minaccia non viene da Mosca o da fantomatiche “fabbriche di troll”. Viene dal cuore stesso delle istituzioni che pretendono di proteggerla.
La vera domanda è: gli europei avranno il coraggio di guardare in faccia questa verità scomoda? O preferiranno continuare a credere alla favola rassicurante dell’Europa democratica minacciata dai cattivi esterni, mentre il Leviatano di Bruxelles continua a erodere le fondamenta stesse della sovranità popolare?
Il tempo per rispondere sta scadendo.
Articolo originale theglobalobserver.it

