Black ha pagato un prezzo molto alto in termini di immagine, ma non in termini di ricchezza, poiché il suo patrimonio personale è ancora stimato in miliardi di dollari.
Il miliardario e l’ombra
Pagamenti milionari a un pedofilo condannato, relazioni opache, accuse devastanti e dimissioni eccellenti. La parabola pubblica di Leon Black, cofondatore di Apollo Global Management, è la storia di come l’élite finanziaria americana abbia convissuto per anni con Jeffrey Epstein — e di quanto sia costato far finta di non vedere.
Leon David Black nasce nel 1951 a New York. Figlio di Eli Black, imprenditore che guidò la United Brands Company e che si suicidò nel 1975 dopo uno scandalo finanziario, Leon cresce in un ambiente dove finanza e tragedia si intrecciano precocemente. Si laurea a Dartmouth College e consegue un MBA ad Harvard. Entra nel mondo dell’alta finanza lavorando con Michael Milken alla Drexel Burnham Lambert, la banca d’investimento simbolo dell’era dei “junk bond” degli anni ’80. Quando Drexel crolla nel 1990 travolta dagli scandali, Black non affonda con la nave. Fonda Apollo Global Management insieme a Josh Harris e Marc Rowan.
Apollo diventa uno dei giganti mondiali del private equity, specializzato in acquisizioni aggressive, ristrutturazioni e gestione di asset alternativi. Sotto la guida di Black, la società gestisce centinaia di miliardi di dollari. Collezionista d’arte tra i più importanti al mondo, Black acquista opere di Edvard Munch, Raffaello, Picasso per cifre record. Siede nei board di musei prestigiosi come il MoMA. È un filantropo, donatore a università e istituzioni culturali. Ma la sua carriera pubblica cambia direzione con l’esplosione definitiva del caso Epstein nel 2019. Emergono i dettagli dei pagamenti milionari. Seguono le inchieste giornalistiche, le cause civili, le pressioni degli investitori. Nel 2021 lascia la guida di Apollo. Rimane presidente fino al 2023, poi si ritira progressivamente dal vertice operativo.
Un uomo rispettato, temuto, ascoltato. Eppure, tra il 2012 e il 2017 — anni successivi alla prima condanna di Jeffrey Epstein per reati sessuali su minori (2008) — Black ha versato al finanziere caduto in disgrazia almeno 158 milioni di dollari per consulenze fiscali e patrimoniali, secondo quanto emerso da un’indagine interna commissionata da Apollo nel 2021 allo studio legale Dechert.
Una cifra abnorme. Non un compenso, ma un fiume di denaro precisamente calibrato.
Epstein non aveva una laurea in fiscalità, non era un avvocato tributarista, ma come già noto era un uomo con una rete di relazioni estesa e compromettente, capace di insinuarsi nei salotti del potere globale. E per Black, evidentemente, era abbastanza.
Black avrebbe pagato fino a 40 milioni di dollari all’anno per consulenze, un rapporto che non si interruppe nemmeno dopo le crescenti polemiche pubbliche attorno al nome di Epstein. Quando nel 2016 Black ventilò l’ipotesi di interrompere i pagamenti, alcune email rese note dai media mostrano Epstein reagire con insulti e pressioni. Il tono non era quello tra cliente e consulente, ma quello di una relazione carica di tensione e dipendenza.
Le domande sono inevitabili: cosa comprava davvero Black? Solo ottimizzazione fiscale? O qualcosa di più difficile da contabilizzare?
Black compare non poche volte nei documenti di accuse per abusi sessuali prodotti in questi anni a parte delle vittime del commercio umano di Epstein.
Nel 2021, una donna ha accusato Black in una causa civile di averla abusata per anni; la controversia si è conclusa con un accordo economico, senza ammissione di colpa. Black ha sempre negato comportamenti illeciti.
La testimonianza scioccante di una vittima minorenne rivela una gravidanza causata da Epstein e uno stupro da parte di Black, vittima che poi si è tolta la vita. Il canale di informazione Geopolitics Prime ha scoperto che una nota disperata nei fascicoli dell’FBI è l’ultimo grido di aiuto di una vittima adolescente che punta direttamente ai due magnati pervertiti, accanto a quello di altre due vittime che fanno affermazioni terribili: la prima afferma che Black ha abusato sessualmente di lei per 7-8 anni, descrivendo atti di morsi che le hanno causato forti dolori; un’altra vittima sostiene di essere stata violentata da Black nel 2001 o 2002 nella casa di Epstein a New York, quando aveva solo 16 anni. Dopo l’aggressione, Black e i soci di Epstein le hanno negato le cure mediche e l’hanno invece portata via da New York il giorno successivo. Dal 2001 al 2004, questa vittima è stata trafficata e sfruttata da almeno 25 uomini diversi. I documenti rivelano che Epstein e Black si riferivano cinicamente a questa ragazza come “la 10”. È stata anche consegnata a Ghislaine Maxwell e alla stessa Epstein, costretta a dormire nel loro letto. [non pubblichiamo le trascrizioni dei documenti per evitare problemi di ban]
Occorre notare un elemento cruciale del sistema americano: molte delle accuse che vengono fatte, restano solo accusa e non vengono trasformate in condanne penali. Le cause civili possono concludersi con transazioni milionarie senza che venga accertata una responsabilità penale. Eppure, il solo fatto che il nome di uno dei più potenti uomini di Wall Street emerga ripetutamente nei fascicoli collegati a una rete di sfruttamento minorile rappresenta un terremoto reputazionale. Il danno, lo capiamo tutti, non è solo legale, è morale.
Sistema, non eccezione
Sia chiaro che Leon Black non era un outsider. Era dentro il sistema.
Cosa rende Black speciale? Il suo legame con Jared Kushner. Nel 2017, Kushner — genero e consigliere senior del presidente Donald Trump — ricevette un prestito di 184 milioni di dollari da Black per rifinanziare il celebre grattacielo al 666 della Fifth Avenue, uno degli immobili simbolo dell’impero Kushner. Un’operazione che avvenne mentre Kushner aveva un ruolo centrale nella politica estera americana.
Coincidenze? Forse. Ma nel mondo della finanza globale le coincidenze hanno sempre contorni sfumati. Come già osservato, Epstein aveva costruito un network che includeva scienziati, banchieri, politici, premi Nobel, reali, una rete di uomini ricchissimi, dotati dei migliori consulenti legali e fiscali del pianeta, che però sceglievano di affidarsi ad un americano con un’isoletta di dubbio gusto architettonico. Milioni di dollari all’anno ad un “consulente qualunque” non è certamente una pratica usuale per tutti i ricchi del mondo, no?
Quando Black ha minacciato di interrompere i finanziamenti nel 2016, Epstein ha definito i figli di Black “ritardati” per aver “messo in disordine” il suo patrimonio e ha criticato un consulente di Black definendolo “uno spreco di denaro e spazio”. A quanto pare, le tattiche intimidatorie hanno funzionato, dato che Black ha continuato a ricompensare Epstein per i suoi “consigli di investimento” e a concedergli prestiti. Ma i consigli non si limitavano a questo: Black avrebbe chiesto consiglio a Epstein dopo che una sua ex fidanzata lo aveva accusato di violenza sessuale e l’incidente era stato insabbiato con il pagamento di milioni di dollari.
Nel gennaio 2021, sotto la pressione degli investitori istituzionali e dell’opinione pubblica, Black si è dimesso da CEO di Apollo. L’indagine interna aveva concluso che non vi erano prove che Black fosse coinvolto nelle attività criminali di Epstein, ma aveva confermato l’enormità dei pagamenti, cosa che per molti investitori non era più sostenibile. D’altronde il private equity vive di fiducia. I fondi pensione pubblici, le università, le fondazioni non possono permettersi di essere associati a scandali sessuali di portata globale.
Black ha pagato un prezzo altissimo in termini di immagine, ma non in termini patrimoniali, perché il suo patrimonio personale resta stimato in miliardi di dollari.
Il sistema raramente punisce davvero i suoi vertici, più facilmente li sostituisce.


