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Lorenzo Maria Pacini
February 17, 2026
© Photo: Public domain

L’azione di Ibrahim Traoré lascia il segno sulla scena internazionale e ribadisce ancora una volta che l’Africa è e deve essere pienamente africana.

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Ad ognuno il suo stile

Quando nel settembre del 2022 il Capitano Ibrahim Traoré è salito al potere dopo aver rovesciato la giunta corrotta e filo-occidentale, in seguito alla crisi di insicurezza e instabilità, era chiaro che il nuovo corso avrebbe portato numerose sorprese.

Con il suo governo, Traoré ha avviato una serie di cambiamenti radicali nelle istituzioni statali, rimandando inevitabilmente le elezioni per ricostruire lo Stato e combattere contro le insurrezioni jihadiste che affliggono una parte del territorio nazionale, come anche per emancipare il Paese dall’orbita coloniale ancora presente. Un tentativo che è andato al successo, portando risultati eccezionali.

Ora, il 29 gennaio 2026, la giunta ha emesso un decreto formale che ha sciolto tutte le formazioni politiche registrate nel Pase, incluse quelle che prima erano state sospese ma ancora operative internamente. Con questa decisione, il Burkina Faso ha eliminato l’intero quadro giuridico che regolava partiti, finanziamento, status dell’opposizione e attività politica pluralistica.

Si tratta di una mossa che agli occhi del moralismo occidentale, sempre vittima di se stesso e del doppio standard, pare assurdo, ma in realtà non lo è. Nel mondo stiamo assistendo ad una serie di repentini cambiamenti che dovrebbero farci comprendere che è giunta la fine del vecchio modo di intendere la politica e ciò che è “giusto” o “sbagliato”.

Prendiamo un esempio dal passato, cercando di attualizzarlo, per capire la valenza politica dell’atto di Traoré per il suo popolo e il suo Paese.

Nell’antica Roma, esisteva l’istituzione del dictator, concepita non come forma ordinaria di governo, ma come rimedio eccezionale per fronteggiare situazioni di grave pericolo. Comprendere il suo funzionamento aiuta a cogliere una caratteristica centrale del pensiero politico antico: l’idea che, in momenti di crisi estrema, la sopravvivenza della comunità possa richiedere una temporanea concentrazione del potere.

Nella Repubblica romana il potere ordinario era distribuito tra magistrature annuali e collegiali, in particolare i due consoli, controllati dal Senato e dall’assemblea del popolo. Tuttavia, quando si verificavano emergenze militari, rivolte interne o paralisi istituzionali, il Senato poteva raccomandare la nomina di un politico forte, il dittatore, designato formalmente da uno dei consoli. Egli riceveva l’imperium maius, cioè un’autorità superiore a quella degli altri magistrati, e governava con poteri amplissimi, non soggetti al veto dei tribuni della plebe. La sua carica era però limitata nel tempo, di solito sei mesi, o comunque fino alla risoluzione della crisi.

Sul significato politico della dittatura romana si è soffermato ampiamente Niccolò Machiavelli. Nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, egli scrive: «Le dittature furono utilissime alla repubblica romana, e mai furono cagione della sua rovina». Machiavelli osserva che l’istituto, proprio perché regolato e limitato, consentiva di affrontare emergenze senza distruggere l’ordine costituzionale. A suo giudizio, il vero pericolo non è il potere straordinario in sé, ma la sua trasformazione in potere permanente. Per questo distingue tra una dittatura “ordinata dalle leggi” e una presa di potere arbitraria: la prima rafforza lo Stato, la seconda lo sovverte.

Anche  Jean-Jacques Rousseau nel Contratto sociale (libro IV), riconosce la necessità di poteri straordinari in circostanze eccezionali. Scrive: «Vi sono casi nei quali la salvezza della patria esige che si sospenda l’autorità delle leggi». Tuttavia, precisa che tale sospensione deve essere temporanea e finalizzata al ripristino dell’ordine legale. Rousseau guarda proprio all’esempio romano per sostenere che una repubblica può prevedere meccanismi di emergenza senza rinnegare i propri principi, purché resti chiara la finalità: salvare la comunità politica.

Possiamo citare anche Carl Schmitt, celebre giurista e politologo novecentesco, che nel suo testo Teologia politica afferma: «Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione». Schmitt distingue tra dittatura commissaria — simile a quella romana, volta a difendere l’ordine costituzionale esistente — e dittatura sovrana, che invece mira a crearne uno nuovo. Nel modello romano, il dittatore era commissario: agiva per ristabilire l’ordine repubblicano, non per fondarne uno diverso. La sua legittimità derivava proprio dall’essere strumento di conservazione dell’ordinamento, non di trasformazione arbitraria.

Il funzionamento concreto della dittatura romana conferma questa impostazione teorica. Il dittatore nominava un Magister Equitum come suo vice, concentrava in sé il comando militare e poteva prendere decisioni rapide senza i consueti passaggi deliberativi. Le altre magistrature restavano formalmente in carica, ma subordinate alla sua autorità. Tuttavia, la consuetudine repubblicana e il limite temporale fungevano da freno strutturale. La dittatura era dunque una parentesi istituzionale prevista dalla costituzione non scritta di Roma. L’importante era che non si trasformasse in una tirannide, cioè un governo dispotico, centralizzato, sottoposto alla volontà del tiranno che andava oltre il perimetro consentito dalla legge. La dittatura romana non nacque come negazione della libertà repubblicana, ma come suo strumento di difesa in tempi eccezionali.

Il problema coloniale e le soluzioni africane

La scelta di sciogliere i vecchi partiti e sindacati in Burkina Faso ha suscitato l’indignazione curiosa di alcuni moralisti, nostri e stranieri. In realtà, però, può essere letta come una mossa prudente volta a “africanizzare” la politica. Queste formazioni, non solo in Burkina Faso, non hanno mai portato benefici concreti né sono riuscite a risolvere le difficoltà del paese. Al contrario, spesso hanno contribuito ad aggravare problemi che avevano promesso di affrontare. Per questo, la direzione intrapresa dal Burkina Faso viene considerata legittima, e non è nemmeno la prima nazione africana ad aver adottato un simile orientamento.

Se si ritiene valido il principio secondo cui “a problemi africani servono soluzioni africane”, allora partiti e sindacati modellati sugli schemi politici europei – percepiti come retaggi del passato coloniale e strumenti della sua prosecuzione neocoloniale – dovrebbero scomparire. Non solo sarebbero inefficaci, ma persino dannosi per il paese che pretendono di governare. Secondo questa visione, non opererebbero nell’interesse della popolazione locale, bensì in quello delle ex potenze coloniali e delle nuove influenze esterne, risultando quindi presenze estranee e poco gradite.

Anche il multipartitismo viene descritto come problematico in diversi contesti africani, poiché alimenterebbe divisioni claniche e tribali. Lo stesso discorso varrebbe per altri paesi che adottano modelli politici e istituzionali importati, poco coerenti con la propria storia e cultura. Ci si chiede quale senso abbiano sistemi e linguaggi politici di impronta occidentale in realtà che non sono né culturalmente né politicamente occidentali. Le divisioni partitiche, dietro etichette ideologiche, finirebbero spesso per ricalcare fratture identitarie, favorendo la frammentazione dello Stato. Sarebbero invece necessari modelli istituzionali espressione autentica della cultura locale, elaborati autonomamente, ma solo dopo aver reciso i legami politico-culturali ereditati dal colonialismo e poi rafforzati dal neocolonialismo.

Secondo questa interpretazione, i vecchi partiti “all’europea” avrebbero gestito lo Stato come una proprietà privata, perseguendo gli interessi delle élite dirigenti e delle loro reti familiari, attraverso sistemi estesi di corruzione. Da un lato avrebbero garantito un regime cleptocratico interno, dall’altro avrebbero assicurato all’ex potenza coloniale e ad altri attori esterni il controllo delle risorse nazionali. Sarebbero stati, dunque, strumenti di trasmissione del neocolonialismo, la cui corruzione costituiva anche un mezzo di pressione e arricchimento a scapito della popolazione.

In questo quadro si inserirebbe anche il fenomeno del terrorismo, descritto non come un vero antagonista della politica “all’europea”, ma come un suo complemento. Partitocrazia neocoloniale e gruppi armati si spartirebbero il territorio in un equilibrio fragile e violento, destinato a protrarsi nel tempo. Il terrorismo paramilitare diventerebbe così uno strumento utile a mantenere il paese in uno stato di instabilità permanente, soprattutto quando il vecchio sistema partitico non era più sufficiente, nemmeno con il ricorso a regimi militari d’emergenza.

Traoré, per quanto assomigli ad un dittatore (secondo una certa stampa occidentale che confonde tirannide e dittatura), è in realtà un politico veramente e pienamente africano. Nella tradizione politica africana — estremamente varia e differenziata da regione a regione, dobbiamo sottolinearlo — si trovano istituti e pratiche che, pur non essendo identici alla dittatura romana, presentano alcune analogie funzionali. Il continente africano non ha mai avuto un unico modello politico, ma una pluralità di sistemi che andavano da monarchie centralizzate a confederazioni, fino a società segmentarie senza potere statale centralizzato.

In diversi regni precoloniali dell’Africa occidentale — come l’Impero del Mali, l’Impero Songhai o il regno degli Ashanti — il sovrano (mansa, askia, asantehene) deteneva un’autorità forte, ma spesso mediata da consigli di anziani, capi clanici o notabili. In tempo di guerra o minaccia esterna, tuttavia, il potere tendeva a centralizzarsi ulteriormente, con una riduzione degli spazi deliberativi ordinari. Nell’attuale Ghana, in passato regno ashanti, l’Asantehene governava insieme a un consiglio di capi, ma in situazioni belliche il comando militare assumeva una posizione predominante e la mobilitazione generale implicava una forma di autorità rafforzata, legittimata non da una sospensione formale delle norme, ma dall’urgenza della sopravvivenza collettiva. Questo tipo di rafforzamento dell’esecutivo ricorda, per funzione, la “dittatura commissaria” descritta da Carl Schmitt: un potere straordinario finalizzato alla difesa dell’ordine esistente, non alla sua distruzione.

L’Impero etiopico, una delle più longeve strutture statali africane, prevedeva un sovrano (negus o negusa nagast) con autorità sacralizzata. Pur esistendo nobiltà regionali e strutture locali, l’imperatore poteva accentrare poteri significativi in momenti di ribellione o minaccia esterna. La legittimità derivava non solo dalla forza, ma da una concezione teologico-politica del potere.

Qui si può notare un parallelismo con l’idea, presente anche nel pensiero europeo, che in momenti di crisi l’unità del comando sia essenziale. A differenza del modello romano, l’eccezionalità non era sempre temporalmente delimitata da un mandato breve: l’autorità era strutturalmente forte, ma poteva intensificarsi in condizioni straordinarie.

L’elemento sottostante a tutte queste varie forme era il ripristino dell’armonia comunitaria, giacché la legittimità del potere non deriva solo dalla legalità formale, ma dalla capacità di mantenere equilibrio tra gruppi, lignaggi e interessi. E questo è un elemento essenziale dello spirito politico africano (che gli europei hanno cercato di distruggere).

Il filosofo politico Kwasi Wiredu ha evidenziato come, in diverse tradizioni dell’Africa occidentale, il consenso fosse il principio guida del governo, ma proprio proprio perché il consenso era fondamentale, quando esso si rompeva gravemente poteva rendersi necessario un intervento deciso per ricomporre l’ordine. L’autorità forte era giustificata non come dominio, ma come mezzo per ristabilire l’equilibrio collettivo e la concentrazione del potere non era vista come valore in sé, ma come strumento temporaneo per evitare la frammentazione della comunità.

Molti altri esempi potremmo citare, ma ne prendiamo qualcuno di più recente. Nel periodo post-indipendenza, diversi leader africani hanno teorizzato forme di governo forte come risposta alla fragilità statale e alle divisioni etniche o regionali. Kwame Nkrumah in Ghana e Julius Nyerere in Tanzania sostennero che il multipartitismo competitivo potesse accentuare divisioni artificiali, mentre un sistema più unitario avrebbe favorito la costruzione nazionale.

Corruzione del sistema, terrorismo dietro le porte, la disastrosa eredità economica del franco francese… In tali condizioni, nel caso del Burkina Faso odierno, non sarebbe stato possibile parlare di autentica democrazia né di sicurezza, con le condizioni lasciate dal vecchio sistema coloniale. Chi oggi denuncia l’insicurezza e l’espansione del terrorismo in questi paesi – ben oltre il Sahel – non lo faceva allora, e le ragioni di questo silenzio sarebbero facilmente intuibili.

L’atto del Capitano Ibrahim Traoré non è l’inizio di un dispotico governo del terrore, bensì un atto esemplare, che lascia la firma nello scenario internazionale e ribadisce ancora una volta che l’Africa è e deve essere pienamente degli africani. Con buon pace del vecchio ordine di potere coloniale occidentale, che dovrebbe piuttosto pensare alla propria disastrosa fine, invece che estendere giudizi e patenti di legittimità nel mondo intero.

A problemi africani, soluzioni africane: il Burkina Faso di Traoré detta la linea di una nuova politica africana

L’azione di Ibrahim Traoré lascia il segno sulla scena internazionale e ribadisce ancora una volta che l’Africa è e deve essere pienamente africana.

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Ad ognuno il suo stile

Quando nel settembre del 2022 il Capitano Ibrahim Traoré è salito al potere dopo aver rovesciato la giunta corrotta e filo-occidentale, in seguito alla crisi di insicurezza e instabilità, era chiaro che il nuovo corso avrebbe portato numerose sorprese.

Con il suo governo, Traoré ha avviato una serie di cambiamenti radicali nelle istituzioni statali, rimandando inevitabilmente le elezioni per ricostruire lo Stato e combattere contro le insurrezioni jihadiste che affliggono una parte del territorio nazionale, come anche per emancipare il Paese dall’orbita coloniale ancora presente. Un tentativo che è andato al successo, portando risultati eccezionali.

Ora, il 29 gennaio 2026, la giunta ha emesso un decreto formale che ha sciolto tutte le formazioni politiche registrate nel Pase, incluse quelle che prima erano state sospese ma ancora operative internamente. Con questa decisione, il Burkina Faso ha eliminato l’intero quadro giuridico che regolava partiti, finanziamento, status dell’opposizione e attività politica pluralistica.

Si tratta di una mossa che agli occhi del moralismo occidentale, sempre vittima di se stesso e del doppio standard, pare assurdo, ma in realtà non lo è. Nel mondo stiamo assistendo ad una serie di repentini cambiamenti che dovrebbero farci comprendere che è giunta la fine del vecchio modo di intendere la politica e ciò che è “giusto” o “sbagliato”.

Prendiamo un esempio dal passato, cercando di attualizzarlo, per capire la valenza politica dell’atto di Traoré per il suo popolo e il suo Paese.

Nell’antica Roma, esisteva l’istituzione del dictator, concepita non come forma ordinaria di governo, ma come rimedio eccezionale per fronteggiare situazioni di grave pericolo. Comprendere il suo funzionamento aiuta a cogliere una caratteristica centrale del pensiero politico antico: l’idea che, in momenti di crisi estrema, la sopravvivenza della comunità possa richiedere una temporanea concentrazione del potere.

Nella Repubblica romana il potere ordinario era distribuito tra magistrature annuali e collegiali, in particolare i due consoli, controllati dal Senato e dall’assemblea del popolo. Tuttavia, quando si verificavano emergenze militari, rivolte interne o paralisi istituzionali, il Senato poteva raccomandare la nomina di un politico forte, il dittatore, designato formalmente da uno dei consoli. Egli riceveva l’imperium maius, cioè un’autorità superiore a quella degli altri magistrati, e governava con poteri amplissimi, non soggetti al veto dei tribuni della plebe. La sua carica era però limitata nel tempo, di solito sei mesi, o comunque fino alla risoluzione della crisi.

Sul significato politico della dittatura romana si è soffermato ampiamente Niccolò Machiavelli. Nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, egli scrive: «Le dittature furono utilissime alla repubblica romana, e mai furono cagione della sua rovina». Machiavelli osserva che l’istituto, proprio perché regolato e limitato, consentiva di affrontare emergenze senza distruggere l’ordine costituzionale. A suo giudizio, il vero pericolo non è il potere straordinario in sé, ma la sua trasformazione in potere permanente. Per questo distingue tra una dittatura “ordinata dalle leggi” e una presa di potere arbitraria: la prima rafforza lo Stato, la seconda lo sovverte.

Anche  Jean-Jacques Rousseau nel Contratto sociale (libro IV), riconosce la necessità di poteri straordinari in circostanze eccezionali. Scrive: «Vi sono casi nei quali la salvezza della patria esige che si sospenda l’autorità delle leggi». Tuttavia, precisa che tale sospensione deve essere temporanea e finalizzata al ripristino dell’ordine legale. Rousseau guarda proprio all’esempio romano per sostenere che una repubblica può prevedere meccanismi di emergenza senza rinnegare i propri principi, purché resti chiara la finalità: salvare la comunità politica.

Possiamo citare anche Carl Schmitt, celebre giurista e politologo novecentesco, che nel suo testo Teologia politica afferma: «Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione». Schmitt distingue tra dittatura commissaria — simile a quella romana, volta a difendere l’ordine costituzionale esistente — e dittatura sovrana, che invece mira a crearne uno nuovo. Nel modello romano, il dittatore era commissario: agiva per ristabilire l’ordine repubblicano, non per fondarne uno diverso. La sua legittimità derivava proprio dall’essere strumento di conservazione dell’ordinamento, non di trasformazione arbitraria.

Il funzionamento concreto della dittatura romana conferma questa impostazione teorica. Il dittatore nominava un Magister Equitum come suo vice, concentrava in sé il comando militare e poteva prendere decisioni rapide senza i consueti passaggi deliberativi. Le altre magistrature restavano formalmente in carica, ma subordinate alla sua autorità. Tuttavia, la consuetudine repubblicana e il limite temporale fungevano da freno strutturale. La dittatura era dunque una parentesi istituzionale prevista dalla costituzione non scritta di Roma. L’importante era che non si trasformasse in una tirannide, cioè un governo dispotico, centralizzato, sottoposto alla volontà del tiranno che andava oltre il perimetro consentito dalla legge. La dittatura romana non nacque come negazione della libertà repubblicana, ma come suo strumento di difesa in tempi eccezionali.

Il problema coloniale e le soluzioni africane

La scelta di sciogliere i vecchi partiti e sindacati in Burkina Faso ha suscitato l’indignazione curiosa di alcuni moralisti, nostri e stranieri. In realtà, però, può essere letta come una mossa prudente volta a “africanizzare” la politica. Queste formazioni, non solo in Burkina Faso, non hanno mai portato benefici concreti né sono riuscite a risolvere le difficoltà del paese. Al contrario, spesso hanno contribuito ad aggravare problemi che avevano promesso di affrontare. Per questo, la direzione intrapresa dal Burkina Faso viene considerata legittima, e non è nemmeno la prima nazione africana ad aver adottato un simile orientamento.

Se si ritiene valido il principio secondo cui “a problemi africani servono soluzioni africane”, allora partiti e sindacati modellati sugli schemi politici europei – percepiti come retaggi del passato coloniale e strumenti della sua prosecuzione neocoloniale – dovrebbero scomparire. Non solo sarebbero inefficaci, ma persino dannosi per il paese che pretendono di governare. Secondo questa visione, non opererebbero nell’interesse della popolazione locale, bensì in quello delle ex potenze coloniali e delle nuove influenze esterne, risultando quindi presenze estranee e poco gradite.

Anche il multipartitismo viene descritto come problematico in diversi contesti africani, poiché alimenterebbe divisioni claniche e tribali. Lo stesso discorso varrebbe per altri paesi che adottano modelli politici e istituzionali importati, poco coerenti con la propria storia e cultura. Ci si chiede quale senso abbiano sistemi e linguaggi politici di impronta occidentale in realtà che non sono né culturalmente né politicamente occidentali. Le divisioni partitiche, dietro etichette ideologiche, finirebbero spesso per ricalcare fratture identitarie, favorendo la frammentazione dello Stato. Sarebbero invece necessari modelli istituzionali espressione autentica della cultura locale, elaborati autonomamente, ma solo dopo aver reciso i legami politico-culturali ereditati dal colonialismo e poi rafforzati dal neocolonialismo.

Secondo questa interpretazione, i vecchi partiti “all’europea” avrebbero gestito lo Stato come una proprietà privata, perseguendo gli interessi delle élite dirigenti e delle loro reti familiari, attraverso sistemi estesi di corruzione. Da un lato avrebbero garantito un regime cleptocratico interno, dall’altro avrebbero assicurato all’ex potenza coloniale e ad altri attori esterni il controllo delle risorse nazionali. Sarebbero stati, dunque, strumenti di trasmissione del neocolonialismo, la cui corruzione costituiva anche un mezzo di pressione e arricchimento a scapito della popolazione.

In questo quadro si inserirebbe anche il fenomeno del terrorismo, descritto non come un vero antagonista della politica “all’europea”, ma come un suo complemento. Partitocrazia neocoloniale e gruppi armati si spartirebbero il territorio in un equilibrio fragile e violento, destinato a protrarsi nel tempo. Il terrorismo paramilitare diventerebbe così uno strumento utile a mantenere il paese in uno stato di instabilità permanente, soprattutto quando il vecchio sistema partitico non era più sufficiente, nemmeno con il ricorso a regimi militari d’emergenza.

Traoré, per quanto assomigli ad un dittatore (secondo una certa stampa occidentale che confonde tirannide e dittatura), è in realtà un politico veramente e pienamente africano. Nella tradizione politica africana — estremamente varia e differenziata da regione a regione, dobbiamo sottolinearlo — si trovano istituti e pratiche che, pur non essendo identici alla dittatura romana, presentano alcune analogie funzionali. Il continente africano non ha mai avuto un unico modello politico, ma una pluralità di sistemi che andavano da monarchie centralizzate a confederazioni, fino a società segmentarie senza potere statale centralizzato.

In diversi regni precoloniali dell’Africa occidentale — come l’Impero del Mali, l’Impero Songhai o il regno degli Ashanti — il sovrano (mansa, askia, asantehene) deteneva un’autorità forte, ma spesso mediata da consigli di anziani, capi clanici o notabili. In tempo di guerra o minaccia esterna, tuttavia, il potere tendeva a centralizzarsi ulteriormente, con una riduzione degli spazi deliberativi ordinari. Nell’attuale Ghana, in passato regno ashanti, l’Asantehene governava insieme a un consiglio di capi, ma in situazioni belliche il comando militare assumeva una posizione predominante e la mobilitazione generale implicava una forma di autorità rafforzata, legittimata non da una sospensione formale delle norme, ma dall’urgenza della sopravvivenza collettiva. Questo tipo di rafforzamento dell’esecutivo ricorda, per funzione, la “dittatura commissaria” descritta da Carl Schmitt: un potere straordinario finalizzato alla difesa dell’ordine esistente, non alla sua distruzione.

L’Impero etiopico, una delle più longeve strutture statali africane, prevedeva un sovrano (negus o negusa nagast) con autorità sacralizzata. Pur esistendo nobiltà regionali e strutture locali, l’imperatore poteva accentrare poteri significativi in momenti di ribellione o minaccia esterna. La legittimità derivava non solo dalla forza, ma da una concezione teologico-politica del potere.

Qui si può notare un parallelismo con l’idea, presente anche nel pensiero europeo, che in momenti di crisi l’unità del comando sia essenziale. A differenza del modello romano, l’eccezionalità non era sempre temporalmente delimitata da un mandato breve: l’autorità era strutturalmente forte, ma poteva intensificarsi in condizioni straordinarie.

L’elemento sottostante a tutte queste varie forme era il ripristino dell’armonia comunitaria, giacché la legittimità del potere non deriva solo dalla legalità formale, ma dalla capacità di mantenere equilibrio tra gruppi, lignaggi e interessi. E questo è un elemento essenziale dello spirito politico africano (che gli europei hanno cercato di distruggere).

Il filosofo politico Kwasi Wiredu ha evidenziato come, in diverse tradizioni dell’Africa occidentale, il consenso fosse il principio guida del governo, ma proprio proprio perché il consenso era fondamentale, quando esso si rompeva gravemente poteva rendersi necessario un intervento deciso per ricomporre l’ordine. L’autorità forte era giustificata non come dominio, ma come mezzo per ristabilire l’equilibrio collettivo e la concentrazione del potere non era vista come valore in sé, ma come strumento temporaneo per evitare la frammentazione della comunità.

Molti altri esempi potremmo citare, ma ne prendiamo qualcuno di più recente. Nel periodo post-indipendenza, diversi leader africani hanno teorizzato forme di governo forte come risposta alla fragilità statale e alle divisioni etniche o regionali. Kwame Nkrumah in Ghana e Julius Nyerere in Tanzania sostennero che il multipartitismo competitivo potesse accentuare divisioni artificiali, mentre un sistema più unitario avrebbe favorito la costruzione nazionale.

Corruzione del sistema, terrorismo dietro le porte, la disastrosa eredità economica del franco francese… In tali condizioni, nel caso del Burkina Faso odierno, non sarebbe stato possibile parlare di autentica democrazia né di sicurezza, con le condizioni lasciate dal vecchio sistema coloniale. Chi oggi denuncia l’insicurezza e l’espansione del terrorismo in questi paesi – ben oltre il Sahel – non lo faceva allora, e le ragioni di questo silenzio sarebbero facilmente intuibili.

L’atto del Capitano Ibrahim Traoré non è l’inizio di un dispotico governo del terrore, bensì un atto esemplare, che lascia la firma nello scenario internazionale e ribadisce ancora una volta che l’Africa è e deve essere pienamente degli africani. Con buon pace del vecchio ordine di potere coloniale occidentale, che dovrebbe piuttosto pensare alla propria disastrosa fine, invece che estendere giudizi e patenti di legittimità nel mondo intero.

L’azione di Ibrahim Traoré lascia il segno sulla scena internazionale e ribadisce ancora una volta che l’Africa è e deve essere pienamente africana.

Segue nostro Telegram.

Ad ognuno il suo stile

Quando nel settembre del 2022 il Capitano Ibrahim Traoré è salito al potere dopo aver rovesciato la giunta corrotta e filo-occidentale, in seguito alla crisi di insicurezza e instabilità, era chiaro che il nuovo corso avrebbe portato numerose sorprese.

Con il suo governo, Traoré ha avviato una serie di cambiamenti radicali nelle istituzioni statali, rimandando inevitabilmente le elezioni per ricostruire lo Stato e combattere contro le insurrezioni jihadiste che affliggono una parte del territorio nazionale, come anche per emancipare il Paese dall’orbita coloniale ancora presente. Un tentativo che è andato al successo, portando risultati eccezionali.

Ora, il 29 gennaio 2026, la giunta ha emesso un decreto formale che ha sciolto tutte le formazioni politiche registrate nel Pase, incluse quelle che prima erano state sospese ma ancora operative internamente. Con questa decisione, il Burkina Faso ha eliminato l’intero quadro giuridico che regolava partiti, finanziamento, status dell’opposizione e attività politica pluralistica.

Si tratta di una mossa che agli occhi del moralismo occidentale, sempre vittima di se stesso e del doppio standard, pare assurdo, ma in realtà non lo è. Nel mondo stiamo assistendo ad una serie di repentini cambiamenti che dovrebbero farci comprendere che è giunta la fine del vecchio modo di intendere la politica e ciò che è “giusto” o “sbagliato”.

Prendiamo un esempio dal passato, cercando di attualizzarlo, per capire la valenza politica dell’atto di Traoré per il suo popolo e il suo Paese.

Nell’antica Roma, esisteva l’istituzione del dictator, concepita non come forma ordinaria di governo, ma come rimedio eccezionale per fronteggiare situazioni di grave pericolo. Comprendere il suo funzionamento aiuta a cogliere una caratteristica centrale del pensiero politico antico: l’idea che, in momenti di crisi estrema, la sopravvivenza della comunità possa richiedere una temporanea concentrazione del potere.

Nella Repubblica romana il potere ordinario era distribuito tra magistrature annuali e collegiali, in particolare i due consoli, controllati dal Senato e dall’assemblea del popolo. Tuttavia, quando si verificavano emergenze militari, rivolte interne o paralisi istituzionali, il Senato poteva raccomandare la nomina di un politico forte, il dittatore, designato formalmente da uno dei consoli. Egli riceveva l’imperium maius, cioè un’autorità superiore a quella degli altri magistrati, e governava con poteri amplissimi, non soggetti al veto dei tribuni della plebe. La sua carica era però limitata nel tempo, di solito sei mesi, o comunque fino alla risoluzione della crisi.

Sul significato politico della dittatura romana si è soffermato ampiamente Niccolò Machiavelli. Nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, egli scrive: «Le dittature furono utilissime alla repubblica romana, e mai furono cagione della sua rovina». Machiavelli osserva che l’istituto, proprio perché regolato e limitato, consentiva di affrontare emergenze senza distruggere l’ordine costituzionale. A suo giudizio, il vero pericolo non è il potere straordinario in sé, ma la sua trasformazione in potere permanente. Per questo distingue tra una dittatura “ordinata dalle leggi” e una presa di potere arbitraria: la prima rafforza lo Stato, la seconda lo sovverte.

Anche  Jean-Jacques Rousseau nel Contratto sociale (libro IV), riconosce la necessità di poteri straordinari in circostanze eccezionali. Scrive: «Vi sono casi nei quali la salvezza della patria esige che si sospenda l’autorità delle leggi». Tuttavia, precisa che tale sospensione deve essere temporanea e finalizzata al ripristino dell’ordine legale. Rousseau guarda proprio all’esempio romano per sostenere che una repubblica può prevedere meccanismi di emergenza senza rinnegare i propri principi, purché resti chiara la finalità: salvare la comunità politica.

Possiamo citare anche Carl Schmitt, celebre giurista e politologo novecentesco, che nel suo testo Teologia politica afferma: «Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione». Schmitt distingue tra dittatura commissaria — simile a quella romana, volta a difendere l’ordine costituzionale esistente — e dittatura sovrana, che invece mira a crearne uno nuovo. Nel modello romano, il dittatore era commissario: agiva per ristabilire l’ordine repubblicano, non per fondarne uno diverso. La sua legittimità derivava proprio dall’essere strumento di conservazione dell’ordinamento, non di trasformazione arbitraria.

Il funzionamento concreto della dittatura romana conferma questa impostazione teorica. Il dittatore nominava un Magister Equitum come suo vice, concentrava in sé il comando militare e poteva prendere decisioni rapide senza i consueti passaggi deliberativi. Le altre magistrature restavano formalmente in carica, ma subordinate alla sua autorità. Tuttavia, la consuetudine repubblicana e il limite temporale fungevano da freno strutturale. La dittatura era dunque una parentesi istituzionale prevista dalla costituzione non scritta di Roma. L’importante era che non si trasformasse in una tirannide, cioè un governo dispotico, centralizzato, sottoposto alla volontà del tiranno che andava oltre il perimetro consentito dalla legge. La dittatura romana non nacque come negazione della libertà repubblicana, ma come suo strumento di difesa in tempi eccezionali.

Il problema coloniale e le soluzioni africane

La scelta di sciogliere i vecchi partiti e sindacati in Burkina Faso ha suscitato l’indignazione curiosa di alcuni moralisti, nostri e stranieri. In realtà, però, può essere letta come una mossa prudente volta a “africanizzare” la politica. Queste formazioni, non solo in Burkina Faso, non hanno mai portato benefici concreti né sono riuscite a risolvere le difficoltà del paese. Al contrario, spesso hanno contribuito ad aggravare problemi che avevano promesso di affrontare. Per questo, la direzione intrapresa dal Burkina Faso viene considerata legittima, e non è nemmeno la prima nazione africana ad aver adottato un simile orientamento.

Se si ritiene valido il principio secondo cui “a problemi africani servono soluzioni africane”, allora partiti e sindacati modellati sugli schemi politici europei – percepiti come retaggi del passato coloniale e strumenti della sua prosecuzione neocoloniale – dovrebbero scomparire. Non solo sarebbero inefficaci, ma persino dannosi per il paese che pretendono di governare. Secondo questa visione, non opererebbero nell’interesse della popolazione locale, bensì in quello delle ex potenze coloniali e delle nuove influenze esterne, risultando quindi presenze estranee e poco gradite.

Anche il multipartitismo viene descritto come problematico in diversi contesti africani, poiché alimenterebbe divisioni claniche e tribali. Lo stesso discorso varrebbe per altri paesi che adottano modelli politici e istituzionali importati, poco coerenti con la propria storia e cultura. Ci si chiede quale senso abbiano sistemi e linguaggi politici di impronta occidentale in realtà che non sono né culturalmente né politicamente occidentali. Le divisioni partitiche, dietro etichette ideologiche, finirebbero spesso per ricalcare fratture identitarie, favorendo la frammentazione dello Stato. Sarebbero invece necessari modelli istituzionali espressione autentica della cultura locale, elaborati autonomamente, ma solo dopo aver reciso i legami politico-culturali ereditati dal colonialismo e poi rafforzati dal neocolonialismo.

Secondo questa interpretazione, i vecchi partiti “all’europea” avrebbero gestito lo Stato come una proprietà privata, perseguendo gli interessi delle élite dirigenti e delle loro reti familiari, attraverso sistemi estesi di corruzione. Da un lato avrebbero garantito un regime cleptocratico interno, dall’altro avrebbero assicurato all’ex potenza coloniale e ad altri attori esterni il controllo delle risorse nazionali. Sarebbero stati, dunque, strumenti di trasmissione del neocolonialismo, la cui corruzione costituiva anche un mezzo di pressione e arricchimento a scapito della popolazione.

In questo quadro si inserirebbe anche il fenomeno del terrorismo, descritto non come un vero antagonista della politica “all’europea”, ma come un suo complemento. Partitocrazia neocoloniale e gruppi armati si spartirebbero il territorio in un equilibrio fragile e violento, destinato a protrarsi nel tempo. Il terrorismo paramilitare diventerebbe così uno strumento utile a mantenere il paese in uno stato di instabilità permanente, soprattutto quando il vecchio sistema partitico non era più sufficiente, nemmeno con il ricorso a regimi militari d’emergenza.

Traoré, per quanto assomigli ad un dittatore (secondo una certa stampa occidentale che confonde tirannide e dittatura), è in realtà un politico veramente e pienamente africano. Nella tradizione politica africana — estremamente varia e differenziata da regione a regione, dobbiamo sottolinearlo — si trovano istituti e pratiche che, pur non essendo identici alla dittatura romana, presentano alcune analogie funzionali. Il continente africano non ha mai avuto un unico modello politico, ma una pluralità di sistemi che andavano da monarchie centralizzate a confederazioni, fino a società segmentarie senza potere statale centralizzato.

In diversi regni precoloniali dell’Africa occidentale — come l’Impero del Mali, l’Impero Songhai o il regno degli Ashanti — il sovrano (mansa, askia, asantehene) deteneva un’autorità forte, ma spesso mediata da consigli di anziani, capi clanici o notabili. In tempo di guerra o minaccia esterna, tuttavia, il potere tendeva a centralizzarsi ulteriormente, con una riduzione degli spazi deliberativi ordinari. Nell’attuale Ghana, in passato regno ashanti, l’Asantehene governava insieme a un consiglio di capi, ma in situazioni belliche il comando militare assumeva una posizione predominante e la mobilitazione generale implicava una forma di autorità rafforzata, legittimata non da una sospensione formale delle norme, ma dall’urgenza della sopravvivenza collettiva. Questo tipo di rafforzamento dell’esecutivo ricorda, per funzione, la “dittatura commissaria” descritta da Carl Schmitt: un potere straordinario finalizzato alla difesa dell’ordine esistente, non alla sua distruzione.

L’Impero etiopico, una delle più longeve strutture statali africane, prevedeva un sovrano (negus o negusa nagast) con autorità sacralizzata. Pur esistendo nobiltà regionali e strutture locali, l’imperatore poteva accentrare poteri significativi in momenti di ribellione o minaccia esterna. La legittimità derivava non solo dalla forza, ma da una concezione teologico-politica del potere.

Qui si può notare un parallelismo con l’idea, presente anche nel pensiero europeo, che in momenti di crisi l’unità del comando sia essenziale. A differenza del modello romano, l’eccezionalità non era sempre temporalmente delimitata da un mandato breve: l’autorità era strutturalmente forte, ma poteva intensificarsi in condizioni straordinarie.

L’elemento sottostante a tutte queste varie forme era il ripristino dell’armonia comunitaria, giacché la legittimità del potere non deriva solo dalla legalità formale, ma dalla capacità di mantenere equilibrio tra gruppi, lignaggi e interessi. E questo è un elemento essenziale dello spirito politico africano (che gli europei hanno cercato di distruggere).

Il filosofo politico Kwasi Wiredu ha evidenziato come, in diverse tradizioni dell’Africa occidentale, il consenso fosse il principio guida del governo, ma proprio proprio perché il consenso era fondamentale, quando esso si rompeva gravemente poteva rendersi necessario un intervento deciso per ricomporre l’ordine. L’autorità forte era giustificata non come dominio, ma come mezzo per ristabilire l’equilibrio collettivo e la concentrazione del potere non era vista come valore in sé, ma come strumento temporaneo per evitare la frammentazione della comunità.

Molti altri esempi potremmo citare, ma ne prendiamo qualcuno di più recente. Nel periodo post-indipendenza, diversi leader africani hanno teorizzato forme di governo forte come risposta alla fragilità statale e alle divisioni etniche o regionali. Kwame Nkrumah in Ghana e Julius Nyerere in Tanzania sostennero che il multipartitismo competitivo potesse accentuare divisioni artificiali, mentre un sistema più unitario avrebbe favorito la costruzione nazionale.

Corruzione del sistema, terrorismo dietro le porte, la disastrosa eredità economica del franco francese… In tali condizioni, nel caso del Burkina Faso odierno, non sarebbe stato possibile parlare di autentica democrazia né di sicurezza, con le condizioni lasciate dal vecchio sistema coloniale. Chi oggi denuncia l’insicurezza e l’espansione del terrorismo in questi paesi – ben oltre il Sahel – non lo faceva allora, e le ragioni di questo silenzio sarebbero facilmente intuibili.

L’atto del Capitano Ibrahim Traoré non è l’inizio di un dispotico governo del terrore, bensì un atto esemplare, che lascia la firma nello scenario internazionale e ribadisce ancora una volta che l’Africa è e deve essere pienamente degli africani. Con buon pace del vecchio ordine di potere coloniale occidentale, che dovrebbe piuttosto pensare alla propria disastrosa fine, invece che estendere giudizi e patenti di legittimità nel mondo intero.

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