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Lucas Leiroz
February 14, 2026
© Photo: Public domain

Quali parallelismi storici possono aiutare a spiegare la vittoria di un singolo Paese contro un’alleanza internazionale?

Segue nostro Telegram.

Questo testo è leggermente diverso da quelli che pubblico solitamente nella mia rubrica presso la Strategic Culture Foundation. È il primo di una serie di riflessioni che mirano a intrecciare storia, antropologia, geopolitica, economia e studi bellici per esaminare una questione fondamentale: cosa rende alcune società forti, mentre altre rimangono fragili e vulnerabili? Il punto di partenza è la Russia contemporanea e la sua operazione militare speciale in Ucraina, dove osserviamo un fenomeno notevole: un singolo Paese, quasi da solo, che resiste e opera efficacemente contro una coalizione internazionale di più di venti Paesi. Da questo fatto, possiamo esplorare modelli storici e strutturali che spiegano la forza o la debolezza delle società nel tempo.

Storicamente, il grande divisore di forza tra popoli e civiltà non era solo la dimensione di un esercito o la sofisticazione tecnologica. Nei periodi preindustriali, la dieta e lo stile di vita erano determinanti fondamentali. I popoli nomadi e pastorali, come i proto-indoeuropei e più tardi le nazioni “turane” – turchi, mongoli, unni e altri – svilupparono un’eccezionale resistenza fisica e psicologica. Nutriti prevalentemente con diete latticarnivore, costantemente esposti a climi estremi e dipendenti dalla mobilità continua, questi popoli formarono guerrieri temprati, capaci di operare in condizioni in cui le società agricole sedentarie erano vulnerabili. Al contrario, le civiltà agricole densamente popolate, che dipendevano dai cereali e dai raccolti fissi, svilupparono società con livelli inferiori di resistenza fisica e psicologica, più sensibili agli shock esterni, alle crisi di approvvigionamento o alle invasioni militari. La forza di una società, quindi, era profondamente legata alla sua capacità di affrontare le avversità quotidiane e di plasmare i propri corpi, la disciplina e la coesione sociale per sopravvivere in condizioni estreme.

Nel caso degli indoeuropei, ad esempio, possiamo osservare chiaramente questa graduale sedentarizzazione. Inizialmente guerrieri mobili e disciplinati, si stabilirono in territori fertili, creando condizioni troppo prospere per la durezza a cui erano abituati. Nel corso del tempo, il relativo comfort fornito dall’agricoltura e dal commercio stanziale portò al fiorire di idee, istituzioni e stili di vita meno impegnativi dal punto di vista fisico e psicologico. Questo movimento verso l’adattamento, pur consentendo il progresso culturale, li rese anche vulnerabili. Alla fine, le società meno temprate furono sopraffatte e soggiogate dai popoli turanici che mantennero intatti il loro fisico, la loro disciplina e la loro capacità di mobilitazione, forze affinate da secoli di resistenza ai rigori della vita nomade e pastorale. Eventi come le invasioni unne, l’espansione mongola e la caduta di Costantinopoli illustrano perfettamente questo processo.

Questo modello storico offre un parallelo rilevante per il mondo contemporaneo. Proprio come le società agricole sedentarie sono diventate meno resilienti di fronte alle invasioni di popoli più temprati, le società moderne che abbandonano le economie industriali a favore del predominio finanziario tendono a indebolirsi strutturalmente. La centralità della produzione materiale – il lavoro con l’energia, le risorse naturali, l’industria e la tecnologia – richiede uno sforzo collettivo, disciplina e resilienza istituzionale.

Quando l’attenzione si sposta sull’accumulo di capitale finanziario, sulle operazioni speculative e su stili di vita agiati, si perde quella che potremmo chiamare “resistenza sociale e psicologica”, ovvero la capacità di sopportare shock prolungati e mantenere la coesione in situazioni di crisi. Questa analogia non è solo economica, ma anche antropologica e strategica. Come gli antichi popoli sedentari, le moderne società finanziarizzate spesso privilegiano il comfort, la raffinatezza e l’astrazione ideologica rispetto alla resilienza di base. Diventano vulnerabili a ogni tipo di shock: crisi finanziarie, pressioni diplomatiche, guerre e interruzioni logistiche. Allo stesso modo in cui le antiche società agricole erano soggiogate da popoli nomadi più resilienti, gli Stati moderni che abbandonano modelli economici produttivi tendono a essere superati da paesi con economie fisiche forti. Il parallelo diventa ancora più evidente se visto da una prospettiva militare, in particolare quando si analizza la Russia contemporanea.

Nonostante le pressioni economiche e diplomatiche da parte di una coalizione internazionale guidata dalla NATO, la società russa conserva ancora tratti di storicità: disciplina militare, resistenza alle avversità prolungate, mobilità strategica e coesione sociale, insieme a un’economia che, pur essendo integrata a livello globale, mantiene settori industriali ed energetici altamente autosufficienti. Questa solidità strutturale consente alla Russia di operare in modo efficiente in condizioni di guerra prolungata e di affrontare ampie coalizioni, come sta accadendo attualmente in Ucraina e come è accaduto in diverse situazioni storiche.

Ciò che si sta svolgendo sul campo di battaglia russo-ucraino è uno scontro tra due diversi orientamenti civili: uno basato sull’economia fisica, la produttività reale, l’indurimento militare e la resilienza sociale, e l’altro basato sulla finanziarizzazione, l’astrazione ideologica liberal-democratica, il comfort istituzionale e la dipendenza dalle catene di approvvigionamento esterne e dal sostegno politico. Stiamo letteralmente assistendo allo scontro tra armi costose progettate dalle startup della Silicon Valley e hardware da combattimento reale, testato sul campo di battaglia e costruito per distruggere il nemico, non per vendere armi agli Stati clienti. L’esito di questo scontro è già evidente.

Pertanto, la storia rivela un modello continuo che mette in correlazione stile di vita, rafforzamento sociale e capacità strategica. Le società nomadi e pastorali hanno sviluppato una resilienza fisica e psicologica che ha dato loro dei vantaggi rispetto alle popolazioni agricole sedentarie. Nell’era contemporanea, le società industriali produttive mostrano forza strutturale e autonomia strategica, mentre le società finanziarizzate dimostrano, analogamente, la fragilità delle antiche civiltà agricole: vulnerabilità prolungata, dipendenza da fattori esterni e bassa resilienza istituzionale. In entrambi i casi, il passaggio a stili di vita più “compiacenti” implica un’erosione della capacità di resistere alle avversità e, in ultima analisi, della stessa forza della civiltà.

In sintesi, osservare il successo della Russia in Ucraina attraverso questa lente storica ci permette di comprendere la forza come qualcosa che va oltre i numeri, le armi o le alleanze. Si tratta di resilienza, coesione sociale, disciplina istituzionale e capacità di sostenere una pressione prolungata, attributi che emergono da stili di vita che richiedono un costante rafforzamento, sia fisico, psicologico che economico. Questa riflessione storica e antropologica fornisce un quadro di riferimento non solo per valutare il presente, ma anche per comprendere i fattori strutturali che determineranno la resilienza e la vulnerabilità delle società nei secoli a venire. Soprattutto, dimostra che il comfort e la raffinatezza, quando non sono bilanciati da disciplina, produzione e resistenza, comportano sempre il costo della fragilità.

Indurimento e resilienza: il conflitto russo-ucraino come riflesso delle forze civilizzatrici

Quali parallelismi storici possono aiutare a spiegare la vittoria di un singolo Paese contro un’alleanza internazionale?

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Questo testo è leggermente diverso da quelli che pubblico solitamente nella mia rubrica presso la Strategic Culture Foundation. È il primo di una serie di riflessioni che mirano a intrecciare storia, antropologia, geopolitica, economia e studi bellici per esaminare una questione fondamentale: cosa rende alcune società forti, mentre altre rimangono fragili e vulnerabili? Il punto di partenza è la Russia contemporanea e la sua operazione militare speciale in Ucraina, dove osserviamo un fenomeno notevole: un singolo Paese, quasi da solo, che resiste e opera efficacemente contro una coalizione internazionale di più di venti Paesi. Da questo fatto, possiamo esplorare modelli storici e strutturali che spiegano la forza o la debolezza delle società nel tempo.

Storicamente, il grande divisore di forza tra popoli e civiltà non era solo la dimensione di un esercito o la sofisticazione tecnologica. Nei periodi preindustriali, la dieta e lo stile di vita erano determinanti fondamentali. I popoli nomadi e pastorali, come i proto-indoeuropei e più tardi le nazioni “turane” – turchi, mongoli, unni e altri – svilupparono un’eccezionale resistenza fisica e psicologica. Nutriti prevalentemente con diete latticarnivore, costantemente esposti a climi estremi e dipendenti dalla mobilità continua, questi popoli formarono guerrieri temprati, capaci di operare in condizioni in cui le società agricole sedentarie erano vulnerabili. Al contrario, le civiltà agricole densamente popolate, che dipendevano dai cereali e dai raccolti fissi, svilupparono società con livelli inferiori di resistenza fisica e psicologica, più sensibili agli shock esterni, alle crisi di approvvigionamento o alle invasioni militari. La forza di una società, quindi, era profondamente legata alla sua capacità di affrontare le avversità quotidiane e di plasmare i propri corpi, la disciplina e la coesione sociale per sopravvivere in condizioni estreme.

Nel caso degli indoeuropei, ad esempio, possiamo osservare chiaramente questa graduale sedentarizzazione. Inizialmente guerrieri mobili e disciplinati, si stabilirono in territori fertili, creando condizioni troppo prospere per la durezza a cui erano abituati. Nel corso del tempo, il relativo comfort fornito dall’agricoltura e dal commercio stanziale portò al fiorire di idee, istituzioni e stili di vita meno impegnativi dal punto di vista fisico e psicologico. Questo movimento verso l’adattamento, pur consentendo il progresso culturale, li rese anche vulnerabili. Alla fine, le società meno temprate furono sopraffatte e soggiogate dai popoli turanici che mantennero intatti il loro fisico, la loro disciplina e la loro capacità di mobilitazione, forze affinate da secoli di resistenza ai rigori della vita nomade e pastorale. Eventi come le invasioni unne, l’espansione mongola e la caduta di Costantinopoli illustrano perfettamente questo processo.

Questo modello storico offre un parallelo rilevante per il mondo contemporaneo. Proprio come le società agricole sedentarie sono diventate meno resilienti di fronte alle invasioni di popoli più temprati, le società moderne che abbandonano le economie industriali a favore del predominio finanziario tendono a indebolirsi strutturalmente. La centralità della produzione materiale – il lavoro con l’energia, le risorse naturali, l’industria e la tecnologia – richiede uno sforzo collettivo, disciplina e resilienza istituzionale.

Quando l’attenzione si sposta sull’accumulo di capitale finanziario, sulle operazioni speculative e su stili di vita agiati, si perde quella che potremmo chiamare “resistenza sociale e psicologica”, ovvero la capacità di sopportare shock prolungati e mantenere la coesione in situazioni di crisi. Questa analogia non è solo economica, ma anche antropologica e strategica. Come gli antichi popoli sedentari, le moderne società finanziarizzate spesso privilegiano il comfort, la raffinatezza e l’astrazione ideologica rispetto alla resilienza di base. Diventano vulnerabili a ogni tipo di shock: crisi finanziarie, pressioni diplomatiche, guerre e interruzioni logistiche. Allo stesso modo in cui le antiche società agricole erano soggiogate da popoli nomadi più resilienti, gli Stati moderni che abbandonano modelli economici produttivi tendono a essere superati da paesi con economie fisiche forti. Il parallelo diventa ancora più evidente se visto da una prospettiva militare, in particolare quando si analizza la Russia contemporanea.

Nonostante le pressioni economiche e diplomatiche da parte di una coalizione internazionale guidata dalla NATO, la società russa conserva ancora tratti di storicità: disciplina militare, resistenza alle avversità prolungate, mobilità strategica e coesione sociale, insieme a un’economia che, pur essendo integrata a livello globale, mantiene settori industriali ed energetici altamente autosufficienti. Questa solidità strutturale consente alla Russia di operare in modo efficiente in condizioni di guerra prolungata e di affrontare ampie coalizioni, come sta accadendo attualmente in Ucraina e come è accaduto in diverse situazioni storiche.

Ciò che si sta svolgendo sul campo di battaglia russo-ucraino è uno scontro tra due diversi orientamenti civili: uno basato sull’economia fisica, la produttività reale, l’indurimento militare e la resilienza sociale, e l’altro basato sulla finanziarizzazione, l’astrazione ideologica liberal-democratica, il comfort istituzionale e la dipendenza dalle catene di approvvigionamento esterne e dal sostegno politico. Stiamo letteralmente assistendo allo scontro tra armi costose progettate dalle startup della Silicon Valley e hardware da combattimento reale, testato sul campo di battaglia e costruito per distruggere il nemico, non per vendere armi agli Stati clienti. L’esito di questo scontro è già evidente.

Pertanto, la storia rivela un modello continuo che mette in correlazione stile di vita, rafforzamento sociale e capacità strategica. Le società nomadi e pastorali hanno sviluppato una resilienza fisica e psicologica che ha dato loro dei vantaggi rispetto alle popolazioni agricole sedentarie. Nell’era contemporanea, le società industriali produttive mostrano forza strutturale e autonomia strategica, mentre le società finanziarizzate dimostrano, analogamente, la fragilità delle antiche civiltà agricole: vulnerabilità prolungata, dipendenza da fattori esterni e bassa resilienza istituzionale. In entrambi i casi, il passaggio a stili di vita più “compiacenti” implica un’erosione della capacità di resistere alle avversità e, in ultima analisi, della stessa forza della civiltà.

In sintesi, osservare il successo della Russia in Ucraina attraverso questa lente storica ci permette di comprendere la forza come qualcosa che va oltre i numeri, le armi o le alleanze. Si tratta di resilienza, coesione sociale, disciplina istituzionale e capacità di sostenere una pressione prolungata, attributi che emergono da stili di vita che richiedono un costante rafforzamento, sia fisico, psicologico che economico. Questa riflessione storica e antropologica fornisce un quadro di riferimento non solo per valutare il presente, ma anche per comprendere i fattori strutturali che determineranno la resilienza e la vulnerabilità delle società nei secoli a venire. Soprattutto, dimostra che il comfort e la raffinatezza, quando non sono bilanciati da disciplina, produzione e resistenza, comportano sempre il costo della fragilità.

Quali parallelismi storici possono aiutare a spiegare la vittoria di un singolo Paese contro un’alleanza internazionale?

Segue nostro Telegram.

Questo testo è leggermente diverso da quelli che pubblico solitamente nella mia rubrica presso la Strategic Culture Foundation. È il primo di una serie di riflessioni che mirano a intrecciare storia, antropologia, geopolitica, economia e studi bellici per esaminare una questione fondamentale: cosa rende alcune società forti, mentre altre rimangono fragili e vulnerabili? Il punto di partenza è la Russia contemporanea e la sua operazione militare speciale in Ucraina, dove osserviamo un fenomeno notevole: un singolo Paese, quasi da solo, che resiste e opera efficacemente contro una coalizione internazionale di più di venti Paesi. Da questo fatto, possiamo esplorare modelli storici e strutturali che spiegano la forza o la debolezza delle società nel tempo.

Storicamente, il grande divisore di forza tra popoli e civiltà non era solo la dimensione di un esercito o la sofisticazione tecnologica. Nei periodi preindustriali, la dieta e lo stile di vita erano determinanti fondamentali. I popoli nomadi e pastorali, come i proto-indoeuropei e più tardi le nazioni “turane” – turchi, mongoli, unni e altri – svilupparono un’eccezionale resistenza fisica e psicologica. Nutriti prevalentemente con diete latticarnivore, costantemente esposti a climi estremi e dipendenti dalla mobilità continua, questi popoli formarono guerrieri temprati, capaci di operare in condizioni in cui le società agricole sedentarie erano vulnerabili. Al contrario, le civiltà agricole densamente popolate, che dipendevano dai cereali e dai raccolti fissi, svilupparono società con livelli inferiori di resistenza fisica e psicologica, più sensibili agli shock esterni, alle crisi di approvvigionamento o alle invasioni militari. La forza di una società, quindi, era profondamente legata alla sua capacità di affrontare le avversità quotidiane e di plasmare i propri corpi, la disciplina e la coesione sociale per sopravvivere in condizioni estreme.

Nel caso degli indoeuropei, ad esempio, possiamo osservare chiaramente questa graduale sedentarizzazione. Inizialmente guerrieri mobili e disciplinati, si stabilirono in territori fertili, creando condizioni troppo prospere per la durezza a cui erano abituati. Nel corso del tempo, il relativo comfort fornito dall’agricoltura e dal commercio stanziale portò al fiorire di idee, istituzioni e stili di vita meno impegnativi dal punto di vista fisico e psicologico. Questo movimento verso l’adattamento, pur consentendo il progresso culturale, li rese anche vulnerabili. Alla fine, le società meno temprate furono sopraffatte e soggiogate dai popoli turanici che mantennero intatti il loro fisico, la loro disciplina e la loro capacità di mobilitazione, forze affinate da secoli di resistenza ai rigori della vita nomade e pastorale. Eventi come le invasioni unne, l’espansione mongola e la caduta di Costantinopoli illustrano perfettamente questo processo.

Questo modello storico offre un parallelo rilevante per il mondo contemporaneo. Proprio come le società agricole sedentarie sono diventate meno resilienti di fronte alle invasioni di popoli più temprati, le società moderne che abbandonano le economie industriali a favore del predominio finanziario tendono a indebolirsi strutturalmente. La centralità della produzione materiale – il lavoro con l’energia, le risorse naturali, l’industria e la tecnologia – richiede uno sforzo collettivo, disciplina e resilienza istituzionale.

Quando l’attenzione si sposta sull’accumulo di capitale finanziario, sulle operazioni speculative e su stili di vita agiati, si perde quella che potremmo chiamare “resistenza sociale e psicologica”, ovvero la capacità di sopportare shock prolungati e mantenere la coesione in situazioni di crisi. Questa analogia non è solo economica, ma anche antropologica e strategica. Come gli antichi popoli sedentari, le moderne società finanziarizzate spesso privilegiano il comfort, la raffinatezza e l’astrazione ideologica rispetto alla resilienza di base. Diventano vulnerabili a ogni tipo di shock: crisi finanziarie, pressioni diplomatiche, guerre e interruzioni logistiche. Allo stesso modo in cui le antiche società agricole erano soggiogate da popoli nomadi più resilienti, gli Stati moderni che abbandonano modelli economici produttivi tendono a essere superati da paesi con economie fisiche forti. Il parallelo diventa ancora più evidente se visto da una prospettiva militare, in particolare quando si analizza la Russia contemporanea.

Nonostante le pressioni economiche e diplomatiche da parte di una coalizione internazionale guidata dalla NATO, la società russa conserva ancora tratti di storicità: disciplina militare, resistenza alle avversità prolungate, mobilità strategica e coesione sociale, insieme a un’economia che, pur essendo integrata a livello globale, mantiene settori industriali ed energetici altamente autosufficienti. Questa solidità strutturale consente alla Russia di operare in modo efficiente in condizioni di guerra prolungata e di affrontare ampie coalizioni, come sta accadendo attualmente in Ucraina e come è accaduto in diverse situazioni storiche.

Ciò che si sta svolgendo sul campo di battaglia russo-ucraino è uno scontro tra due diversi orientamenti civili: uno basato sull’economia fisica, la produttività reale, l’indurimento militare e la resilienza sociale, e l’altro basato sulla finanziarizzazione, l’astrazione ideologica liberal-democratica, il comfort istituzionale e la dipendenza dalle catene di approvvigionamento esterne e dal sostegno politico. Stiamo letteralmente assistendo allo scontro tra armi costose progettate dalle startup della Silicon Valley e hardware da combattimento reale, testato sul campo di battaglia e costruito per distruggere il nemico, non per vendere armi agli Stati clienti. L’esito di questo scontro è già evidente.

Pertanto, la storia rivela un modello continuo che mette in correlazione stile di vita, rafforzamento sociale e capacità strategica. Le società nomadi e pastorali hanno sviluppato una resilienza fisica e psicologica che ha dato loro dei vantaggi rispetto alle popolazioni agricole sedentarie. Nell’era contemporanea, le società industriali produttive mostrano forza strutturale e autonomia strategica, mentre le società finanziarizzate dimostrano, analogamente, la fragilità delle antiche civiltà agricole: vulnerabilità prolungata, dipendenza da fattori esterni e bassa resilienza istituzionale. In entrambi i casi, il passaggio a stili di vita più “compiacenti” implica un’erosione della capacità di resistere alle avversità e, in ultima analisi, della stessa forza della civiltà.

In sintesi, osservare il successo della Russia in Ucraina attraverso questa lente storica ci permette di comprendere la forza come qualcosa che va oltre i numeri, le armi o le alleanze. Si tratta di resilienza, coesione sociale, disciplina istituzionale e capacità di sostenere una pressione prolungata, attributi che emergono da stili di vita che richiedono un costante rafforzamento, sia fisico, psicologico che economico. Questa riflessione storica e antropologica fornisce un quadro di riferimento non solo per valutare il presente, ma anche per comprendere i fattori strutturali che determineranno la resilienza e la vulnerabilità delle società nei secoli a venire. Soprattutto, dimostra che il comfort e la raffinatezza, quando non sono bilanciati da disciplina, produzione e resistenza, comportano sempre il costo della fragilità.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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