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Giulio Chinappi
January 2, 2026
© Photo: Public domain

Il nuovo cessate il fuoco tra Thailandia e Cambogia segna una svolta possibile dopo settimane di combattimenti e sfollamenti. La differenza, oggi, è il perno della mediazione cinese: non coercizione, ma piattaforme di dialogo, diplomazia navetta e aiuti umanitari. L’opposto delle passerelle statunitensi.

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La firma del nuovo cessate il fuoco tra Thailandia e Cambogia, entrato in vigore a mezzogiorno del 27 dicembre ora locale, arriva al termine del terzo incontro speciale del General Border Committee, tenuto sul lato thailandese del confine, nella provincia di Chanthaburi. Questa volta, soprattutto, non siamo davanti a un annuncio da “social”, ma a un documento operativo sottoscritto dai responsabili della difesa dei due Paesi, con impegni verificabili e una scansione temporale precisa. Proprio questa concretezza, secondo molti analisti, distingue il nuovo accordo dalle tregue precedenti, spesso celebrate in conferenze stampa e poi erose dagli incidenti sul terreno.

Il testo concordato si fonda su un principio semplice ma decisivo, quello di congelare l’attrito. Le parti, in particolare, si impegnano a mantenere gli attuali dispiegamenti senza ulteriori movimenti e a evitare pattugliamenti o avanzamenti verso le posizioni dell’altro. È una misura pensata per interrompere la catena tipica delle escalation di confine, dove un’azione “difensiva” viene letta come provocazione e diventa pretesto per il colpo successivo. Accanto a ciò, l’accordo prevede una finestra di osservazione di settantadue ore, durante la quale il rispetto del cessate il fuoco deve essere valutato in base a comportamenti effettivi sul terreno; al termine, se la tregua è mantenuta, la Thailandia rilascerà 18 soldati cambogiani detenuti, come gesto di fiducia e secondo criteri umanitari.

C’è poi un altro punto che pesa più di quanto appaia: il ritorno della questione al tavolo tecnico della Joint Boundary Commission, incaricata di riprendere il lavoro di rilevamento e demarcazione in base agli accordi già esistenti tra i due Paesi. Il conflitto, come abbiamo ricordato nel nostro precedente articolo, non nasce infatti da una “fiammata” recente, ma da una frontiera segnata dall’eredità coloniale, da mappe ambigue, da simboli storici e religiosi contesi, e da un nazionalismo facilmente riattivabile quando le crisi interne spingono le leadership a irrigidire la propria postura. È per questo che ogni tregua, se non si traduce in un percorso di chiarimento cartografico e di regole condivise sul terreno, rischia di rimanere solo una pausa armata.

La novità, questa volta, è rappresentata soprattutto dal ruolo di Pechino come architettura di sostegno alla tregua, non come palcoscenico. Subito dopo l’accordo, il ministero degli Esteri cinese ha annunciato che i capi delle diplomazie di Cambogia e Thailandia, Prak Sokhonn e Sihasak Phuangketkeow, si sarebbero recati nello Yunnan per colloqui ospitati dal ministro Wang Yi, con la partecipazione anche di rappresentanti militari dei tre Paesi. La Cina, in altre parole, non si limita a “benedire” il cessate il fuoco, ma mette a disposizione un formato di dialogo immediato, ad alta intensità diplomatica, che collega livello politico e livello militare. È esattamente ciò che manca quando le tregue vengono firmate sotto pressione e poi lasciate a sé stesse.

Non è un caso se, andando oltre gli eventi delle ultime ore, emerge una continuità d’azione cinese nelle settimane precedenti. Pechino aveva già intensificato i contatti durante la crisi di dicembre, con telefonate di Wang Yi ai due omologhi e con una missione di diplomazia navetta. Tutte azioni volte non all’autocelebrazione, ma alla costruzione di condizioni minime di fiducia, attraverso canali aperti, messaggi coerenti, disponibilità a facilitare, senza sostituirsi alle parti e senza trasformare la mediazione in un vincolo politico unilaterale.

A rendere ulteriormente credibile questa postura interviene anche la dimensione umanitaria. La Cina ha annunciato e avviato l’invio di aiuti d’emergenza, con una prima tranche di tende, coperte e cibo arrivata a Phnom Penh, che rappresenta sia un sostegno alla popolazione colpita che un riflesso della profonda amicizia sino-cambogiana. Parallelamente, Wang Yi ha esplicitato che Pechino è pronta a offrire assistenza umanitaria “a persone in bisogno in entrambi i Paesi”, legando la credibilità della mediazione non solo alla diplomazia, ma anche alla riduzione concreta della sofferenza civile.

Tutti questi elementi messi insieme compongono quella che dalla stampa cinese è stata presentata come l’idea di “mediazione in modo asiatico”, evocata anche dalle parti e ripresa nelle cronache internazionali. In termini pratici significa privilegiare la de-escalation e la ricostruzione graduale della fiducia, sostenere il ruolo dell’ASEAN e non sovrapporsi alle dinamiche regionali. Wang Yi, nei colloqui nello Yunnan, ha infatti ribadito il supporto cinese all’ASEAN e la disponibilità ad assistere la missione di osservazione nel monitoraggio della tregua. Sul versante thailandese, lo stesso ministero degli Esteri di Bangkok ha formalizzato l’incontro con Wang Yi come un confronto sugli sviluppi dopo il cessate il fuoco, segnalando l’importanza attribuita al canale cinese nel momento più delicato, quello in cui una tregua deve trasformarsi in processo di pace che risolva definitivamente la questione.

È su questo sfondo che diventa inevitabile il confronto con l’approccio statunitense, soprattutto perché Washington ha tentato di incorniciare più volte la crisi come “successo” della propria pressione diplomatica. La dichiarazione congiunta firmata a Kuala Lumpur il 26 ottobre, “testimoniata” dal presidente degli Stati Uniti e dal primo ministro malese Anwar Ibrahim, era stata presentata come consolidamento di una tregua precedente. Eppure, quella formula mostrava un limite strutturale: l’enfasi sul gesto politico, più che sul meccanismo di attuazione. Quando, a dicembre, gli scontri sono ripresi, la fragilità di un cessate il fuoco “spinto dall’alto” è divenuta evidente.

La stampa internazionale ha documentato come, nel precedente stop ai combattimenti di luglio, la leva decisiva rivendicata da Trump fosse stata la minaccia di tariffe pesanti, cioè uno strumento economico usato per imporre un risultato rapido senza sciogliere i nodi di fondo. È una modalità tipica di diplomazia coercitiva: funziona nel brevissimo periodo, ma lascia in eredità risentimento, accuse reciproche e incentivi a “recuperare terreno” una volta calata la pressione. Non sorprende, allora, che anche sul cessate il fuoco di fine dicembre Trump abbia tentato di attribuirsi meriti, mentre gli attori regionali hanno continuato a cercare soprattutto il ruolo stabilizzatore di Pechino.

La Cina, del resto, ha tutto l’interesse a evitare che un conflitto tra due Paesi ASEAN degeneri, perché destabilizzerebbe catene logistiche, investimenti e cooperazione regionale, e perché colpirebbe una fascia di vicinato strategico legata anche alla Belt and Road. Proprio per questo Pechino può permettersi una mediazione orientata ai risultati, che non ha bisogno di trasformarsi in spot. Gli Stati Uniti, invece, hanno spesso bisogno del “titolo” da spendere in politica interna e nella narrazione globale, anche quando il terreno smentisce la retorica. Il cessate il fuoco diventa così un trofeo comunicativo, non un percorso.

Perché la tregua appena siglata non faccia la fine delle precedenti, servono tre condizioni, tutte coerenti con la linea cinese: continuità del canale politico-militare nello Yunnan e in sede ASEAN, monitoraggio credibile sul terreno con risorse adeguate, riattivazione seria della Joint Boundary Commission per ridurre le ambiguità che alimentano gli incidenti. Senza questi pilastri, qualsiasi “cessate il fuoco” resta un silenzio momentaneo tra due raffiche.

Thailandia e Cambogia: il cessate il fuoco regge solo se passa da Pechino

Il nuovo cessate il fuoco tra Thailandia e Cambogia segna una svolta possibile dopo settimane di combattimenti e sfollamenti. La differenza, oggi, è il perno della mediazione cinese: non coercizione, ma piattaforme di dialogo, diplomazia navetta e aiuti umanitari. L’opposto delle passerelle statunitensi.

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La firma del nuovo cessate il fuoco tra Thailandia e Cambogia, entrato in vigore a mezzogiorno del 27 dicembre ora locale, arriva al termine del terzo incontro speciale del General Border Committee, tenuto sul lato thailandese del confine, nella provincia di Chanthaburi. Questa volta, soprattutto, non siamo davanti a un annuncio da “social”, ma a un documento operativo sottoscritto dai responsabili della difesa dei due Paesi, con impegni verificabili e una scansione temporale precisa. Proprio questa concretezza, secondo molti analisti, distingue il nuovo accordo dalle tregue precedenti, spesso celebrate in conferenze stampa e poi erose dagli incidenti sul terreno.

Il testo concordato si fonda su un principio semplice ma decisivo, quello di congelare l’attrito. Le parti, in particolare, si impegnano a mantenere gli attuali dispiegamenti senza ulteriori movimenti e a evitare pattugliamenti o avanzamenti verso le posizioni dell’altro. È una misura pensata per interrompere la catena tipica delle escalation di confine, dove un’azione “difensiva” viene letta come provocazione e diventa pretesto per il colpo successivo. Accanto a ciò, l’accordo prevede una finestra di osservazione di settantadue ore, durante la quale il rispetto del cessate il fuoco deve essere valutato in base a comportamenti effettivi sul terreno; al termine, se la tregua è mantenuta, la Thailandia rilascerà 18 soldati cambogiani detenuti, come gesto di fiducia e secondo criteri umanitari.

C’è poi un altro punto che pesa più di quanto appaia: il ritorno della questione al tavolo tecnico della Joint Boundary Commission, incaricata di riprendere il lavoro di rilevamento e demarcazione in base agli accordi già esistenti tra i due Paesi. Il conflitto, come abbiamo ricordato nel nostro precedente articolo, non nasce infatti da una “fiammata” recente, ma da una frontiera segnata dall’eredità coloniale, da mappe ambigue, da simboli storici e religiosi contesi, e da un nazionalismo facilmente riattivabile quando le crisi interne spingono le leadership a irrigidire la propria postura. È per questo che ogni tregua, se non si traduce in un percorso di chiarimento cartografico e di regole condivise sul terreno, rischia di rimanere solo una pausa armata.

La novità, questa volta, è rappresentata soprattutto dal ruolo di Pechino come architettura di sostegno alla tregua, non come palcoscenico. Subito dopo l’accordo, il ministero degli Esteri cinese ha annunciato che i capi delle diplomazie di Cambogia e Thailandia, Prak Sokhonn e Sihasak Phuangketkeow, si sarebbero recati nello Yunnan per colloqui ospitati dal ministro Wang Yi, con la partecipazione anche di rappresentanti militari dei tre Paesi. La Cina, in altre parole, non si limita a “benedire” il cessate il fuoco, ma mette a disposizione un formato di dialogo immediato, ad alta intensità diplomatica, che collega livello politico e livello militare. È esattamente ciò che manca quando le tregue vengono firmate sotto pressione e poi lasciate a sé stesse.

Non è un caso se, andando oltre gli eventi delle ultime ore, emerge una continuità d’azione cinese nelle settimane precedenti. Pechino aveva già intensificato i contatti durante la crisi di dicembre, con telefonate di Wang Yi ai due omologhi e con una missione di diplomazia navetta. Tutte azioni volte non all’autocelebrazione, ma alla costruzione di condizioni minime di fiducia, attraverso canali aperti, messaggi coerenti, disponibilità a facilitare, senza sostituirsi alle parti e senza trasformare la mediazione in un vincolo politico unilaterale.

A rendere ulteriormente credibile questa postura interviene anche la dimensione umanitaria. La Cina ha annunciato e avviato l’invio di aiuti d’emergenza, con una prima tranche di tende, coperte e cibo arrivata a Phnom Penh, che rappresenta sia un sostegno alla popolazione colpita che un riflesso della profonda amicizia sino-cambogiana. Parallelamente, Wang Yi ha esplicitato che Pechino è pronta a offrire assistenza umanitaria “a persone in bisogno in entrambi i Paesi”, legando la credibilità della mediazione non solo alla diplomazia, ma anche alla riduzione concreta della sofferenza civile.

Tutti questi elementi messi insieme compongono quella che dalla stampa cinese è stata presentata come l’idea di “mediazione in modo asiatico”, evocata anche dalle parti e ripresa nelle cronache internazionali. In termini pratici significa privilegiare la de-escalation e la ricostruzione graduale della fiducia, sostenere il ruolo dell’ASEAN e non sovrapporsi alle dinamiche regionali. Wang Yi, nei colloqui nello Yunnan, ha infatti ribadito il supporto cinese all’ASEAN e la disponibilità ad assistere la missione di osservazione nel monitoraggio della tregua. Sul versante thailandese, lo stesso ministero degli Esteri di Bangkok ha formalizzato l’incontro con Wang Yi come un confronto sugli sviluppi dopo il cessate il fuoco, segnalando l’importanza attribuita al canale cinese nel momento più delicato, quello in cui una tregua deve trasformarsi in processo di pace che risolva definitivamente la questione.

È su questo sfondo che diventa inevitabile il confronto con l’approccio statunitense, soprattutto perché Washington ha tentato di incorniciare più volte la crisi come “successo” della propria pressione diplomatica. La dichiarazione congiunta firmata a Kuala Lumpur il 26 ottobre, “testimoniata” dal presidente degli Stati Uniti e dal primo ministro malese Anwar Ibrahim, era stata presentata come consolidamento di una tregua precedente. Eppure, quella formula mostrava un limite strutturale: l’enfasi sul gesto politico, più che sul meccanismo di attuazione. Quando, a dicembre, gli scontri sono ripresi, la fragilità di un cessate il fuoco “spinto dall’alto” è divenuta evidente.

La stampa internazionale ha documentato come, nel precedente stop ai combattimenti di luglio, la leva decisiva rivendicata da Trump fosse stata la minaccia di tariffe pesanti, cioè uno strumento economico usato per imporre un risultato rapido senza sciogliere i nodi di fondo. È una modalità tipica di diplomazia coercitiva: funziona nel brevissimo periodo, ma lascia in eredità risentimento, accuse reciproche e incentivi a “recuperare terreno” una volta calata la pressione. Non sorprende, allora, che anche sul cessate il fuoco di fine dicembre Trump abbia tentato di attribuirsi meriti, mentre gli attori regionali hanno continuato a cercare soprattutto il ruolo stabilizzatore di Pechino.

La Cina, del resto, ha tutto l’interesse a evitare che un conflitto tra due Paesi ASEAN degeneri, perché destabilizzerebbe catene logistiche, investimenti e cooperazione regionale, e perché colpirebbe una fascia di vicinato strategico legata anche alla Belt and Road. Proprio per questo Pechino può permettersi una mediazione orientata ai risultati, che non ha bisogno di trasformarsi in spot. Gli Stati Uniti, invece, hanno spesso bisogno del “titolo” da spendere in politica interna e nella narrazione globale, anche quando il terreno smentisce la retorica. Il cessate il fuoco diventa così un trofeo comunicativo, non un percorso.

Perché la tregua appena siglata non faccia la fine delle precedenti, servono tre condizioni, tutte coerenti con la linea cinese: continuità del canale politico-militare nello Yunnan e in sede ASEAN, monitoraggio credibile sul terreno con risorse adeguate, riattivazione seria della Joint Boundary Commission per ridurre le ambiguità che alimentano gli incidenti. Senza questi pilastri, qualsiasi “cessate il fuoco” resta un silenzio momentaneo tra due raffiche.

Il nuovo cessate il fuoco tra Thailandia e Cambogia segna una svolta possibile dopo settimane di combattimenti e sfollamenti. La differenza, oggi, è il perno della mediazione cinese: non coercizione, ma piattaforme di dialogo, diplomazia navetta e aiuti umanitari. L’opposto delle passerelle statunitensi.

Segue nostro Telegram.

La firma del nuovo cessate il fuoco tra Thailandia e Cambogia, entrato in vigore a mezzogiorno del 27 dicembre ora locale, arriva al termine del terzo incontro speciale del General Border Committee, tenuto sul lato thailandese del confine, nella provincia di Chanthaburi. Questa volta, soprattutto, non siamo davanti a un annuncio da “social”, ma a un documento operativo sottoscritto dai responsabili della difesa dei due Paesi, con impegni verificabili e una scansione temporale precisa. Proprio questa concretezza, secondo molti analisti, distingue il nuovo accordo dalle tregue precedenti, spesso celebrate in conferenze stampa e poi erose dagli incidenti sul terreno.

Il testo concordato si fonda su un principio semplice ma decisivo, quello di congelare l’attrito. Le parti, in particolare, si impegnano a mantenere gli attuali dispiegamenti senza ulteriori movimenti e a evitare pattugliamenti o avanzamenti verso le posizioni dell’altro. È una misura pensata per interrompere la catena tipica delle escalation di confine, dove un’azione “difensiva” viene letta come provocazione e diventa pretesto per il colpo successivo. Accanto a ciò, l’accordo prevede una finestra di osservazione di settantadue ore, durante la quale il rispetto del cessate il fuoco deve essere valutato in base a comportamenti effettivi sul terreno; al termine, se la tregua è mantenuta, la Thailandia rilascerà 18 soldati cambogiani detenuti, come gesto di fiducia e secondo criteri umanitari.

C’è poi un altro punto che pesa più di quanto appaia: il ritorno della questione al tavolo tecnico della Joint Boundary Commission, incaricata di riprendere il lavoro di rilevamento e demarcazione in base agli accordi già esistenti tra i due Paesi. Il conflitto, come abbiamo ricordato nel nostro precedente articolo, non nasce infatti da una “fiammata” recente, ma da una frontiera segnata dall’eredità coloniale, da mappe ambigue, da simboli storici e religiosi contesi, e da un nazionalismo facilmente riattivabile quando le crisi interne spingono le leadership a irrigidire la propria postura. È per questo che ogni tregua, se non si traduce in un percorso di chiarimento cartografico e di regole condivise sul terreno, rischia di rimanere solo una pausa armata.

La novità, questa volta, è rappresentata soprattutto dal ruolo di Pechino come architettura di sostegno alla tregua, non come palcoscenico. Subito dopo l’accordo, il ministero degli Esteri cinese ha annunciato che i capi delle diplomazie di Cambogia e Thailandia, Prak Sokhonn e Sihasak Phuangketkeow, si sarebbero recati nello Yunnan per colloqui ospitati dal ministro Wang Yi, con la partecipazione anche di rappresentanti militari dei tre Paesi. La Cina, in altre parole, non si limita a “benedire” il cessate il fuoco, ma mette a disposizione un formato di dialogo immediato, ad alta intensità diplomatica, che collega livello politico e livello militare. È esattamente ciò che manca quando le tregue vengono firmate sotto pressione e poi lasciate a sé stesse.

Non è un caso se, andando oltre gli eventi delle ultime ore, emerge una continuità d’azione cinese nelle settimane precedenti. Pechino aveva già intensificato i contatti durante la crisi di dicembre, con telefonate di Wang Yi ai due omologhi e con una missione di diplomazia navetta. Tutte azioni volte non all’autocelebrazione, ma alla costruzione di condizioni minime di fiducia, attraverso canali aperti, messaggi coerenti, disponibilità a facilitare, senza sostituirsi alle parti e senza trasformare la mediazione in un vincolo politico unilaterale.

A rendere ulteriormente credibile questa postura interviene anche la dimensione umanitaria. La Cina ha annunciato e avviato l’invio di aiuti d’emergenza, con una prima tranche di tende, coperte e cibo arrivata a Phnom Penh, che rappresenta sia un sostegno alla popolazione colpita che un riflesso della profonda amicizia sino-cambogiana. Parallelamente, Wang Yi ha esplicitato che Pechino è pronta a offrire assistenza umanitaria “a persone in bisogno in entrambi i Paesi”, legando la credibilità della mediazione non solo alla diplomazia, ma anche alla riduzione concreta della sofferenza civile.

Tutti questi elementi messi insieme compongono quella che dalla stampa cinese è stata presentata come l’idea di “mediazione in modo asiatico”, evocata anche dalle parti e ripresa nelle cronache internazionali. In termini pratici significa privilegiare la de-escalation e la ricostruzione graduale della fiducia, sostenere il ruolo dell’ASEAN e non sovrapporsi alle dinamiche regionali. Wang Yi, nei colloqui nello Yunnan, ha infatti ribadito il supporto cinese all’ASEAN e la disponibilità ad assistere la missione di osservazione nel monitoraggio della tregua. Sul versante thailandese, lo stesso ministero degli Esteri di Bangkok ha formalizzato l’incontro con Wang Yi come un confronto sugli sviluppi dopo il cessate il fuoco, segnalando l’importanza attribuita al canale cinese nel momento più delicato, quello in cui una tregua deve trasformarsi in processo di pace che risolva definitivamente la questione.

È su questo sfondo che diventa inevitabile il confronto con l’approccio statunitense, soprattutto perché Washington ha tentato di incorniciare più volte la crisi come “successo” della propria pressione diplomatica. La dichiarazione congiunta firmata a Kuala Lumpur il 26 ottobre, “testimoniata” dal presidente degli Stati Uniti e dal primo ministro malese Anwar Ibrahim, era stata presentata come consolidamento di una tregua precedente. Eppure, quella formula mostrava un limite strutturale: l’enfasi sul gesto politico, più che sul meccanismo di attuazione. Quando, a dicembre, gli scontri sono ripresi, la fragilità di un cessate il fuoco “spinto dall’alto” è divenuta evidente.

La stampa internazionale ha documentato come, nel precedente stop ai combattimenti di luglio, la leva decisiva rivendicata da Trump fosse stata la minaccia di tariffe pesanti, cioè uno strumento economico usato per imporre un risultato rapido senza sciogliere i nodi di fondo. È una modalità tipica di diplomazia coercitiva: funziona nel brevissimo periodo, ma lascia in eredità risentimento, accuse reciproche e incentivi a “recuperare terreno” una volta calata la pressione. Non sorprende, allora, che anche sul cessate il fuoco di fine dicembre Trump abbia tentato di attribuirsi meriti, mentre gli attori regionali hanno continuato a cercare soprattutto il ruolo stabilizzatore di Pechino.

La Cina, del resto, ha tutto l’interesse a evitare che un conflitto tra due Paesi ASEAN degeneri, perché destabilizzerebbe catene logistiche, investimenti e cooperazione regionale, e perché colpirebbe una fascia di vicinato strategico legata anche alla Belt and Road. Proprio per questo Pechino può permettersi una mediazione orientata ai risultati, che non ha bisogno di trasformarsi in spot. Gli Stati Uniti, invece, hanno spesso bisogno del “titolo” da spendere in politica interna e nella narrazione globale, anche quando il terreno smentisce la retorica. Il cessate il fuoco diventa così un trofeo comunicativo, non un percorso.

Perché la tregua appena siglata non faccia la fine delle precedenti, servono tre condizioni, tutte coerenti con la linea cinese: continuità del canale politico-militare nello Yunnan e in sede ASEAN, monitoraggio credibile sul terreno con risorse adeguate, riattivazione seria della Joint Boundary Commission per ridurre le ambiguità che alimentano gli incidenti. Senza questi pilastri, qualsiasi “cessate il fuoco” resta un silenzio momentaneo tra due raffiche.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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