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Lorenzo Maria Pacini
March 24, 2026
© Photo: Public domain

Lo Stretto di Ormuz è il nuovo «scenario di guerra». Nel giro di pochi giorni, il mondo ha cominciato a tremare, ancora più di quanto non facesse già.

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Che si aprino le danze

Ci siamo. Lo stretto di Hormuz è il nuovo “war game”. Nel giro di pochi giorni, il mondo ha cominciato a tremare, più di quanto non stesse già facendo.

Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei passaggi marittimi più importanti del sistema economico globale. Situato tra la penisola arabica e l’Iran, esso collega il Golfo Persico con il Golfo dell’Oman e, attraverso il Mar Arabico, con l’Oceano Indiano. La sua posizione geografica lo rende un vero e proprio “collo di bottiglia” del commercio energetico mondiale, poiché gran parte delle esportazioni di petrolio e gas naturale liquefatto provenienti dal Medio Oriente deve transitare attraverso questo stretto corridoio marittimo. Per questa ragione lo Stretto di Hormuz assume una rilevanza non soltanto economica, ma anche strategica e geopolitica, costituendo uno dei punti più sensibili per la sicurezza energetica globale.

Dal punto di vista geografico, lo stretto ha una larghezza minima di circa 33 chilometri, mentre le corsie di navigazione utilizzate dalle navi commerciali sono molto più ristrette, organizzate secondo un sistema di traffico marittimo con due corridoi di circa tre chilometri ciascuno separati da una zona di sicurezza. Questa conformazione rende il traffico marittimo particolarmente vulnerabile a eventuali interruzioni, incidenti o tensioni militari. Proprio per questo motivo, il controllo e la sicurezza dello Stretto di Hormuz sono considerati una priorità strategica per numerosi Stati e organizzazioni internazionali.

Dal punto di vista geoeconomico, lo stretto rappresenta uno snodo fondamentale per il commercio mondiale di idrocarburi. Secondo le principali analisi energetiche internazionali, circa un quinto del petrolio consumato a livello globale transita attraverso questo passaggio. Ogni giorno transitano nello stretto tra i 20 e i 21 milioni di barili di petrolio e prodotti petroliferi, pari a circa il 20% del consumo mondiale. Oltre al petrolio greggio, una quota significativa del commercio mondiale di gas naturale liquefatto (GNL) attraversa questa rotta, soprattutto quello esportato dal Qatar, uno dei principali produttori mondiali di GNL. Si stima che circa il 25–30% del commercio globale di gas naturale liquefatto passi attraverso lo Stretto di Hormuz.

Le principali merci che transitano attraverso questo passaggio sono dunque il petrolio greggio, i prodotti raffinati e il gas naturale liquefatto. Tuttavia, oltre alle risorse energetiche, lo stretto è attraversato anche da navi container, navi portarinfuse e petroliere che trasportano altre tipologie di merci, come prodotti chimici, metalli, materie prime industriali e beni di consumo destinati ai mercati asiatici, europei e nordamericani. La presenza di grandi porti commerciali nel Golfo Persico, come quelli situati negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita, contribuisce ulteriormente all’intensità dei flussi commerciali che attraversano lo stretto.

Gli attori principali coinvolti nella dinamica geopolitica dello Stretto di Hormuz sono innanzitutto gli Stati rivieraschi, in particolare l’Iran e l’Oman, che si affacciano direttamente sullo stretto e ne condividono il controllo territoriale. L’Iran, in particolare, esercita una forte influenza strategica sulla regione, anche grazie alla presenza militare lungo la costa e nelle isole vicine allo stretto. Dal punto di vista politico e militare, Teheran ha più volte dichiarato, in situazioni di tensione internazionale, la possibilità di limitare o bloccare il traffico marittimo nello stretto come strumento di pressione geopolitica.

Accanto agli Stati direttamente affacciati sullo stretto, altri attori fondamentali sono i grandi paesi esportatori di petrolio del Golfo Persico, tra cui l’Arabia Saudita, il Kuwait, l’Iraq, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti. Questi Stati dipendono in larga misura dallo Stretto di Hormuz per l’esportazione delle proprie risorse energetiche verso i principali mercati internazionali. Di conseguenza, la stabilità e la sicurezza della navigazione nello stretto sono considerate essenziali per la loro economia e per l’equilibrio dei mercati energetici globali.

Un ruolo di primo piano è svolto anche dalle grandi potenze internazionali, in particolare dagli Stati Uniti, che mantengono una significativa presenza militare nella regione del Golfo Persico. La Marina statunitense, attraverso la Quinta Flotta con base in Bahrein, svolge operazioni di pattugliamento e di sicurezza marittima per garantire la libertà di navigazione nello stretto. Anche altre potenze, come il Regno Unito e la Francia, partecipano periodicamente a missioni navali di sorveglianza e sicurezza nella regione. Negli ultimi anni, inoltre, anche la Cina ha manifestato un crescente interesse strategico per la stabilità delle rotte energetiche del Medio Oriente, data la sua forte dipendenza dalle importazioni di petrolio provenienti dal Golfo Persico.

Dal punto di vista giuridico e diplomatico, la navigazione nello Stretto di Hormuz è regolata da diverse norme e accordi internazionali. Il principale quadro normativo di riferimento è rappresentato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), adottata nel 1982. Questa convenzione stabilisce il principio del “diritto di transito” negli stretti utilizzati per la navigazione internazionale, garantendo alle navi civili e militari la possibilità di attraversare tali passaggi senza interferenze ingiustificate da parte degli Stati costieri. Tuttavia, l’Iran non ha ratificato formalmente l’UNCLOS e ha più volte espresso interpretazioni restrittive del diritto di transito, sostenendo la necessità di regolamentare il passaggio delle navi da guerra straniere nelle proprie acque territoriali.

Oltre al quadro giuridico internazionale, esistono anche diverse iniziative multilaterali e missioni di sicurezza marittima volte a garantire la stabilità dello stretto. Tra queste si può citare l’International Maritime Security Construct (IMSC), una coalizione internazionale creata nel 2019 con l’obiettivo di proteggere la navigazione commerciale nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz. A questa iniziativa partecipano diversi paesi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e altri partner regionali.

Un ulteriore elemento di rilievo è rappresentato dagli investimenti infrastrutturali volti a ridurre la dipendenza dallo stretto. Alcuni paesi del Golfo hanno sviluppato oleodotti alternativi che permettono di esportare petrolio senza transitare attraverso Hormuz. Un esempio significativo è l’oleodotto che collega i giacimenti dell’Arabia Saudita al porto di Yanbu sul Mar Rosso, oppure quello che collega Abu Dhabi al porto di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, la capacità di queste infrastrutture alternative rimane limitata rispetto al volume complessivo delle esportazioni energetiche della regione.

Dunque uno snodo cruciale della geografia economica mondiale e uno dei punti più sensibili del sistema energetico globale, la cui sicurezza e stabilità possono spostare la bilancia finanziaria di intere regioni del mondo.

Prospettive geopolitiche

Ora che è chiaro il valore strategico e geoeconomico dello stretto, proviamo a pensare al disastro che sta avvenendo e, soprattutto, a chi giova. A chi, appunto, è la domanda. Ad una prima e fredda analisi, questa operazione rientra coerentemente nel progetto di dissoluzione dell’Europa con i suoi poteri politici e finanziari.

È infatti l’eurozona a subire il colpo più duro, in maniera drammatica. La possibilità che la logistica, i trasporti e anche la produzione industriale subiscano un brusco rallentamento, è un timore fondato e, purtroppo, molto vicino. Anzi, sta già succedendo. Ma questo è coerente, lo ripetiamo, con l’intenzione di distruggere l’architettura europea. Una missione che Trump ha dichiarato e che fa comodo anche alla Russia di Putin, e non solo: il vecchio ordine di potere europeo non piace a nessuno degli altri Paesi, soprattutto quelli che hanno subito per decenni o secoli l’imposizione del colonialismo europeo. E, a dirla tutta, non piace nemmeno l’America con il suo imperialismo di ritorno, erede di quello europeo, ma ogni cosa deve essere trattata a suo tempo e ora è il momento del collasso del vecchio continente.

Ora, data la sua funzione di nodo centrale per il commercio energetico globale, qualsiasi modifica significativa della libertà di navigazione nello stretto avrebbe effetti immediati non solo sui mercati energetici, ma anche sugli equilibri geopolitici tra le principali potenze mondiali. In una prospettiva di analisi strategica è possibile ipotizzare almeno tre scenari distinti: la chiusura totale dello stretto al traffico navale, una chiusura selettiva orientata a favorire alcuni partner commerciali e una militarizzazione prolungata dell’area.

Il primo scenario riguarda la chiusura totale dello Stretto di Hormuz al traffico navale. Una simile eventualità, anche se temporanea, avrebbe conseguenze estremamente rilevanti sull’economia globale. Poiché attraverso questo passaggio transita circa il 20% del petrolio consumato nel mondo, la sua interruzione provocherebbe immediatamente un forte shock dell’offerta energetica, di cui in parte già stiamo vedendo i preludi in queste ore. I prezzi del petrolio e del gas naturale liquefatto aumenterebbero rapidamente sui mercati internazionali, con effetti a catena su inflazione, produzione industriale e stabilità finanziaria. In poche parole, il caos. E il caos è sempre utile per qualcuno, perché permette di fare cose che in tempo di pace e di ordine non si possono fare. È chiaro?

Il blocco totale di Hormuz metterebbe tutti in crisi fino al punto di dover correre ai ripari. Una guerra breve implicherebbe un gioco di potenza molto forte da parte di USA e Israele (anche l’arma atomica è da considerarsi), e permetterebbe di risolvere brevemente il conflitto, di fatto schiacciando l’Iran in una guerra violentissima, magari con il sostegno degli altri Paesi europei e di quelli del Golfo. Per fare questo, le condizioni devono essere estremamente sofisticate, con un gioco articolato di ricatti e leve di potere che non lascino altra scelta a tutti i partecipanti. L’America dovrebbe trovare, o pretendere violentemente, una autorità decisionale ed una operatività militare del tutto eccezionali, sciogliendo anche il nodo morale. In pratica, l’Iran dovrebbe essere messo nella condizione di essere accusato di essere il male assoluto e di essere il colpevole di tutte le conseguenze del blocco. Qui gioca un ruolo centrale lo spazio della guerra informativa e la velocità d’azione in un contesto multidominio.

Per l’Europa le conseguenze sarebbero particolarmente significative. Sebbene negli ultimi anni l’Unione Europea abbia diversificato in parte le proprie fonti energetiche, soprattutto dopo la crisi energetica legata al conflitto russo-ucraino, una quota rilevante delle importazioni di petrolio e gas continua a provenire dal Medio Oriente. La chiusura dello stretto comporterebbe una riduzione drastica delle forniture provenienti da paesi come Iraq, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Ciò determinerebbe una forte pressione sui mercati energetici europei, costringendo gli Stati membri ad aumentare le importazioni da altre aree come gli Stati Uniti, l’Africa occidentale o il Mare del Nord, con costi significativamente più elevati.

Per l’Asia l’impatto sarebbe ancora più rilevante, poiché molte economie asiatiche dipendono in misura maggiore dal petrolio del Golfo Persico. Paesi come Giappone, Corea del Sud, India e soprattutto Cina importano una quota significativa del proprio fabbisogno energetico attraverso le rotte che attraversano lo Stretto di Hormuz. Una chiusura totale del passaggio potrebbe quindi rallentare la crescita economica dell’intera regione asiatica, provocando instabilità nei mercati finanziari e potenzialmente innescando politiche di emergenza per garantire l’approvvigionamento energetico. Non compiamo però l’errore di pensare che la Cina e gli altri Paesi del lontano Oriente lasceranno avvenire tutto ciò senza reagire…

Il secondo scenario ipotizza una chiusura selettiva dello stretto, limitata alle navi dirette verso l’Europa o provenienti da essa, con un trattamento preferenziale per le rotte commerciali asiatiche, in particolare quelle dirette verso Cina e Russia. Questo scenario, pur essendo complesso dal punto di vista operativo e giuridico, potrebbe emergere in un contesto di forte polarizzazione geopolitica, caratterizzato dalla formazione di blocchi economici contrapposti.

In tale situazione, alcuni paesi produttori del Golfo potrebbero decidere di privilegiare i partner asiatici, che rappresentano già oggi i principali acquirenti del petrolio mediorientale. La Cina, ad esempio, è diventata negli ultimi due decenni il principale importatore mondiale di petrolio e ha sviluppato relazioni economiche sempre più strette con diversi paesi della regione. Una chiusura selettiva dello stretto potrebbe quindi rafforzare ulteriormente il legame energetico tra il Golfo Persico e l’Asia orientale.

Per l’Europa le conseguenze sarebbero particolarmente problematiche, poiché verrebbe esclusa da una delle principali rotte energetiche mondiali. Questo potrebbe accelerare i processi di riorganizzazione delle catene di approvvigionamento energetico, aumentando la dipendenza europea da fornitori alternativi come gli Stati Uniti, la Norvegia o i paesi africani. Al tempo stesso, un simile scenario rafforzerebbe il peso geopolitico dell’Asia, e in particolare della Cina, nel sistema energetico globale.

Inoltre, la discriminazione selettiva nel traffico marittimo potrebbe mettere in discussione alcuni principi fondamentali del diritto internazionale della navigazione, aumentando il rischio di tensioni diplomatiche e militari. L’Unione Europea e i suoi alleati potrebbero reagire con misure di pressione economica, missioni navali di protezione o iniziative diplomatiche volte a ripristinare la libertà di navigazione.

È però vero che questo secondo scenario causerebbe un allungamento dei tempi bellici ed una rimodulazione. Qui entrerebbe di più la diplomazia, cercando spazi di ingresso e di uscita da e per Teheran. L’Iran avrebbe una carta da giocare molto interessante. Il teatro operativo verrebbe rimodulato, probabilmente trasformando il Golfo in un’area “speciale”, con una gestione temporanea e atipica, in cui i giocatori si confrontano a tempi alterni o per alleanze, senza liberare la zona del tutto dal conflitto. Tempi a medio e lungo termine, con cui ridefinire artigianalmente gli equilibri mondiali. È uno scenario (forse) meno sanguinoso.

Il terzo scenario riguarda infine la militarizzazione prolungata dello Stretto di Hormuz per un periodo superiore ai cento giorni. In questo caso il traffico marittimo non verrebbe necessariamente interrotto, ma sarebbe sottoposto a un elevato livello di controllo militare, con la presenza costante di flotte navali, sistemi di sorveglianza e potenziali incidenti tra forze armate di diversi paesi.

Una militarizzazione di lungo periodo avrebbe effetti rilevanti sui costi del commercio marittimo. Le compagnie di navigazione e le assicurazioni marittime aumenterebbero significativamente i premi di rischio per le navi che attraversano l’area, rendendo più costoso il trasporto delle merci e delle risorse energetiche. Questo incremento dei costi logistici si rifletterebbe inevitabilmente sui prezzi finali delle materie prime e dei prodotti industriali in maniera molto più forte di quanto non stia già avvenendo adesso.

Dal punto di vista geopolitico, una presenza militare prolungata potrebbe trasformare lo Stretto di Hormuz in una vera e propria zona di confronto strategico tra grandi potenze. Stati Uniti, potenze europee, Cina e potenzialmente anche altre potenze emergenti potrebbero rafforzare la propria presenza navale nella regione per proteggere le rotte commerciali e i propri interessi energetici. Ciò aumenterebbe il rischio di incidenti militari o escalation involontarie.

Allo stesso tempo, una militarizzazione prolungata potrebbe incentivare ulteriormente lo sviluppo di rotte e infrastrutture alternative, come oleodotti terrestri o nuove rotte marittime attraverso altre regioni. Tuttavia, tali soluzioni richiederebbero investimenti molto elevati e tempi di realizzazione lunghi, rendendo difficile una sostituzione completa del ruolo strategico dello Stretto di Hormuz nel breve periodo.

Ancora una volta, la domanda torna ad essere quella iniziale: a chi giova? Il mondo sta cambiando molto velocemente.

Hormuz War Game

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Ci siamo. Lo stretto di Hormuz è il nuovo “war game”. Nel giro di pochi giorni, il mondo ha cominciato a tremare, più di quanto non stesse già facendo.

Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei passaggi marittimi più importanti del sistema economico globale. Situato tra la penisola arabica e l’Iran, esso collega il Golfo Persico con il Golfo dell’Oman e, attraverso il Mar Arabico, con l’Oceano Indiano. La sua posizione geografica lo rende un vero e proprio “collo di bottiglia” del commercio energetico mondiale, poiché gran parte delle esportazioni di petrolio e gas naturale liquefatto provenienti dal Medio Oriente deve transitare attraverso questo stretto corridoio marittimo. Per questa ragione lo Stretto di Hormuz assume una rilevanza non soltanto economica, ma anche strategica e geopolitica, costituendo uno dei punti più sensibili per la sicurezza energetica globale.

Dal punto di vista geografico, lo stretto ha una larghezza minima di circa 33 chilometri, mentre le corsie di navigazione utilizzate dalle navi commerciali sono molto più ristrette, organizzate secondo un sistema di traffico marittimo con due corridoi di circa tre chilometri ciascuno separati da una zona di sicurezza. Questa conformazione rende il traffico marittimo particolarmente vulnerabile a eventuali interruzioni, incidenti o tensioni militari. Proprio per questo motivo, il controllo e la sicurezza dello Stretto di Hormuz sono considerati una priorità strategica per numerosi Stati e organizzazioni internazionali.

Dal punto di vista geoeconomico, lo stretto rappresenta uno snodo fondamentale per il commercio mondiale di idrocarburi. Secondo le principali analisi energetiche internazionali, circa un quinto del petrolio consumato a livello globale transita attraverso questo passaggio. Ogni giorno transitano nello stretto tra i 20 e i 21 milioni di barili di petrolio e prodotti petroliferi, pari a circa il 20% del consumo mondiale. Oltre al petrolio greggio, una quota significativa del commercio mondiale di gas naturale liquefatto (GNL) attraversa questa rotta, soprattutto quello esportato dal Qatar, uno dei principali produttori mondiali di GNL. Si stima che circa il 25–30% del commercio globale di gas naturale liquefatto passi attraverso lo Stretto di Hormuz.

Le principali merci che transitano attraverso questo passaggio sono dunque il petrolio greggio, i prodotti raffinati e il gas naturale liquefatto. Tuttavia, oltre alle risorse energetiche, lo stretto è attraversato anche da navi container, navi portarinfuse e petroliere che trasportano altre tipologie di merci, come prodotti chimici, metalli, materie prime industriali e beni di consumo destinati ai mercati asiatici, europei e nordamericani. La presenza di grandi porti commerciali nel Golfo Persico, come quelli situati negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita, contribuisce ulteriormente all’intensità dei flussi commerciali che attraversano lo stretto.

Gli attori principali coinvolti nella dinamica geopolitica dello Stretto di Hormuz sono innanzitutto gli Stati rivieraschi, in particolare l’Iran e l’Oman, che si affacciano direttamente sullo stretto e ne condividono il controllo territoriale. L’Iran, in particolare, esercita una forte influenza strategica sulla regione, anche grazie alla presenza militare lungo la costa e nelle isole vicine allo stretto. Dal punto di vista politico e militare, Teheran ha più volte dichiarato, in situazioni di tensione internazionale, la possibilità di limitare o bloccare il traffico marittimo nello stretto come strumento di pressione geopolitica.

Accanto agli Stati direttamente affacciati sullo stretto, altri attori fondamentali sono i grandi paesi esportatori di petrolio del Golfo Persico, tra cui l’Arabia Saudita, il Kuwait, l’Iraq, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti. Questi Stati dipendono in larga misura dallo Stretto di Hormuz per l’esportazione delle proprie risorse energetiche verso i principali mercati internazionali. Di conseguenza, la stabilità e la sicurezza della navigazione nello stretto sono considerate essenziali per la loro economia e per l’equilibrio dei mercati energetici globali.

Un ruolo di primo piano è svolto anche dalle grandi potenze internazionali, in particolare dagli Stati Uniti, che mantengono una significativa presenza militare nella regione del Golfo Persico. La Marina statunitense, attraverso la Quinta Flotta con base in Bahrein, svolge operazioni di pattugliamento e di sicurezza marittima per garantire la libertà di navigazione nello stretto. Anche altre potenze, come il Regno Unito e la Francia, partecipano periodicamente a missioni navali di sorveglianza e sicurezza nella regione. Negli ultimi anni, inoltre, anche la Cina ha manifestato un crescente interesse strategico per la stabilità delle rotte energetiche del Medio Oriente, data la sua forte dipendenza dalle importazioni di petrolio provenienti dal Golfo Persico.

Dal punto di vista giuridico e diplomatico, la navigazione nello Stretto di Hormuz è regolata da diverse norme e accordi internazionali. Il principale quadro normativo di riferimento è rappresentato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), adottata nel 1982. Questa convenzione stabilisce il principio del “diritto di transito” negli stretti utilizzati per la navigazione internazionale, garantendo alle navi civili e militari la possibilità di attraversare tali passaggi senza interferenze ingiustificate da parte degli Stati costieri. Tuttavia, l’Iran non ha ratificato formalmente l’UNCLOS e ha più volte espresso interpretazioni restrittive del diritto di transito, sostenendo la necessità di regolamentare il passaggio delle navi da guerra straniere nelle proprie acque territoriali.

Oltre al quadro giuridico internazionale, esistono anche diverse iniziative multilaterali e missioni di sicurezza marittima volte a garantire la stabilità dello stretto. Tra queste si può citare l’International Maritime Security Construct (IMSC), una coalizione internazionale creata nel 2019 con l’obiettivo di proteggere la navigazione commerciale nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz. A questa iniziativa partecipano diversi paesi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e altri partner regionali.

Un ulteriore elemento di rilievo è rappresentato dagli investimenti infrastrutturali volti a ridurre la dipendenza dallo stretto. Alcuni paesi del Golfo hanno sviluppato oleodotti alternativi che permettono di esportare petrolio senza transitare attraverso Hormuz. Un esempio significativo è l’oleodotto che collega i giacimenti dell’Arabia Saudita al porto di Yanbu sul Mar Rosso, oppure quello che collega Abu Dhabi al porto di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, la capacità di queste infrastrutture alternative rimane limitata rispetto al volume complessivo delle esportazioni energetiche della regione.

Dunque uno snodo cruciale della geografia economica mondiale e uno dei punti più sensibili del sistema energetico globale, la cui sicurezza e stabilità possono spostare la bilancia finanziaria di intere regioni del mondo.

Prospettive geopolitiche

Ora che è chiaro il valore strategico e geoeconomico dello stretto, proviamo a pensare al disastro che sta avvenendo e, soprattutto, a chi giova. A chi, appunto, è la domanda. Ad una prima e fredda analisi, questa operazione rientra coerentemente nel progetto di dissoluzione dell’Europa con i suoi poteri politici e finanziari.

È infatti l’eurozona a subire il colpo più duro, in maniera drammatica. La possibilità che la logistica, i trasporti e anche la produzione industriale subiscano un brusco rallentamento, è un timore fondato e, purtroppo, molto vicino. Anzi, sta già succedendo. Ma questo è coerente, lo ripetiamo, con l’intenzione di distruggere l’architettura europea. Una missione che Trump ha dichiarato e che fa comodo anche alla Russia di Putin, e non solo: il vecchio ordine di potere europeo non piace a nessuno degli altri Paesi, soprattutto quelli che hanno subito per decenni o secoli l’imposizione del colonialismo europeo. E, a dirla tutta, non piace nemmeno l’America con il suo imperialismo di ritorno, erede di quello europeo, ma ogni cosa deve essere trattata a suo tempo e ora è il momento del collasso del vecchio continente.

Ora, data la sua funzione di nodo centrale per il commercio energetico globale, qualsiasi modifica significativa della libertà di navigazione nello stretto avrebbe effetti immediati non solo sui mercati energetici, ma anche sugli equilibri geopolitici tra le principali potenze mondiali. In una prospettiva di analisi strategica è possibile ipotizzare almeno tre scenari distinti: la chiusura totale dello stretto al traffico navale, una chiusura selettiva orientata a favorire alcuni partner commerciali e una militarizzazione prolungata dell’area.

Il primo scenario riguarda la chiusura totale dello Stretto di Hormuz al traffico navale. Una simile eventualità, anche se temporanea, avrebbe conseguenze estremamente rilevanti sull’economia globale. Poiché attraverso questo passaggio transita circa il 20% del petrolio consumato nel mondo, la sua interruzione provocherebbe immediatamente un forte shock dell’offerta energetica, di cui in parte già stiamo vedendo i preludi in queste ore. I prezzi del petrolio e del gas naturale liquefatto aumenterebbero rapidamente sui mercati internazionali, con effetti a catena su inflazione, produzione industriale e stabilità finanziaria. In poche parole, il caos. E il caos è sempre utile per qualcuno, perché permette di fare cose che in tempo di pace e di ordine non si possono fare. È chiaro?

Il blocco totale di Hormuz metterebbe tutti in crisi fino al punto di dover correre ai ripari. Una guerra breve implicherebbe un gioco di potenza molto forte da parte di USA e Israele (anche l’arma atomica è da considerarsi), e permetterebbe di risolvere brevemente il conflitto, di fatto schiacciando l’Iran in una guerra violentissima, magari con il sostegno degli altri Paesi europei e di quelli del Golfo. Per fare questo, le condizioni devono essere estremamente sofisticate, con un gioco articolato di ricatti e leve di potere che non lascino altra scelta a tutti i partecipanti. L’America dovrebbe trovare, o pretendere violentemente, una autorità decisionale ed una operatività militare del tutto eccezionali, sciogliendo anche il nodo morale. In pratica, l’Iran dovrebbe essere messo nella condizione di essere accusato di essere il male assoluto e di essere il colpevole di tutte le conseguenze del blocco. Qui gioca un ruolo centrale lo spazio della guerra informativa e la velocità d’azione in un contesto multidominio.

Per l’Europa le conseguenze sarebbero particolarmente significative. Sebbene negli ultimi anni l’Unione Europea abbia diversificato in parte le proprie fonti energetiche, soprattutto dopo la crisi energetica legata al conflitto russo-ucraino, una quota rilevante delle importazioni di petrolio e gas continua a provenire dal Medio Oriente. La chiusura dello stretto comporterebbe una riduzione drastica delle forniture provenienti da paesi come Iraq, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Ciò determinerebbe una forte pressione sui mercati energetici europei, costringendo gli Stati membri ad aumentare le importazioni da altre aree come gli Stati Uniti, l’Africa occidentale o il Mare del Nord, con costi significativamente più elevati.

Per l’Asia l’impatto sarebbe ancora più rilevante, poiché molte economie asiatiche dipendono in misura maggiore dal petrolio del Golfo Persico. Paesi come Giappone, Corea del Sud, India e soprattutto Cina importano una quota significativa del proprio fabbisogno energetico attraverso le rotte che attraversano lo Stretto di Hormuz. Una chiusura totale del passaggio potrebbe quindi rallentare la crescita economica dell’intera regione asiatica, provocando instabilità nei mercati finanziari e potenzialmente innescando politiche di emergenza per garantire l’approvvigionamento energetico. Non compiamo però l’errore di pensare che la Cina e gli altri Paesi del lontano Oriente lasceranno avvenire tutto ciò senza reagire…

Il secondo scenario ipotizza una chiusura selettiva dello stretto, limitata alle navi dirette verso l’Europa o provenienti da essa, con un trattamento preferenziale per le rotte commerciali asiatiche, in particolare quelle dirette verso Cina e Russia. Questo scenario, pur essendo complesso dal punto di vista operativo e giuridico, potrebbe emergere in un contesto di forte polarizzazione geopolitica, caratterizzato dalla formazione di blocchi economici contrapposti.

In tale situazione, alcuni paesi produttori del Golfo potrebbero decidere di privilegiare i partner asiatici, che rappresentano già oggi i principali acquirenti del petrolio mediorientale. La Cina, ad esempio, è diventata negli ultimi due decenni il principale importatore mondiale di petrolio e ha sviluppato relazioni economiche sempre più strette con diversi paesi della regione. Una chiusura selettiva dello stretto potrebbe quindi rafforzare ulteriormente il legame energetico tra il Golfo Persico e l’Asia orientale.

Per l’Europa le conseguenze sarebbero particolarmente problematiche, poiché verrebbe esclusa da una delle principali rotte energetiche mondiali. Questo potrebbe accelerare i processi di riorganizzazione delle catene di approvvigionamento energetico, aumentando la dipendenza europea da fornitori alternativi come gli Stati Uniti, la Norvegia o i paesi africani. Al tempo stesso, un simile scenario rafforzerebbe il peso geopolitico dell’Asia, e in particolare della Cina, nel sistema energetico globale.

Inoltre, la discriminazione selettiva nel traffico marittimo potrebbe mettere in discussione alcuni principi fondamentali del diritto internazionale della navigazione, aumentando il rischio di tensioni diplomatiche e militari. L’Unione Europea e i suoi alleati potrebbero reagire con misure di pressione economica, missioni navali di protezione o iniziative diplomatiche volte a ripristinare la libertà di navigazione.

È però vero che questo secondo scenario causerebbe un allungamento dei tempi bellici ed una rimodulazione. Qui entrerebbe di più la diplomazia, cercando spazi di ingresso e di uscita da e per Teheran. L’Iran avrebbe una carta da giocare molto interessante. Il teatro operativo verrebbe rimodulato, probabilmente trasformando il Golfo in un’area “speciale”, con una gestione temporanea e atipica, in cui i giocatori si confrontano a tempi alterni o per alleanze, senza liberare la zona del tutto dal conflitto. Tempi a medio e lungo termine, con cui ridefinire artigianalmente gli equilibri mondiali. È uno scenario (forse) meno sanguinoso.

Il terzo scenario riguarda infine la militarizzazione prolungata dello Stretto di Hormuz per un periodo superiore ai cento giorni. In questo caso il traffico marittimo non verrebbe necessariamente interrotto, ma sarebbe sottoposto a un elevato livello di controllo militare, con la presenza costante di flotte navali, sistemi di sorveglianza e potenziali incidenti tra forze armate di diversi paesi.

Una militarizzazione di lungo periodo avrebbe effetti rilevanti sui costi del commercio marittimo. Le compagnie di navigazione e le assicurazioni marittime aumenterebbero significativamente i premi di rischio per le navi che attraversano l’area, rendendo più costoso il trasporto delle merci e delle risorse energetiche. Questo incremento dei costi logistici si rifletterebbe inevitabilmente sui prezzi finali delle materie prime e dei prodotti industriali in maniera molto più forte di quanto non stia già avvenendo adesso.

Dal punto di vista geopolitico, una presenza militare prolungata potrebbe trasformare lo Stretto di Hormuz in una vera e propria zona di confronto strategico tra grandi potenze. Stati Uniti, potenze europee, Cina e potenzialmente anche altre potenze emergenti potrebbero rafforzare la propria presenza navale nella regione per proteggere le rotte commerciali e i propri interessi energetici. Ciò aumenterebbe il rischio di incidenti militari o escalation involontarie.

Allo stesso tempo, una militarizzazione prolungata potrebbe incentivare ulteriormente lo sviluppo di rotte e infrastrutture alternative, come oleodotti terrestri o nuove rotte marittime attraverso altre regioni. Tuttavia, tali soluzioni richiederebbero investimenti molto elevati e tempi di realizzazione lunghi, rendendo difficile una sostituzione completa del ruolo strategico dello Stretto di Hormuz nel breve periodo.

Ancora una volta, la domanda torna ad essere quella iniziale: a chi giova? Il mondo sta cambiando molto velocemente.

Lo Stretto di Ormuz è il nuovo «scenario di guerra». Nel giro di pochi giorni, il mondo ha cominciato a tremare, ancora più di quanto non facesse già.

Segue nostro Telegram.

Che si aprino le danze

Ci siamo. Lo stretto di Hormuz è il nuovo “war game”. Nel giro di pochi giorni, il mondo ha cominciato a tremare, più di quanto non stesse già facendo.

Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei passaggi marittimi più importanti del sistema economico globale. Situato tra la penisola arabica e l’Iran, esso collega il Golfo Persico con il Golfo dell’Oman e, attraverso il Mar Arabico, con l’Oceano Indiano. La sua posizione geografica lo rende un vero e proprio “collo di bottiglia” del commercio energetico mondiale, poiché gran parte delle esportazioni di petrolio e gas naturale liquefatto provenienti dal Medio Oriente deve transitare attraverso questo stretto corridoio marittimo. Per questa ragione lo Stretto di Hormuz assume una rilevanza non soltanto economica, ma anche strategica e geopolitica, costituendo uno dei punti più sensibili per la sicurezza energetica globale.

Dal punto di vista geografico, lo stretto ha una larghezza minima di circa 33 chilometri, mentre le corsie di navigazione utilizzate dalle navi commerciali sono molto più ristrette, organizzate secondo un sistema di traffico marittimo con due corridoi di circa tre chilometri ciascuno separati da una zona di sicurezza. Questa conformazione rende il traffico marittimo particolarmente vulnerabile a eventuali interruzioni, incidenti o tensioni militari. Proprio per questo motivo, il controllo e la sicurezza dello Stretto di Hormuz sono considerati una priorità strategica per numerosi Stati e organizzazioni internazionali.

Dal punto di vista geoeconomico, lo stretto rappresenta uno snodo fondamentale per il commercio mondiale di idrocarburi. Secondo le principali analisi energetiche internazionali, circa un quinto del petrolio consumato a livello globale transita attraverso questo passaggio. Ogni giorno transitano nello stretto tra i 20 e i 21 milioni di barili di petrolio e prodotti petroliferi, pari a circa il 20% del consumo mondiale. Oltre al petrolio greggio, una quota significativa del commercio mondiale di gas naturale liquefatto (GNL) attraversa questa rotta, soprattutto quello esportato dal Qatar, uno dei principali produttori mondiali di GNL. Si stima che circa il 25–30% del commercio globale di gas naturale liquefatto passi attraverso lo Stretto di Hormuz.

Le principali merci che transitano attraverso questo passaggio sono dunque il petrolio greggio, i prodotti raffinati e il gas naturale liquefatto. Tuttavia, oltre alle risorse energetiche, lo stretto è attraversato anche da navi container, navi portarinfuse e petroliere che trasportano altre tipologie di merci, come prodotti chimici, metalli, materie prime industriali e beni di consumo destinati ai mercati asiatici, europei e nordamericani. La presenza di grandi porti commerciali nel Golfo Persico, come quelli situati negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita, contribuisce ulteriormente all’intensità dei flussi commerciali che attraversano lo stretto.

Gli attori principali coinvolti nella dinamica geopolitica dello Stretto di Hormuz sono innanzitutto gli Stati rivieraschi, in particolare l’Iran e l’Oman, che si affacciano direttamente sullo stretto e ne condividono il controllo territoriale. L’Iran, in particolare, esercita una forte influenza strategica sulla regione, anche grazie alla presenza militare lungo la costa e nelle isole vicine allo stretto. Dal punto di vista politico e militare, Teheran ha più volte dichiarato, in situazioni di tensione internazionale, la possibilità di limitare o bloccare il traffico marittimo nello stretto come strumento di pressione geopolitica.

Accanto agli Stati direttamente affacciati sullo stretto, altri attori fondamentali sono i grandi paesi esportatori di petrolio del Golfo Persico, tra cui l’Arabia Saudita, il Kuwait, l’Iraq, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti. Questi Stati dipendono in larga misura dallo Stretto di Hormuz per l’esportazione delle proprie risorse energetiche verso i principali mercati internazionali. Di conseguenza, la stabilità e la sicurezza della navigazione nello stretto sono considerate essenziali per la loro economia e per l’equilibrio dei mercati energetici globali.

Un ruolo di primo piano è svolto anche dalle grandi potenze internazionali, in particolare dagli Stati Uniti, che mantengono una significativa presenza militare nella regione del Golfo Persico. La Marina statunitense, attraverso la Quinta Flotta con base in Bahrein, svolge operazioni di pattugliamento e di sicurezza marittima per garantire la libertà di navigazione nello stretto. Anche altre potenze, come il Regno Unito e la Francia, partecipano periodicamente a missioni navali di sorveglianza e sicurezza nella regione. Negli ultimi anni, inoltre, anche la Cina ha manifestato un crescente interesse strategico per la stabilità delle rotte energetiche del Medio Oriente, data la sua forte dipendenza dalle importazioni di petrolio provenienti dal Golfo Persico.

Dal punto di vista giuridico e diplomatico, la navigazione nello Stretto di Hormuz è regolata da diverse norme e accordi internazionali. Il principale quadro normativo di riferimento è rappresentato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), adottata nel 1982. Questa convenzione stabilisce il principio del “diritto di transito” negli stretti utilizzati per la navigazione internazionale, garantendo alle navi civili e militari la possibilità di attraversare tali passaggi senza interferenze ingiustificate da parte degli Stati costieri. Tuttavia, l’Iran non ha ratificato formalmente l’UNCLOS e ha più volte espresso interpretazioni restrittive del diritto di transito, sostenendo la necessità di regolamentare il passaggio delle navi da guerra straniere nelle proprie acque territoriali.

Oltre al quadro giuridico internazionale, esistono anche diverse iniziative multilaterali e missioni di sicurezza marittima volte a garantire la stabilità dello stretto. Tra queste si può citare l’International Maritime Security Construct (IMSC), una coalizione internazionale creata nel 2019 con l’obiettivo di proteggere la navigazione commerciale nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz. A questa iniziativa partecipano diversi paesi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e altri partner regionali.

Un ulteriore elemento di rilievo è rappresentato dagli investimenti infrastrutturali volti a ridurre la dipendenza dallo stretto. Alcuni paesi del Golfo hanno sviluppato oleodotti alternativi che permettono di esportare petrolio senza transitare attraverso Hormuz. Un esempio significativo è l’oleodotto che collega i giacimenti dell’Arabia Saudita al porto di Yanbu sul Mar Rosso, oppure quello che collega Abu Dhabi al porto di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, la capacità di queste infrastrutture alternative rimane limitata rispetto al volume complessivo delle esportazioni energetiche della regione.

Dunque uno snodo cruciale della geografia economica mondiale e uno dei punti più sensibili del sistema energetico globale, la cui sicurezza e stabilità possono spostare la bilancia finanziaria di intere regioni del mondo.

Prospettive geopolitiche

Ora che è chiaro il valore strategico e geoeconomico dello stretto, proviamo a pensare al disastro che sta avvenendo e, soprattutto, a chi giova. A chi, appunto, è la domanda. Ad una prima e fredda analisi, questa operazione rientra coerentemente nel progetto di dissoluzione dell’Europa con i suoi poteri politici e finanziari.

È infatti l’eurozona a subire il colpo più duro, in maniera drammatica. La possibilità che la logistica, i trasporti e anche la produzione industriale subiscano un brusco rallentamento, è un timore fondato e, purtroppo, molto vicino. Anzi, sta già succedendo. Ma questo è coerente, lo ripetiamo, con l’intenzione di distruggere l’architettura europea. Una missione che Trump ha dichiarato e che fa comodo anche alla Russia di Putin, e non solo: il vecchio ordine di potere europeo non piace a nessuno degli altri Paesi, soprattutto quelli che hanno subito per decenni o secoli l’imposizione del colonialismo europeo. E, a dirla tutta, non piace nemmeno l’America con il suo imperialismo di ritorno, erede di quello europeo, ma ogni cosa deve essere trattata a suo tempo e ora è il momento del collasso del vecchio continente.

Ora, data la sua funzione di nodo centrale per il commercio energetico globale, qualsiasi modifica significativa della libertà di navigazione nello stretto avrebbe effetti immediati non solo sui mercati energetici, ma anche sugli equilibri geopolitici tra le principali potenze mondiali. In una prospettiva di analisi strategica è possibile ipotizzare almeno tre scenari distinti: la chiusura totale dello stretto al traffico navale, una chiusura selettiva orientata a favorire alcuni partner commerciali e una militarizzazione prolungata dell’area.

Il primo scenario riguarda la chiusura totale dello Stretto di Hormuz al traffico navale. Una simile eventualità, anche se temporanea, avrebbe conseguenze estremamente rilevanti sull’economia globale. Poiché attraverso questo passaggio transita circa il 20% del petrolio consumato nel mondo, la sua interruzione provocherebbe immediatamente un forte shock dell’offerta energetica, di cui in parte già stiamo vedendo i preludi in queste ore. I prezzi del petrolio e del gas naturale liquefatto aumenterebbero rapidamente sui mercati internazionali, con effetti a catena su inflazione, produzione industriale e stabilità finanziaria. In poche parole, il caos. E il caos è sempre utile per qualcuno, perché permette di fare cose che in tempo di pace e di ordine non si possono fare. È chiaro?

Il blocco totale di Hormuz metterebbe tutti in crisi fino al punto di dover correre ai ripari. Una guerra breve implicherebbe un gioco di potenza molto forte da parte di USA e Israele (anche l’arma atomica è da considerarsi), e permetterebbe di risolvere brevemente il conflitto, di fatto schiacciando l’Iran in una guerra violentissima, magari con il sostegno degli altri Paesi europei e di quelli del Golfo. Per fare questo, le condizioni devono essere estremamente sofisticate, con un gioco articolato di ricatti e leve di potere che non lascino altra scelta a tutti i partecipanti. L’America dovrebbe trovare, o pretendere violentemente, una autorità decisionale ed una operatività militare del tutto eccezionali, sciogliendo anche il nodo morale. In pratica, l’Iran dovrebbe essere messo nella condizione di essere accusato di essere il male assoluto e di essere il colpevole di tutte le conseguenze del blocco. Qui gioca un ruolo centrale lo spazio della guerra informativa e la velocità d’azione in un contesto multidominio.

Per l’Europa le conseguenze sarebbero particolarmente significative. Sebbene negli ultimi anni l’Unione Europea abbia diversificato in parte le proprie fonti energetiche, soprattutto dopo la crisi energetica legata al conflitto russo-ucraino, una quota rilevante delle importazioni di petrolio e gas continua a provenire dal Medio Oriente. La chiusura dello stretto comporterebbe una riduzione drastica delle forniture provenienti da paesi come Iraq, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Ciò determinerebbe una forte pressione sui mercati energetici europei, costringendo gli Stati membri ad aumentare le importazioni da altre aree come gli Stati Uniti, l’Africa occidentale o il Mare del Nord, con costi significativamente più elevati.

Per l’Asia l’impatto sarebbe ancora più rilevante, poiché molte economie asiatiche dipendono in misura maggiore dal petrolio del Golfo Persico. Paesi come Giappone, Corea del Sud, India e soprattutto Cina importano una quota significativa del proprio fabbisogno energetico attraverso le rotte che attraversano lo Stretto di Hormuz. Una chiusura totale del passaggio potrebbe quindi rallentare la crescita economica dell’intera regione asiatica, provocando instabilità nei mercati finanziari e potenzialmente innescando politiche di emergenza per garantire l’approvvigionamento energetico. Non compiamo però l’errore di pensare che la Cina e gli altri Paesi del lontano Oriente lasceranno avvenire tutto ciò senza reagire…

Il secondo scenario ipotizza una chiusura selettiva dello stretto, limitata alle navi dirette verso l’Europa o provenienti da essa, con un trattamento preferenziale per le rotte commerciali asiatiche, in particolare quelle dirette verso Cina e Russia. Questo scenario, pur essendo complesso dal punto di vista operativo e giuridico, potrebbe emergere in un contesto di forte polarizzazione geopolitica, caratterizzato dalla formazione di blocchi economici contrapposti.

In tale situazione, alcuni paesi produttori del Golfo potrebbero decidere di privilegiare i partner asiatici, che rappresentano già oggi i principali acquirenti del petrolio mediorientale. La Cina, ad esempio, è diventata negli ultimi due decenni il principale importatore mondiale di petrolio e ha sviluppato relazioni economiche sempre più strette con diversi paesi della regione. Una chiusura selettiva dello stretto potrebbe quindi rafforzare ulteriormente il legame energetico tra il Golfo Persico e l’Asia orientale.

Per l’Europa le conseguenze sarebbero particolarmente problematiche, poiché verrebbe esclusa da una delle principali rotte energetiche mondiali. Questo potrebbe accelerare i processi di riorganizzazione delle catene di approvvigionamento energetico, aumentando la dipendenza europea da fornitori alternativi come gli Stati Uniti, la Norvegia o i paesi africani. Al tempo stesso, un simile scenario rafforzerebbe il peso geopolitico dell’Asia, e in particolare della Cina, nel sistema energetico globale.

Inoltre, la discriminazione selettiva nel traffico marittimo potrebbe mettere in discussione alcuni principi fondamentali del diritto internazionale della navigazione, aumentando il rischio di tensioni diplomatiche e militari. L’Unione Europea e i suoi alleati potrebbero reagire con misure di pressione economica, missioni navali di protezione o iniziative diplomatiche volte a ripristinare la libertà di navigazione.

È però vero che questo secondo scenario causerebbe un allungamento dei tempi bellici ed una rimodulazione. Qui entrerebbe di più la diplomazia, cercando spazi di ingresso e di uscita da e per Teheran. L’Iran avrebbe una carta da giocare molto interessante. Il teatro operativo verrebbe rimodulato, probabilmente trasformando il Golfo in un’area “speciale”, con una gestione temporanea e atipica, in cui i giocatori si confrontano a tempi alterni o per alleanze, senza liberare la zona del tutto dal conflitto. Tempi a medio e lungo termine, con cui ridefinire artigianalmente gli equilibri mondiali. È uno scenario (forse) meno sanguinoso.

Il terzo scenario riguarda infine la militarizzazione prolungata dello Stretto di Hormuz per un periodo superiore ai cento giorni. In questo caso il traffico marittimo non verrebbe necessariamente interrotto, ma sarebbe sottoposto a un elevato livello di controllo militare, con la presenza costante di flotte navali, sistemi di sorveglianza e potenziali incidenti tra forze armate di diversi paesi.

Una militarizzazione di lungo periodo avrebbe effetti rilevanti sui costi del commercio marittimo. Le compagnie di navigazione e le assicurazioni marittime aumenterebbero significativamente i premi di rischio per le navi che attraversano l’area, rendendo più costoso il trasporto delle merci e delle risorse energetiche. Questo incremento dei costi logistici si rifletterebbe inevitabilmente sui prezzi finali delle materie prime e dei prodotti industriali in maniera molto più forte di quanto non stia già avvenendo adesso.

Dal punto di vista geopolitico, una presenza militare prolungata potrebbe trasformare lo Stretto di Hormuz in una vera e propria zona di confronto strategico tra grandi potenze. Stati Uniti, potenze europee, Cina e potenzialmente anche altre potenze emergenti potrebbero rafforzare la propria presenza navale nella regione per proteggere le rotte commerciali e i propri interessi energetici. Ciò aumenterebbe il rischio di incidenti militari o escalation involontarie.

Allo stesso tempo, una militarizzazione prolungata potrebbe incentivare ulteriormente lo sviluppo di rotte e infrastrutture alternative, come oleodotti terrestri o nuove rotte marittime attraverso altre regioni. Tuttavia, tali soluzioni richiederebbero investimenti molto elevati e tempi di realizzazione lunghi, rendendo difficile una sostituzione completa del ruolo strategico dello Stretto di Hormuz nel breve periodo.

Ancora una volta, la domanda torna ad essere quella iniziale: a chi giova? Il mondo sta cambiando molto velocemente.

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March 12, 2026

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