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Lorenzo Maria Pacini
March 23, 2026
© Photo: Public domain

Gli Stati Uniti stanno sperperando miliardi di dollari per bombardare l’Iran, mentre il mondo assiste distrattamente al crollo dei prezzi del petrolio.

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Bruciare miliardi di dollari

Gli Stati Uniti bruciano miliardi di dollari per bombardare l’Iran mentre il mondo osserva distrattamente il crollo dei prezzi del petrolio; nello stesso momento, la Cina rende pubblico il documento economico probabilmente più decisivo dell’intero decennio, passando quasi inosservata. Questo scarto di attenzione è esattamente il cuore del problema. Mentre l’Occidente guarda al teatro di guerra e alle fluttuazioni energetiche, Pechino sta fissando per iscritto la propria architettura di potere tecnologico, industriale e strategico per i prossimi quindici anni.

Il 5 marzo, di fronte all’Assemblea Nazionale del Popolo, è stato presentato il 15° Piano Quinquennale, un documento di 141 pagine che non ha nulla di rituale o puramente burocratico. All’interno di questo testo, l’intelligenza artificiale viene citata più di cinquanta volte, segno che non la si considera un settore tra i tanti, ma l’asse portante dell’intera trasformazione economica. Pechino punta a far sì che entro il 2027 il 70% dell’economia nazionale integri soluzioni di IA e che questa quota salga al 90% entro il 2030, trasformando di fatto l’IA in una infrastruttura diffusa quanto l’elettricità o la connettività digitale.

Il Piano individua nella robotica, e in particolare nella robotica umanoide, uno dei pilastri della nuova fase industriale cinese, con l’obiettivo dichiarato di raddoppiare la produzione di robot nel giro di cinque anni. Accanto a questo, il documento delinea ambizioni molto chiare nel campo delle tecnologie di frontiera: reti di comunicazione quantistica tra spazio e Terra, scadenze indicative per il conseguimento della fusione nucleare controllata, sviluppo sistematico di interfacce cervello-computer. La Cina, in altre parole, non si limita a rincorrere le innovazioni esistenti, ma cerca di anticipare la traiettoria delle tecnologie più dirompenti.

Sul piano quantitativo, il Piano fissa obiettivi che chiariscono la portata di questa strategia. L’insieme delle industrie legate all’intelligenza artificiale dovrebbe superare il valore di 10 trilioni di yuan, pari a circa 1,38 trilioni di dollari, collocando il settore dell’IA fra i grandi motori dell’economia nazionale. Parallelamente, il documento annuncia “misure straordinarie” per raggiungere un’elevata autosufficienza nelle catene del valore considerate critiche: terre rare, semiconduttori, componentistica avanzata. Qui la dimensione economica si confonde apertamente con quella strategico-militare: controllare queste filiere significa controllare la capacità di combattimento di qualsiasi potenza rivale.

Per questo motivo, definirlo un semplice piano economico è fuorviante. Si tratta, piuttosto, di un vero e proprio piano di guerra per un conflitto già in corso, ma combattuto su un terreno che gli Stati Uniti, assorbiti da guerre convenzionali e crisi regionali, continuano a sottovalutare. Washington dirige risorse e attenzione sulla guerra “calda” in Medio Oriente, mentre Pechino struttura una guerra “fredda” tecnologica, industriale e logistica che punta a determinare chi controllerà gli strumenti materiali e digitali delle guerre future.

Il CHIPS Act come “fucile” contro un arsenale

La risposta statunitense più rilevante alla sfida tecnologica cinese è stata, finora, il CHIPS and Science Act, approvato nel 2022, che ha destinato 52,7 miliardi di dollari al settore dei semiconduttori, di cui 39 miliardi sotto forma di sovvenzioni dirette, affiancati da un credito d’imposta del 25% sugli investimenti. Questo provvedimento ha innescato oltre 640 miliardi di dollari di investimenti privati, distribuiti in circa 140 progetti su 30 stati, contribuendo alla creazione di mezzo milione di posti di lavoro. In qualunque altra fase storica, un simile programma sarebbe visto come un passo epocale nella ridefinizione della base industriale americana.​

Il problema è che, per quanto ambizioso, esso interviene sostanzialmente su un solo segmento – cruciale, ma comunque circoscritto – di una competizione tecnologica che invece per la Cina riguarda l’intero apparato produttivo, scientifico e militare. L’asimmetria è evidente: il CHIPS Act è, di fatto, un fucile puntato su un bersaglio specifico – la produzione di chip avanzati – mentre il 15° Piano Quinquennale cinese assomiglia a un arsenale completo che copre ogni ambito: IA trasversale a tutti i settori, robotica come spina dorsale dell’industria, infrastrutture spaziali, informatica quantistica, consolidamento e rafforzamento del predominio nella lavorazione delle terre rare.

Terre rare, complesso militare e l’Opzione Sansone

Il nodo delle terre rare è il punto in cui l’apparente “piano economico” si salda in modo più evidente con la dimensione della guerra. Oggi Pechino controlla circa il 90% della capacità mondiale di lavorazione di questi elementi cruciali, trasformando una dipendenza industriale in una vulnerabilità strategica. Ogni caccia F‑35 richiede centinaia di chili di terre rare; ogni batteria di missili Patriot, ogni intercettore THAAD, ogni munizione guidata che viene sganciata sull’Iran a migliaia di unità alla settimana si regge su materiali raffinati in Cina. Il riferimento alle “misure straordinarie” nel Piano non indica una postura prudenziale: rappresenta il consolidamento di una catena di approvvigionamento senza la quale l’apparato militare statunitense semplicemente non può operare.

Questa leva è già stata messa in campo: nell’aprile 2025, Pechino ha introdotto controlli sulle esportazioni di tutti i 17 elementi classificati come terre rare, trasformando una dipendenza storica in strumento diretto di pressione. Sul fronte americano, al tempo stesso, incombe la scadenza del gennaio 2027 fissata dal DFARS, che impone al Pentagono di eliminare la dipendenza dalla Cina per le terre rare utilizzate negli appalti della difesa. Si apre così una finestra di vulnerabilità che può durare dieci, forse quindici anni, durante i quali gli Stati Uniti si trovano intrappolati in una contraddizione: da un lato combattono una guerra ad altissimo consumo di munizioni, dall’altro cercano di costruire catene di approvvigionamento alternative che, allo stato attuale, non sono ancora pienamente operative.

In pratica, la guerra contro l’Iran sta consumando rapidamente intercettori e sistemi d’arma guidati, mentre la Cina, restringendo le maglie sulla lavorazione delle terre rare, stringe gradualmente il collo di bottiglia industriale da cui dipende la possibilità stessa di rimpiazzare quelle munizioni. Il 15° Piano Quinquennale formalizza e legittima questo processo come parte integrante della strategia nazionale, trasformando ciò che potrebbe sembrare un problema di logistica in un vero strumento di potere geostrategico. Chi controlla i materiali alla base dell’hardware militare controlla anche il ritmo e la sostenibilità delle guerre altrui.

Dalle raffinerie di Teheran a Bapco: la guerra alle infrastrutture vitali

In questo quadro, la guerra in Medio Oriente assume i tratti di una “Opzione Sansone” non solo militare, ma energetica e ambientale. Dopo le infrastrutture di Haifa in Israele, sono state colpite anche le raffinerie Bapco in Bahrein: si tratta della risposta – prevedibile, quasi automatica in termini di logica bellica – all’attacco precedente contro gli impianti di raffinazione di Teheran, da cui uscivano quotidianamente circa 250 mila barili di petrolio. Colpendoli, Israele ha stabilito – o meglio ribadito, visto che non era la prima volta che prendeva di mira infrastrutture petrolifere, come nella Guerra dei Dodici Giorni o nel 2006 con i bombardamenti sugli impianti di Jiyeh in Libano – un precedente gravissimo: in guerra, ciò che fai ai tuoi nemici diventa immediatamente legittimo da replicare contro di te.

La stessa dinamica si ripete oggi con un ulteriore salto di qualità. Attaccando, insieme agli Stati Uniti, gli impianti di desalinizzazione di Qeshm, Washington e Tel Aviv hanno di fatto autorizzato Teheran a colpire le infrastrutture di desalinizzazione israeliane, da cui dipende oltre il 60% dell’approvvigionamento idrico del paese, e, per estensione, quelle dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che ne dipendono in misura ancora maggiore. Per alcuni stati del CCG, la quota di acqua potabile derivante dalla desalinizzazione supera l’80‑90%, rendendo questi impianti l’equivalente idrico di una centrale elettrica o di una raffineria per il petrolio. Se questi sistemi cessassero di funzionare, popolazioni cresciute in modo esponenziale negli anni del “quieto benessere” sarebbero letteralmente costrette alla fuga in tempi rapidissimi.

Colpire gli impianti di raffinazione e stoccaggio a Teheran non è stata dunque soltanto una scelta discutibile dal punto di vista militare, ma una pessima idea anche in termini atmosferici, sanitari e politici. L’operazione si avvicina per logica e impatto all’“Opzione Sansone” evocata in ambito nucleare: pur non impiegando armi atomiche, essa produce effetti assimilabili a un attacco chimico non convenzionale, per l’enorme quantità di sostanze tossiche liberate nell’aria. Il cielo e le strade di Teheran vengono avvolti da una nube velenosa che non si ferma ai confini cittadini, ma si espande verso nord e nord‑est, proiettandosi fino al Turkmenistan e all’Asia Centrale, con conseguenze sanitarie che si manifesteranno su un arco di venti o trent’anni.

Le ricadute politiche sono altrettanto profonde, l’immagine di Israele, già gravemente compromessa, esce ulteriormente logorata, l’azione pesa sui rapporti con i paesi dell’Asia Centrale, con cui negli ultimi anni Tel Aviv aveva intessuto intese significative, attratta dalle loro risorse energetiche e minerarie. Al tempo stesso, emergono frizioni con lo stesso alleato americano: Washington era stata avvertita dell’operazione, ma non della sua portata effettiva, e ora si trova a dover gestire le conseguenze diplomatiche e geoeconomiche di un atto che espone a ritorsioni gran parte delle infrastrutture energetiche del Golfo.

Per gli Stati Uniti, il rischio è triplice. In primo luogo, il danno alle relazioni con i paesi produttori dell’area, che vedono nei loro impianti – raffinerie, terminal, desalinizzatori – bersagli divenuti “legittimi” per effetto del precedente stabilito. In secondo luogo, la vulnerabilità di altri complessi petroliferi ed energetici nello stesso Golfo, che, se colpiti, potrebbero far schizzare ulteriormente il prezzo del greggio, già oltre i 110‑115 dollari al barile e in ascesa. Infine, l’impatto sistemico sull’economia globale e sulla già precaria situazione finanziaria interna americana, con rincari energetici capaci di alimentare inflazione, tensioni sociali e nuove instabilità politiche.

L’ordine internazionale e la vecchia regola “struttura / sovrastruttura”

In un contesto segnato da una escalation quasi automatica, non sono più soltanto basi e obiettivi militari americani e israeliani – o quel che ne resta, al netto della propaganda – a diventare bersaglio privilegiato, ma anche fonti vitali per la sopravvivenza umana, come l’acqua, e nodi vitali per l’economia, come il petrolio. Anche questa è una forma di “Opzione Sansone”: non necessariamente nucleare, ma energetico‑umanitaria, in grado di produrre effetti umani, geopolitici e geoeconomici di portata tellurica. La deflagrazione di questa “bomba” – con l’annientamento progressivo dei simboli materiali della presenza e del predominio americano in Medio Oriente – coincide con il crollo, sotto i nostri occhi, di un ordine internazionale che Washington, Tel Aviv e i loro alleati (Europa, Giappone, ecc.) hanno tenuto in vita per decenni con una sorta di respirazione bocca a bocca.

Viene così meno un ordine “fondato sulle regole” solo a parole, costruito in realtà sulla predazione delle rendite petrolifere e sul controllo quasi coloniale del Medio Oriente come retroterra energetico dell’Occidente industriale. Il fatto che oggi la battaglia si combatta su raffinerie, terminal, desalinizzatori, cavi sottomarini, nodi logistici e catene di approvvigionamento di terre rare mostra in modo plastico ciò che, molti anni fa, veniva descritto con le categorie di “struttura e sovrastruttura”. L’infrastruttura materiale – energia, risorse, logistica, tecnologie critiche – è la struttura; i discorsi sulla “democrazia liberale”, sull’“ordine internazionale basato sulle regole” e sulle “alleanze di valori” sono la sovrastruttura. Oggi, sotto la pressione incrociata della guerra calda in Medio Oriente e della guerra fredda tecnologica tra Stati Uniti e Cina, vediamo la struttura incrinarsi e la sovrastruttura perdere credibilità insieme ad essa.

È qui che il contrasto tra leadership diventa simbolico: da un lato, il presidente Trump affida la propria postura strategica a slogan come “Morte, fuoco e furia”, amplificati sui social per rafforzare l’immagine di decisionismo e forza immediata. Dall’altro, Xi Jinping approva e diffonde un piano di 141 pagine che definisce nei dettagli come assicurarsi il controllo dei materiali, delle tecnologie e delle infrastrutture senza le quali nessuna “morte, fuoco e furia” è in realtà possibile.

Un leader sta combattendo una guerra, l’altro sta lavorando per vincere la pace, intesa come capacità di determinare le condizioni strutturali che rendono la guerra sostenibile per sé e insostenibile per gli altri.

Come la Nuova Guerra del Golfo cambia il futuro delle guerre globali

Gli Stati Uniti stanno sperperando miliardi di dollari per bombardare l’Iran, mentre il mondo assiste distrattamente al crollo dei prezzi del petrolio.

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Bruciare miliardi di dollari

Gli Stati Uniti bruciano miliardi di dollari per bombardare l’Iran mentre il mondo osserva distrattamente il crollo dei prezzi del petrolio; nello stesso momento, la Cina rende pubblico il documento economico probabilmente più decisivo dell’intero decennio, passando quasi inosservata. Questo scarto di attenzione è esattamente il cuore del problema. Mentre l’Occidente guarda al teatro di guerra e alle fluttuazioni energetiche, Pechino sta fissando per iscritto la propria architettura di potere tecnologico, industriale e strategico per i prossimi quindici anni.

Il 5 marzo, di fronte all’Assemblea Nazionale del Popolo, è stato presentato il 15° Piano Quinquennale, un documento di 141 pagine che non ha nulla di rituale o puramente burocratico. All’interno di questo testo, l’intelligenza artificiale viene citata più di cinquanta volte, segno che non la si considera un settore tra i tanti, ma l’asse portante dell’intera trasformazione economica. Pechino punta a far sì che entro il 2027 il 70% dell’economia nazionale integri soluzioni di IA e che questa quota salga al 90% entro il 2030, trasformando di fatto l’IA in una infrastruttura diffusa quanto l’elettricità o la connettività digitale.

Il Piano individua nella robotica, e in particolare nella robotica umanoide, uno dei pilastri della nuova fase industriale cinese, con l’obiettivo dichiarato di raddoppiare la produzione di robot nel giro di cinque anni. Accanto a questo, il documento delinea ambizioni molto chiare nel campo delle tecnologie di frontiera: reti di comunicazione quantistica tra spazio e Terra, scadenze indicative per il conseguimento della fusione nucleare controllata, sviluppo sistematico di interfacce cervello-computer. La Cina, in altre parole, non si limita a rincorrere le innovazioni esistenti, ma cerca di anticipare la traiettoria delle tecnologie più dirompenti.

Sul piano quantitativo, il Piano fissa obiettivi che chiariscono la portata di questa strategia. L’insieme delle industrie legate all’intelligenza artificiale dovrebbe superare il valore di 10 trilioni di yuan, pari a circa 1,38 trilioni di dollari, collocando il settore dell’IA fra i grandi motori dell’economia nazionale. Parallelamente, il documento annuncia “misure straordinarie” per raggiungere un’elevata autosufficienza nelle catene del valore considerate critiche: terre rare, semiconduttori, componentistica avanzata. Qui la dimensione economica si confonde apertamente con quella strategico-militare: controllare queste filiere significa controllare la capacità di combattimento di qualsiasi potenza rivale.

Per questo motivo, definirlo un semplice piano economico è fuorviante. Si tratta, piuttosto, di un vero e proprio piano di guerra per un conflitto già in corso, ma combattuto su un terreno che gli Stati Uniti, assorbiti da guerre convenzionali e crisi regionali, continuano a sottovalutare. Washington dirige risorse e attenzione sulla guerra “calda” in Medio Oriente, mentre Pechino struttura una guerra “fredda” tecnologica, industriale e logistica che punta a determinare chi controllerà gli strumenti materiali e digitali delle guerre future.

Il CHIPS Act come “fucile” contro un arsenale

La risposta statunitense più rilevante alla sfida tecnologica cinese è stata, finora, il CHIPS and Science Act, approvato nel 2022, che ha destinato 52,7 miliardi di dollari al settore dei semiconduttori, di cui 39 miliardi sotto forma di sovvenzioni dirette, affiancati da un credito d’imposta del 25% sugli investimenti. Questo provvedimento ha innescato oltre 640 miliardi di dollari di investimenti privati, distribuiti in circa 140 progetti su 30 stati, contribuendo alla creazione di mezzo milione di posti di lavoro. In qualunque altra fase storica, un simile programma sarebbe visto come un passo epocale nella ridefinizione della base industriale americana.​

Il problema è che, per quanto ambizioso, esso interviene sostanzialmente su un solo segmento – cruciale, ma comunque circoscritto – di una competizione tecnologica che invece per la Cina riguarda l’intero apparato produttivo, scientifico e militare. L’asimmetria è evidente: il CHIPS Act è, di fatto, un fucile puntato su un bersaglio specifico – la produzione di chip avanzati – mentre il 15° Piano Quinquennale cinese assomiglia a un arsenale completo che copre ogni ambito: IA trasversale a tutti i settori, robotica come spina dorsale dell’industria, infrastrutture spaziali, informatica quantistica, consolidamento e rafforzamento del predominio nella lavorazione delle terre rare.

Terre rare, complesso militare e l’Opzione Sansone

Il nodo delle terre rare è il punto in cui l’apparente “piano economico” si salda in modo più evidente con la dimensione della guerra. Oggi Pechino controlla circa il 90% della capacità mondiale di lavorazione di questi elementi cruciali, trasformando una dipendenza industriale in una vulnerabilità strategica. Ogni caccia F‑35 richiede centinaia di chili di terre rare; ogni batteria di missili Patriot, ogni intercettore THAAD, ogni munizione guidata che viene sganciata sull’Iran a migliaia di unità alla settimana si regge su materiali raffinati in Cina. Il riferimento alle “misure straordinarie” nel Piano non indica una postura prudenziale: rappresenta il consolidamento di una catena di approvvigionamento senza la quale l’apparato militare statunitense semplicemente non può operare.

Questa leva è già stata messa in campo: nell’aprile 2025, Pechino ha introdotto controlli sulle esportazioni di tutti i 17 elementi classificati come terre rare, trasformando una dipendenza storica in strumento diretto di pressione. Sul fronte americano, al tempo stesso, incombe la scadenza del gennaio 2027 fissata dal DFARS, che impone al Pentagono di eliminare la dipendenza dalla Cina per le terre rare utilizzate negli appalti della difesa. Si apre così una finestra di vulnerabilità che può durare dieci, forse quindici anni, durante i quali gli Stati Uniti si trovano intrappolati in una contraddizione: da un lato combattono una guerra ad altissimo consumo di munizioni, dall’altro cercano di costruire catene di approvvigionamento alternative che, allo stato attuale, non sono ancora pienamente operative.

In pratica, la guerra contro l’Iran sta consumando rapidamente intercettori e sistemi d’arma guidati, mentre la Cina, restringendo le maglie sulla lavorazione delle terre rare, stringe gradualmente il collo di bottiglia industriale da cui dipende la possibilità stessa di rimpiazzare quelle munizioni. Il 15° Piano Quinquennale formalizza e legittima questo processo come parte integrante della strategia nazionale, trasformando ciò che potrebbe sembrare un problema di logistica in un vero strumento di potere geostrategico. Chi controlla i materiali alla base dell’hardware militare controlla anche il ritmo e la sostenibilità delle guerre altrui.

Dalle raffinerie di Teheran a Bapco: la guerra alle infrastrutture vitali

In questo quadro, la guerra in Medio Oriente assume i tratti di una “Opzione Sansone” non solo militare, ma energetica e ambientale. Dopo le infrastrutture di Haifa in Israele, sono state colpite anche le raffinerie Bapco in Bahrein: si tratta della risposta – prevedibile, quasi automatica in termini di logica bellica – all’attacco precedente contro gli impianti di raffinazione di Teheran, da cui uscivano quotidianamente circa 250 mila barili di petrolio. Colpendoli, Israele ha stabilito – o meglio ribadito, visto che non era la prima volta che prendeva di mira infrastrutture petrolifere, come nella Guerra dei Dodici Giorni o nel 2006 con i bombardamenti sugli impianti di Jiyeh in Libano – un precedente gravissimo: in guerra, ciò che fai ai tuoi nemici diventa immediatamente legittimo da replicare contro di te.

La stessa dinamica si ripete oggi con un ulteriore salto di qualità. Attaccando, insieme agli Stati Uniti, gli impianti di desalinizzazione di Qeshm, Washington e Tel Aviv hanno di fatto autorizzato Teheran a colpire le infrastrutture di desalinizzazione israeliane, da cui dipende oltre il 60% dell’approvvigionamento idrico del paese, e, per estensione, quelle dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che ne dipendono in misura ancora maggiore. Per alcuni stati del CCG, la quota di acqua potabile derivante dalla desalinizzazione supera l’80‑90%, rendendo questi impianti l’equivalente idrico di una centrale elettrica o di una raffineria per il petrolio. Se questi sistemi cessassero di funzionare, popolazioni cresciute in modo esponenziale negli anni del “quieto benessere” sarebbero letteralmente costrette alla fuga in tempi rapidissimi.

Colpire gli impianti di raffinazione e stoccaggio a Teheran non è stata dunque soltanto una scelta discutibile dal punto di vista militare, ma una pessima idea anche in termini atmosferici, sanitari e politici. L’operazione si avvicina per logica e impatto all’“Opzione Sansone” evocata in ambito nucleare: pur non impiegando armi atomiche, essa produce effetti assimilabili a un attacco chimico non convenzionale, per l’enorme quantità di sostanze tossiche liberate nell’aria. Il cielo e le strade di Teheran vengono avvolti da una nube velenosa che non si ferma ai confini cittadini, ma si espande verso nord e nord‑est, proiettandosi fino al Turkmenistan e all’Asia Centrale, con conseguenze sanitarie che si manifesteranno su un arco di venti o trent’anni.

Le ricadute politiche sono altrettanto profonde, l’immagine di Israele, già gravemente compromessa, esce ulteriormente logorata, l’azione pesa sui rapporti con i paesi dell’Asia Centrale, con cui negli ultimi anni Tel Aviv aveva intessuto intese significative, attratta dalle loro risorse energetiche e minerarie. Al tempo stesso, emergono frizioni con lo stesso alleato americano: Washington era stata avvertita dell’operazione, ma non della sua portata effettiva, e ora si trova a dover gestire le conseguenze diplomatiche e geoeconomiche di un atto che espone a ritorsioni gran parte delle infrastrutture energetiche del Golfo.

Per gli Stati Uniti, il rischio è triplice. In primo luogo, il danno alle relazioni con i paesi produttori dell’area, che vedono nei loro impianti – raffinerie, terminal, desalinizzatori – bersagli divenuti “legittimi” per effetto del precedente stabilito. In secondo luogo, la vulnerabilità di altri complessi petroliferi ed energetici nello stesso Golfo, che, se colpiti, potrebbero far schizzare ulteriormente il prezzo del greggio, già oltre i 110‑115 dollari al barile e in ascesa. Infine, l’impatto sistemico sull’economia globale e sulla già precaria situazione finanziaria interna americana, con rincari energetici capaci di alimentare inflazione, tensioni sociali e nuove instabilità politiche.

L’ordine internazionale e la vecchia regola “struttura / sovrastruttura”

In un contesto segnato da una escalation quasi automatica, non sono più soltanto basi e obiettivi militari americani e israeliani – o quel che ne resta, al netto della propaganda – a diventare bersaglio privilegiato, ma anche fonti vitali per la sopravvivenza umana, come l’acqua, e nodi vitali per l’economia, come il petrolio. Anche questa è una forma di “Opzione Sansone”: non necessariamente nucleare, ma energetico‑umanitaria, in grado di produrre effetti umani, geopolitici e geoeconomici di portata tellurica. La deflagrazione di questa “bomba” – con l’annientamento progressivo dei simboli materiali della presenza e del predominio americano in Medio Oriente – coincide con il crollo, sotto i nostri occhi, di un ordine internazionale che Washington, Tel Aviv e i loro alleati (Europa, Giappone, ecc.) hanno tenuto in vita per decenni con una sorta di respirazione bocca a bocca.

Viene così meno un ordine “fondato sulle regole” solo a parole, costruito in realtà sulla predazione delle rendite petrolifere e sul controllo quasi coloniale del Medio Oriente come retroterra energetico dell’Occidente industriale. Il fatto che oggi la battaglia si combatta su raffinerie, terminal, desalinizzatori, cavi sottomarini, nodi logistici e catene di approvvigionamento di terre rare mostra in modo plastico ciò che, molti anni fa, veniva descritto con le categorie di “struttura e sovrastruttura”. L’infrastruttura materiale – energia, risorse, logistica, tecnologie critiche – è la struttura; i discorsi sulla “democrazia liberale”, sull’“ordine internazionale basato sulle regole” e sulle “alleanze di valori” sono la sovrastruttura. Oggi, sotto la pressione incrociata della guerra calda in Medio Oriente e della guerra fredda tecnologica tra Stati Uniti e Cina, vediamo la struttura incrinarsi e la sovrastruttura perdere credibilità insieme ad essa.

È qui che il contrasto tra leadership diventa simbolico: da un lato, il presidente Trump affida la propria postura strategica a slogan come “Morte, fuoco e furia”, amplificati sui social per rafforzare l’immagine di decisionismo e forza immediata. Dall’altro, Xi Jinping approva e diffonde un piano di 141 pagine che definisce nei dettagli come assicurarsi il controllo dei materiali, delle tecnologie e delle infrastrutture senza le quali nessuna “morte, fuoco e furia” è in realtà possibile.

Un leader sta combattendo una guerra, l’altro sta lavorando per vincere la pace, intesa come capacità di determinare le condizioni strutturali che rendono la guerra sostenibile per sé e insostenibile per gli altri.

Gli Stati Uniti stanno sperperando miliardi di dollari per bombardare l’Iran, mentre il mondo assiste distrattamente al crollo dei prezzi del petrolio.

Segue nostro Telegram.

Bruciare miliardi di dollari

Gli Stati Uniti bruciano miliardi di dollari per bombardare l’Iran mentre il mondo osserva distrattamente il crollo dei prezzi del petrolio; nello stesso momento, la Cina rende pubblico il documento economico probabilmente più decisivo dell’intero decennio, passando quasi inosservata. Questo scarto di attenzione è esattamente il cuore del problema. Mentre l’Occidente guarda al teatro di guerra e alle fluttuazioni energetiche, Pechino sta fissando per iscritto la propria architettura di potere tecnologico, industriale e strategico per i prossimi quindici anni.

Il 5 marzo, di fronte all’Assemblea Nazionale del Popolo, è stato presentato il 15° Piano Quinquennale, un documento di 141 pagine che non ha nulla di rituale o puramente burocratico. All’interno di questo testo, l’intelligenza artificiale viene citata più di cinquanta volte, segno che non la si considera un settore tra i tanti, ma l’asse portante dell’intera trasformazione economica. Pechino punta a far sì che entro il 2027 il 70% dell’economia nazionale integri soluzioni di IA e che questa quota salga al 90% entro il 2030, trasformando di fatto l’IA in una infrastruttura diffusa quanto l’elettricità o la connettività digitale.

Il Piano individua nella robotica, e in particolare nella robotica umanoide, uno dei pilastri della nuova fase industriale cinese, con l’obiettivo dichiarato di raddoppiare la produzione di robot nel giro di cinque anni. Accanto a questo, il documento delinea ambizioni molto chiare nel campo delle tecnologie di frontiera: reti di comunicazione quantistica tra spazio e Terra, scadenze indicative per il conseguimento della fusione nucleare controllata, sviluppo sistematico di interfacce cervello-computer. La Cina, in altre parole, non si limita a rincorrere le innovazioni esistenti, ma cerca di anticipare la traiettoria delle tecnologie più dirompenti.

Sul piano quantitativo, il Piano fissa obiettivi che chiariscono la portata di questa strategia. L’insieme delle industrie legate all’intelligenza artificiale dovrebbe superare il valore di 10 trilioni di yuan, pari a circa 1,38 trilioni di dollari, collocando il settore dell’IA fra i grandi motori dell’economia nazionale. Parallelamente, il documento annuncia “misure straordinarie” per raggiungere un’elevata autosufficienza nelle catene del valore considerate critiche: terre rare, semiconduttori, componentistica avanzata. Qui la dimensione economica si confonde apertamente con quella strategico-militare: controllare queste filiere significa controllare la capacità di combattimento di qualsiasi potenza rivale.

Per questo motivo, definirlo un semplice piano economico è fuorviante. Si tratta, piuttosto, di un vero e proprio piano di guerra per un conflitto già in corso, ma combattuto su un terreno che gli Stati Uniti, assorbiti da guerre convenzionali e crisi regionali, continuano a sottovalutare. Washington dirige risorse e attenzione sulla guerra “calda” in Medio Oriente, mentre Pechino struttura una guerra “fredda” tecnologica, industriale e logistica che punta a determinare chi controllerà gli strumenti materiali e digitali delle guerre future.

Il CHIPS Act come “fucile” contro un arsenale

La risposta statunitense più rilevante alla sfida tecnologica cinese è stata, finora, il CHIPS and Science Act, approvato nel 2022, che ha destinato 52,7 miliardi di dollari al settore dei semiconduttori, di cui 39 miliardi sotto forma di sovvenzioni dirette, affiancati da un credito d’imposta del 25% sugli investimenti. Questo provvedimento ha innescato oltre 640 miliardi di dollari di investimenti privati, distribuiti in circa 140 progetti su 30 stati, contribuendo alla creazione di mezzo milione di posti di lavoro. In qualunque altra fase storica, un simile programma sarebbe visto come un passo epocale nella ridefinizione della base industriale americana.​

Il problema è che, per quanto ambizioso, esso interviene sostanzialmente su un solo segmento – cruciale, ma comunque circoscritto – di una competizione tecnologica che invece per la Cina riguarda l’intero apparato produttivo, scientifico e militare. L’asimmetria è evidente: il CHIPS Act è, di fatto, un fucile puntato su un bersaglio specifico – la produzione di chip avanzati – mentre il 15° Piano Quinquennale cinese assomiglia a un arsenale completo che copre ogni ambito: IA trasversale a tutti i settori, robotica come spina dorsale dell’industria, infrastrutture spaziali, informatica quantistica, consolidamento e rafforzamento del predominio nella lavorazione delle terre rare.

Terre rare, complesso militare e l’Opzione Sansone

Il nodo delle terre rare è il punto in cui l’apparente “piano economico” si salda in modo più evidente con la dimensione della guerra. Oggi Pechino controlla circa il 90% della capacità mondiale di lavorazione di questi elementi cruciali, trasformando una dipendenza industriale in una vulnerabilità strategica. Ogni caccia F‑35 richiede centinaia di chili di terre rare; ogni batteria di missili Patriot, ogni intercettore THAAD, ogni munizione guidata che viene sganciata sull’Iran a migliaia di unità alla settimana si regge su materiali raffinati in Cina. Il riferimento alle “misure straordinarie” nel Piano non indica una postura prudenziale: rappresenta il consolidamento di una catena di approvvigionamento senza la quale l’apparato militare statunitense semplicemente non può operare.

Questa leva è già stata messa in campo: nell’aprile 2025, Pechino ha introdotto controlli sulle esportazioni di tutti i 17 elementi classificati come terre rare, trasformando una dipendenza storica in strumento diretto di pressione. Sul fronte americano, al tempo stesso, incombe la scadenza del gennaio 2027 fissata dal DFARS, che impone al Pentagono di eliminare la dipendenza dalla Cina per le terre rare utilizzate negli appalti della difesa. Si apre così una finestra di vulnerabilità che può durare dieci, forse quindici anni, durante i quali gli Stati Uniti si trovano intrappolati in una contraddizione: da un lato combattono una guerra ad altissimo consumo di munizioni, dall’altro cercano di costruire catene di approvvigionamento alternative che, allo stato attuale, non sono ancora pienamente operative.

In pratica, la guerra contro l’Iran sta consumando rapidamente intercettori e sistemi d’arma guidati, mentre la Cina, restringendo le maglie sulla lavorazione delle terre rare, stringe gradualmente il collo di bottiglia industriale da cui dipende la possibilità stessa di rimpiazzare quelle munizioni. Il 15° Piano Quinquennale formalizza e legittima questo processo come parte integrante della strategia nazionale, trasformando ciò che potrebbe sembrare un problema di logistica in un vero strumento di potere geostrategico. Chi controlla i materiali alla base dell’hardware militare controlla anche il ritmo e la sostenibilità delle guerre altrui.

Dalle raffinerie di Teheran a Bapco: la guerra alle infrastrutture vitali

In questo quadro, la guerra in Medio Oriente assume i tratti di una “Opzione Sansone” non solo militare, ma energetica e ambientale. Dopo le infrastrutture di Haifa in Israele, sono state colpite anche le raffinerie Bapco in Bahrein: si tratta della risposta – prevedibile, quasi automatica in termini di logica bellica – all’attacco precedente contro gli impianti di raffinazione di Teheran, da cui uscivano quotidianamente circa 250 mila barili di petrolio. Colpendoli, Israele ha stabilito – o meglio ribadito, visto che non era la prima volta che prendeva di mira infrastrutture petrolifere, come nella Guerra dei Dodici Giorni o nel 2006 con i bombardamenti sugli impianti di Jiyeh in Libano – un precedente gravissimo: in guerra, ciò che fai ai tuoi nemici diventa immediatamente legittimo da replicare contro di te.

La stessa dinamica si ripete oggi con un ulteriore salto di qualità. Attaccando, insieme agli Stati Uniti, gli impianti di desalinizzazione di Qeshm, Washington e Tel Aviv hanno di fatto autorizzato Teheran a colpire le infrastrutture di desalinizzazione israeliane, da cui dipende oltre il 60% dell’approvvigionamento idrico del paese, e, per estensione, quelle dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che ne dipendono in misura ancora maggiore. Per alcuni stati del CCG, la quota di acqua potabile derivante dalla desalinizzazione supera l’80‑90%, rendendo questi impianti l’equivalente idrico di una centrale elettrica o di una raffineria per il petrolio. Se questi sistemi cessassero di funzionare, popolazioni cresciute in modo esponenziale negli anni del “quieto benessere” sarebbero letteralmente costrette alla fuga in tempi rapidissimi.

Colpire gli impianti di raffinazione e stoccaggio a Teheran non è stata dunque soltanto una scelta discutibile dal punto di vista militare, ma una pessima idea anche in termini atmosferici, sanitari e politici. L’operazione si avvicina per logica e impatto all’“Opzione Sansone” evocata in ambito nucleare: pur non impiegando armi atomiche, essa produce effetti assimilabili a un attacco chimico non convenzionale, per l’enorme quantità di sostanze tossiche liberate nell’aria. Il cielo e le strade di Teheran vengono avvolti da una nube velenosa che non si ferma ai confini cittadini, ma si espande verso nord e nord‑est, proiettandosi fino al Turkmenistan e all’Asia Centrale, con conseguenze sanitarie che si manifesteranno su un arco di venti o trent’anni.

Le ricadute politiche sono altrettanto profonde, l’immagine di Israele, già gravemente compromessa, esce ulteriormente logorata, l’azione pesa sui rapporti con i paesi dell’Asia Centrale, con cui negli ultimi anni Tel Aviv aveva intessuto intese significative, attratta dalle loro risorse energetiche e minerarie. Al tempo stesso, emergono frizioni con lo stesso alleato americano: Washington era stata avvertita dell’operazione, ma non della sua portata effettiva, e ora si trova a dover gestire le conseguenze diplomatiche e geoeconomiche di un atto che espone a ritorsioni gran parte delle infrastrutture energetiche del Golfo.

Per gli Stati Uniti, il rischio è triplice. In primo luogo, il danno alle relazioni con i paesi produttori dell’area, che vedono nei loro impianti – raffinerie, terminal, desalinizzatori – bersagli divenuti “legittimi” per effetto del precedente stabilito. In secondo luogo, la vulnerabilità di altri complessi petroliferi ed energetici nello stesso Golfo, che, se colpiti, potrebbero far schizzare ulteriormente il prezzo del greggio, già oltre i 110‑115 dollari al barile e in ascesa. Infine, l’impatto sistemico sull’economia globale e sulla già precaria situazione finanziaria interna americana, con rincari energetici capaci di alimentare inflazione, tensioni sociali e nuove instabilità politiche.

L’ordine internazionale e la vecchia regola “struttura / sovrastruttura”

In un contesto segnato da una escalation quasi automatica, non sono più soltanto basi e obiettivi militari americani e israeliani – o quel che ne resta, al netto della propaganda – a diventare bersaglio privilegiato, ma anche fonti vitali per la sopravvivenza umana, come l’acqua, e nodi vitali per l’economia, come il petrolio. Anche questa è una forma di “Opzione Sansone”: non necessariamente nucleare, ma energetico‑umanitaria, in grado di produrre effetti umani, geopolitici e geoeconomici di portata tellurica. La deflagrazione di questa “bomba” – con l’annientamento progressivo dei simboli materiali della presenza e del predominio americano in Medio Oriente – coincide con il crollo, sotto i nostri occhi, di un ordine internazionale che Washington, Tel Aviv e i loro alleati (Europa, Giappone, ecc.) hanno tenuto in vita per decenni con una sorta di respirazione bocca a bocca.

Viene così meno un ordine “fondato sulle regole” solo a parole, costruito in realtà sulla predazione delle rendite petrolifere e sul controllo quasi coloniale del Medio Oriente come retroterra energetico dell’Occidente industriale. Il fatto che oggi la battaglia si combatta su raffinerie, terminal, desalinizzatori, cavi sottomarini, nodi logistici e catene di approvvigionamento di terre rare mostra in modo plastico ciò che, molti anni fa, veniva descritto con le categorie di “struttura e sovrastruttura”. L’infrastruttura materiale – energia, risorse, logistica, tecnologie critiche – è la struttura; i discorsi sulla “democrazia liberale”, sull’“ordine internazionale basato sulle regole” e sulle “alleanze di valori” sono la sovrastruttura. Oggi, sotto la pressione incrociata della guerra calda in Medio Oriente e della guerra fredda tecnologica tra Stati Uniti e Cina, vediamo la struttura incrinarsi e la sovrastruttura perdere credibilità insieme ad essa.

È qui che il contrasto tra leadership diventa simbolico: da un lato, il presidente Trump affida la propria postura strategica a slogan come “Morte, fuoco e furia”, amplificati sui social per rafforzare l’immagine di decisionismo e forza immediata. Dall’altro, Xi Jinping approva e diffonde un piano di 141 pagine che definisce nei dettagli come assicurarsi il controllo dei materiali, delle tecnologie e delle infrastrutture senza le quali nessuna “morte, fuoco e furia” è in realtà possibile.

Un leader sta combattendo una guerra, l’altro sta lavorando per vincere la pace, intesa come capacità di determinare le condizioni strutturali che rendono la guerra sostenibile per sé e insostenibile per gli altri.

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March 19, 2026

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