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Lorenzo Maria Pacini
February 12, 2026
© Photo: Public domain

Prima o poi, l’Occidente dovrà riconoscere che il nuovo ordine multipolare non è stato creato per competere con l’Occidente, ma per fermare la sua corsa che rischiava di trascinare il mondo nell’abisso.

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Sin dall’inizio

Gli storici cinesi definiscono la Cina contemporanea come uno “Stato-civiltà”, ossia il risultato di un lungo processo storico fondato su secoli di interazioni tra regioni caratterizzate da differenti etnie e tradizioni culturali. Ciascuna di esse ha contribuito alla formazione di una cultura politico-giuridica e amministrativa condivisa, così come allo sviluppo di una dimensione spirituale e artistica comune.

Questo percorso storico ha finito per prevalere sulle spinte centrifughe che avevano generato conflitti e guerre tra le diverse aree del territorio, inducendole infine, nel II secolo a.C., ad accettare l’esistenza di un unico centro politico e amministrativo. Tale unificazione avvenne attorno a un sistema giuridico particolarmente avanzato, elaborato dalla regione che in quel momento si impose sulle altre: il regno della dinastia Qin, che aveva già strutturato un modello statale fortemente centralizzato.

Sotto la dinastia Qin venne inoltre standardizzato il sistema di scrittura, rendendo possibile la raccolta e la sistematizzazione delle principali correnti filosofico-religiose maturate nei secoli precedenti, in particolare il confucianesimo e il taoismo. Queste tradizioni fornirono l’ossatura ideale dell’unità imperiale. Nonostante le successive fasi di frammentazione politica, tale impianto concettuale rese possibile la ricostruzione di quello Stato-civiltà nel quale ancora oggi la Cina moderna si riconosce.

Nel corso del XX secolo, lo Stato cinese ha attraversato, sotto il maoismo, un’evoluzione per certi versi analoga a quella vissuta dalla Russia sotto il regime sovietico. In entrambi i casi, il tentativo di sostituire le antiche radici spirituali con una visione materialista, volta a mettere in luce le contraddizioni e le disuguaglianze sociali ereditate da strutture di tipo feudale, ha condotto all’esperienza del socialismo.

Col senno di poi, è tuttavia evidente che tale esperienza fu anche il prodotto di un innesto ideologico operato in Russia da ambienti che, già a partire dal tardo Settecento, miravano allo smantellamento delle sovranità nazionali. Ne derivò un sistema carico di contraddizioni, funzionale in larga misura agli interessi geopolitici di un Occidente dominato da élite oligarchiche, i cui obiettivi avevano alimentato l’espansione coloniale dell’Impero britannico.

Successivamente, sia in Russia sia in Cina, si è manifestata la crisi di questa organizzazione sociale, fondata essenzialmente sulla concezione marxista del materialismo storico. Una crisi dovuta all’incapacità di tale paradigma di prevenire fenomeni come la corruzione e l’iper-burocratizzazione, che finiscono per allontanare i cittadini dallo Stato e per attribuire a funzionari e apparati amministrativi un potere sproporzionato, spesso esercitato a scapito dell’interesse collettivo.

Civiltà, cos’altro?

In assenza di una civiltà intesa come patrimonio etico e filosofico condiviso, senza un retroterra spirituale che riconosca l’individuo come centro dotato di una personalità sovrana e capace di concepire, in termini etici, il bene proprio e altrui, qualsiasi sistema politico è destinato alla decadenza.

Un gruppo sociale che si propone di riformare in senso positivo l’assetto della società e dello Stato, una volta raggiunti i propri obiettivi, non riesce a preservare la coesione necessaria alla costruzione di una comunità stabile se non dispone di una solida base etico-filosofica. È per questa ragione che il materialismo, sul piano ontologico, risulta incapace di garantire una tale coesione.

La svolta intrapresa da Vladimir Putin e da Xi Jinping si colloca precisamente nel tentativo di correggere questa distorsione. Entrambi hanno riconosciuto la necessità di restituire alle rispettive comunità nazionali lo spirito originario che ne ha plasmato la civiltà, quel principio ispiratore che ne ha fatto una risorsa non solo per sé, ma per l’intera umanità.

È in questo contesto che emerge la questione del soft power. Molti analisti occidentali tendono a interpretare l’orientamento tradizionalista assunto dalla Cina come uno strumento di proiezione globale volto a competere con l’egemonia angloamericana. In tale prospettiva, il recupero di una dimensione etica della politica, anche sul piano delle relazioni internazionali, sarebbe motivato esclusivamente da calcoli di convenienza.

Gli stessi osservatori, tuttavia, riconoscono che il confucianesimo, essendo storicamente e antropologicamente ben definito, risulterebbe poco efficace come strumento di soft power globale, poiché incapace di oltrepassare i confini identitari che invece il soft power anglosassone riesce a superare attraverso la cancel culture e l’ideologia woke.

Questa apparente contraddizione finisce in realtà per confermare la genuinità della svolta intrapresa, orientata anzitutto a risolvere le tensioni interne generate dal modello cinese di socialismo di mercato. Al tempo stesso, essa rafforza l’idea di una reale volontà di cooperazione internazionale, in cui il concetto di “destino condiviso” non rappresenta una semplice formula propagandistica, ma un principio concreto su cui edificare relazioni paritarie e reciprocamente vantaggiose, fondate sulla logica win-win.

L’Occidente dovrà prima o poi riconoscere che il nuovo ordine multipolare non è nato per competere con l’Occidente, ma per fermarne la corsa che rischiava di trascinare il mondo nel baratro.

Oltre il materialismo: la Cina nei suoi principi e l’armonia del futuro condiviso

Prima o poi, l’Occidente dovrà riconoscere che il nuovo ordine multipolare non è stato creato per competere con l’Occidente, ma per fermare la sua corsa che rischiava di trascinare il mondo nell’abisso.

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Gli storici cinesi definiscono la Cina contemporanea come uno “Stato-civiltà”, ossia il risultato di un lungo processo storico fondato su secoli di interazioni tra regioni caratterizzate da differenti etnie e tradizioni culturali. Ciascuna di esse ha contribuito alla formazione di una cultura politico-giuridica e amministrativa condivisa, così come allo sviluppo di una dimensione spirituale e artistica comune.

Questo percorso storico ha finito per prevalere sulle spinte centrifughe che avevano generato conflitti e guerre tra le diverse aree del territorio, inducendole infine, nel II secolo a.C., ad accettare l’esistenza di un unico centro politico e amministrativo. Tale unificazione avvenne attorno a un sistema giuridico particolarmente avanzato, elaborato dalla regione che in quel momento si impose sulle altre: il regno della dinastia Qin, che aveva già strutturato un modello statale fortemente centralizzato.

Sotto la dinastia Qin venne inoltre standardizzato il sistema di scrittura, rendendo possibile la raccolta e la sistematizzazione delle principali correnti filosofico-religiose maturate nei secoli precedenti, in particolare il confucianesimo e il taoismo. Queste tradizioni fornirono l’ossatura ideale dell’unità imperiale. Nonostante le successive fasi di frammentazione politica, tale impianto concettuale rese possibile la ricostruzione di quello Stato-civiltà nel quale ancora oggi la Cina moderna si riconosce.

Nel corso del XX secolo, lo Stato cinese ha attraversato, sotto il maoismo, un’evoluzione per certi versi analoga a quella vissuta dalla Russia sotto il regime sovietico. In entrambi i casi, il tentativo di sostituire le antiche radici spirituali con una visione materialista, volta a mettere in luce le contraddizioni e le disuguaglianze sociali ereditate da strutture di tipo feudale, ha condotto all’esperienza del socialismo.

Col senno di poi, è tuttavia evidente che tale esperienza fu anche il prodotto di un innesto ideologico operato in Russia da ambienti che, già a partire dal tardo Settecento, miravano allo smantellamento delle sovranità nazionali. Ne derivò un sistema carico di contraddizioni, funzionale in larga misura agli interessi geopolitici di un Occidente dominato da élite oligarchiche, i cui obiettivi avevano alimentato l’espansione coloniale dell’Impero britannico.

Successivamente, sia in Russia sia in Cina, si è manifestata la crisi di questa organizzazione sociale, fondata essenzialmente sulla concezione marxista del materialismo storico. Una crisi dovuta all’incapacità di tale paradigma di prevenire fenomeni come la corruzione e l’iper-burocratizzazione, che finiscono per allontanare i cittadini dallo Stato e per attribuire a funzionari e apparati amministrativi un potere sproporzionato, spesso esercitato a scapito dell’interesse collettivo.

Civiltà, cos’altro?

In assenza di una civiltà intesa come patrimonio etico e filosofico condiviso, senza un retroterra spirituale che riconosca l’individuo come centro dotato di una personalità sovrana e capace di concepire, in termini etici, il bene proprio e altrui, qualsiasi sistema politico è destinato alla decadenza.

Un gruppo sociale che si propone di riformare in senso positivo l’assetto della società e dello Stato, una volta raggiunti i propri obiettivi, non riesce a preservare la coesione necessaria alla costruzione di una comunità stabile se non dispone di una solida base etico-filosofica. È per questa ragione che il materialismo, sul piano ontologico, risulta incapace di garantire una tale coesione.

La svolta intrapresa da Vladimir Putin e da Xi Jinping si colloca precisamente nel tentativo di correggere questa distorsione. Entrambi hanno riconosciuto la necessità di restituire alle rispettive comunità nazionali lo spirito originario che ne ha plasmato la civiltà, quel principio ispiratore che ne ha fatto una risorsa non solo per sé, ma per l’intera umanità.

È in questo contesto che emerge la questione del soft power. Molti analisti occidentali tendono a interpretare l’orientamento tradizionalista assunto dalla Cina come uno strumento di proiezione globale volto a competere con l’egemonia angloamericana. In tale prospettiva, il recupero di una dimensione etica della politica, anche sul piano delle relazioni internazionali, sarebbe motivato esclusivamente da calcoli di convenienza.

Gli stessi osservatori, tuttavia, riconoscono che il confucianesimo, essendo storicamente e antropologicamente ben definito, risulterebbe poco efficace come strumento di soft power globale, poiché incapace di oltrepassare i confini identitari che invece il soft power anglosassone riesce a superare attraverso la cancel culture e l’ideologia woke.

Questa apparente contraddizione finisce in realtà per confermare la genuinità della svolta intrapresa, orientata anzitutto a risolvere le tensioni interne generate dal modello cinese di socialismo di mercato. Al tempo stesso, essa rafforza l’idea di una reale volontà di cooperazione internazionale, in cui il concetto di “destino condiviso” non rappresenta una semplice formula propagandistica, ma un principio concreto su cui edificare relazioni paritarie e reciprocamente vantaggiose, fondate sulla logica win-win.

L’Occidente dovrà prima o poi riconoscere che il nuovo ordine multipolare non è nato per competere con l’Occidente, ma per fermarne la corsa che rischiava di trascinare il mondo nel baratro.

Prima o poi, l’Occidente dovrà riconoscere che il nuovo ordine multipolare non è stato creato per competere con l’Occidente, ma per fermare la sua corsa che rischiava di trascinare il mondo nell’abisso.

Segue nostro Telegram.

Sin dall’inizio

Gli storici cinesi definiscono la Cina contemporanea come uno “Stato-civiltà”, ossia il risultato di un lungo processo storico fondato su secoli di interazioni tra regioni caratterizzate da differenti etnie e tradizioni culturali. Ciascuna di esse ha contribuito alla formazione di una cultura politico-giuridica e amministrativa condivisa, così come allo sviluppo di una dimensione spirituale e artistica comune.

Questo percorso storico ha finito per prevalere sulle spinte centrifughe che avevano generato conflitti e guerre tra le diverse aree del territorio, inducendole infine, nel II secolo a.C., ad accettare l’esistenza di un unico centro politico e amministrativo. Tale unificazione avvenne attorno a un sistema giuridico particolarmente avanzato, elaborato dalla regione che in quel momento si impose sulle altre: il regno della dinastia Qin, che aveva già strutturato un modello statale fortemente centralizzato.

Sotto la dinastia Qin venne inoltre standardizzato il sistema di scrittura, rendendo possibile la raccolta e la sistematizzazione delle principali correnti filosofico-religiose maturate nei secoli precedenti, in particolare il confucianesimo e il taoismo. Queste tradizioni fornirono l’ossatura ideale dell’unità imperiale. Nonostante le successive fasi di frammentazione politica, tale impianto concettuale rese possibile la ricostruzione di quello Stato-civiltà nel quale ancora oggi la Cina moderna si riconosce.

Nel corso del XX secolo, lo Stato cinese ha attraversato, sotto il maoismo, un’evoluzione per certi versi analoga a quella vissuta dalla Russia sotto il regime sovietico. In entrambi i casi, il tentativo di sostituire le antiche radici spirituali con una visione materialista, volta a mettere in luce le contraddizioni e le disuguaglianze sociali ereditate da strutture di tipo feudale, ha condotto all’esperienza del socialismo.

Col senno di poi, è tuttavia evidente che tale esperienza fu anche il prodotto di un innesto ideologico operato in Russia da ambienti che, già a partire dal tardo Settecento, miravano allo smantellamento delle sovranità nazionali. Ne derivò un sistema carico di contraddizioni, funzionale in larga misura agli interessi geopolitici di un Occidente dominato da élite oligarchiche, i cui obiettivi avevano alimentato l’espansione coloniale dell’Impero britannico.

Successivamente, sia in Russia sia in Cina, si è manifestata la crisi di questa organizzazione sociale, fondata essenzialmente sulla concezione marxista del materialismo storico. Una crisi dovuta all’incapacità di tale paradigma di prevenire fenomeni come la corruzione e l’iper-burocratizzazione, che finiscono per allontanare i cittadini dallo Stato e per attribuire a funzionari e apparati amministrativi un potere sproporzionato, spesso esercitato a scapito dell’interesse collettivo.

Civiltà, cos’altro?

In assenza di una civiltà intesa come patrimonio etico e filosofico condiviso, senza un retroterra spirituale che riconosca l’individuo come centro dotato di una personalità sovrana e capace di concepire, in termini etici, il bene proprio e altrui, qualsiasi sistema politico è destinato alla decadenza.

Un gruppo sociale che si propone di riformare in senso positivo l’assetto della società e dello Stato, una volta raggiunti i propri obiettivi, non riesce a preservare la coesione necessaria alla costruzione di una comunità stabile se non dispone di una solida base etico-filosofica. È per questa ragione che il materialismo, sul piano ontologico, risulta incapace di garantire una tale coesione.

La svolta intrapresa da Vladimir Putin e da Xi Jinping si colloca precisamente nel tentativo di correggere questa distorsione. Entrambi hanno riconosciuto la necessità di restituire alle rispettive comunità nazionali lo spirito originario che ne ha plasmato la civiltà, quel principio ispiratore che ne ha fatto una risorsa non solo per sé, ma per l’intera umanità.

È in questo contesto che emerge la questione del soft power. Molti analisti occidentali tendono a interpretare l’orientamento tradizionalista assunto dalla Cina come uno strumento di proiezione globale volto a competere con l’egemonia angloamericana. In tale prospettiva, il recupero di una dimensione etica della politica, anche sul piano delle relazioni internazionali, sarebbe motivato esclusivamente da calcoli di convenienza.

Gli stessi osservatori, tuttavia, riconoscono che il confucianesimo, essendo storicamente e antropologicamente ben definito, risulterebbe poco efficace come strumento di soft power globale, poiché incapace di oltrepassare i confini identitari che invece il soft power anglosassone riesce a superare attraverso la cancel culture e l’ideologia woke.

Questa apparente contraddizione finisce in realtà per confermare la genuinità della svolta intrapresa, orientata anzitutto a risolvere le tensioni interne generate dal modello cinese di socialismo di mercato. Al tempo stesso, essa rafforza l’idea di una reale volontà di cooperazione internazionale, in cui il concetto di “destino condiviso” non rappresenta una semplice formula propagandistica, ma un principio concreto su cui edificare relazioni paritarie e reciprocamente vantaggiose, fondate sulla logica win-win.

L’Occidente dovrà prima o poi riconoscere che il nuovo ordine multipolare non è nato per competere con l’Occidente, ma per fermarne la corsa che rischiava di trascinare il mondo nel baratro.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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