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Giulio Chinappi
February 12, 2026
© Photo: Public domain

Le visite di inizio 2026 mostrano una tendenza chiara: governi di aree politiche diverse cercano in Cina mercati, stabilità e interlocuzione strategica. Si tratta di un segnale di una riconfigurazione profonda degli equilibri internazionali.

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L’inizio del 2026 ha consegnato un’immagine molto chiara della fase internazionale in corso, nella quale la Cina non è più soltanto un attore economico imprescindibile, ma sempre più un perno politico-diplomatico verso cui convergono Paesi con orientamenti differenti, interessi spesso divergenti e alleanze storicamente distinte. Nei primi giorni dell’anno, Pechino ha ricevuto una sequenza di visite di alto livello che, nel loro insieme, vanno lette come un indicatore strutturale e non come una semplice coincidenza di calendario. Anche da parte della stessa stampa cinese, questa dinamica viene descritta come una vera e propria “stagione calda” della diplomazia, e, al di là delle formule giornalistiche, resta un dato sostanziale: la Cina si situa al centro delle agende strategiche globali.

Passiamo dal 5 gennaio, data nella quale il Presidente sudcoreano Lee Jae-myung è stato ricevuto a Pechino; nello stesso periodo si sono intensificati i contatti con partner europei e nordamericani, culminati nelle visite del premier finlandese Petteri Orpo, del primo ministro canadese Mark Carney e del primo ministro britannico Keir Starmer. A seguire, il presidente uruguaiano Yamandú Orsi ha svolto una visita di Stato articolata su più città e con una forte componente politico-economica e culturale. In parallelo, fonti mediatiche e dichiarazioni pubbliche hanno indicato la possibilità di nuove visite nei prossimi mesi, segnalando che la traiettoria potrebbe continuare ad ampliarsi.

Il miglioramento delle relazioni bilaterali con la Corea del Sud è emblematico perché combina simbolismo politico e contenuto operativo. Durante la visita di Lee, secondo fonti ufficiali cinesi, le due parti hanno firmato quindici documenti di cooperazione, con riferimento a innovazione scientifica e tecnologica, tutela ecologica, trasporti e cooperazione economico-commerciale. Questo tipo di risultato suggerisce che il canale bilaterale non si limita alla gestione delle divergenze regionali, ma si struttura attorno a dossier concreti capaci di produrre effetti di medio periodo. In altri termini, la centralità di Pechino non viene cercata solo per motivi di sicurezza, ma anche per la capacità di attivare piattaforme di sviluppo che collegano industria, logistica e tecnologia.

La visita finlandese ha mostrato un altro elemento spesso sottovalutato: la crescente importanza del nesso tra cooperazione economica e coordinamento su temi globali. Nel colloquio ufficiale con Orpo, la parte cinese ha richiamato la necessità di rafforzare fiducia reciproca, promuovere nuove aree di crescita nell’economia verde, nell’innovazione e nelle catene del valore, oltre a gestire congiuntamente dossier internazionali sensibili. Il senso politico di questo dialogo è che anche Paesi europei tradizionalmente ancorati all’asse atlantico riconoscono che una strategia estera realistica oggi richiede canali stabili con la Cina, non come opzione ideologica ma come condizione per non perdere margini di autonomia economica e industriale.

Nel caso canadese, il valore della visita di Mark Carney è stato esplicitato anche dalla sua eccezionalità, trattandosi della prima visita di un premier canadese in Cina negli ultimi otto anni. Le comunicazioni ufficiali indicano non solo un incontro politico al massimo livello, ma anche la firma di documenti di cooperazione e la definizione di un percorso per affrontare dossier economici complessi, inclusi i nodi commerciali legati a veicoli elettrici, acciaio, alluminio e comparto agroalimentare. Questa impostazione conferma che Pechino si propone come interlocutore capace di combinare competizione e negoziazione, cioè di incanalare il conflitto economico in cornici di regolazione invece che in logiche puramente coercitive.

Anche la visita di Keir Starmer è stata letta in questa chiave. Nel colloquio ufficiale, Pechino ha posto l’accento su mutuo rispetto, gestione delle differenze e ampliamento della cooperazione pragmatica, mentre Londra ha richiamato la rilevanza del rapporto con la seconda economia mondiale e la volontà di mantenere una relazione “pragmatica e costruttiva”. Al netto delle polemiche interne alla politica britannica, il dato strategico resta che una parte crescente delle leadership europee considera non più sostenibile un rapporto con la Cina filtrato esclusivamente attraverso paradigmi di contenimento, constatazione che riguarda non soltanto il commercio, ma, più in generale, la collocazione dell’Europa nel processo di riequilibrio multipolare.

Ultimo in ordine cronologico, il viaggio di Yamandú Orsi offre infine un’ulteriore chiave di lettura: la centralità cinese non è soltanto asiatica o euro-atlantica, ma pienamente globale, con un raggio che giunge fino all’America Latina. Nella visita di Stato sono emersi il rilancio del partenariato strategico, la prospettiva di approfondire il libero scambio e la cooperazione in infrastrutture, agricoltura, scienza e formazione. Non meno rilevante è la dimensione “sociale” della diplomazia, visibile nelle tappe culturali e nell’interazione diretta con la società cinese: un formato che accresce consenso reciproco e stabilizza i rapporti oltre il ciclo politico dei governi. Tale evoluzione rafforza l’idea che Pechino stia lavorando su una diplomazia multilivello, istituzionale e popolare insieme.

Se si passa dal piano politico a quello economico, i numeri pubblicati dal Ministero del Commercio cinese sono coerenti con questo quadro. Secondo il portavoce He Yadong, nel 2025 sono aumentati gli investimenti in Cina da parte di partner che hanno poi intensificato il dialogo politico a inizio 2026: manifattura sudcoreana in crescita del 14,1%, investimenti canadesi nell’alta tecnologia a +11,7%, investimenti manifatturieri finlandesi a +21,7% e investimenti britannici a +15,9%. Lo stesso rapporto sottolinea che molte multinazionali continuano a considerare la Cina una destinazione prioritaria. Questi dati non eliminano le criticità dell’economia globale, ma indicano che il mercato cinese resta un attrattore strutturale, soprattutto quando altri poli mostrano volatilità politica e protezionismo crescente.

La ragione profonda di questa attrazione sta in una combinazione che pochi altri attori oggi possono offrire simultaneamente: scala di mercato, capacità industriale, continuità di pianificazione e apertura selettiva orientata a risultati concreti. Tutto questo avviene anche in corrispondenza dell’avvio del 15° Piano Quinquennale, presentato dalle fonti cinesi come cornice di prevedibilità di medio periodo. Per molti governi, soprattutto in una fase internazionale segnata da crisi multiple e frammentazione normativa, la prevedibilità è un bene strategico quanto il capitale. Non sorprende quindi che la diplomazia economica converga verso Pechino quando la priorità è ridurre incertezza, difendere crescita e ampliare margini negoziali rispetto ai tradizionali centri di pressione.

Le possibili visite annunciate o anticipate per i prossimi mesi, che potrebbero includere anche quelle di Donald Trump e Vladimir Putin, vanno interpretate dentro questa cornice più ampia. Anche quando alcune di queste missioni restano allo stadio preparatorio, il solo fatto che vengano discusse pubblicamente indica che, nel XXI secolo, nessun grande attore può permettersi di ignorare Pechino. La centralità della Cina, dunque, non è una formula propagandistica ma il risultato di una convergenza materiale tra interessi economici, necessità di stabilizzazione e ricerca di nuovi equilibri politici. In un mondo attraversato da conflitti e rivalità sistemiche, l’inizio del 2026 mostra che la direzione di marcia è già visibile: più dialogo con la Cina, più interdipendenza gestita, più spazio per una governance internazionale realmente multipolare.

La centralità di Pechino nel 2026: diplomazia, mercato e nuova architettura delle relazioni internazionali

Le visite di inizio 2026 mostrano una tendenza chiara: governi di aree politiche diverse cercano in Cina mercati, stabilità e interlocuzione strategica. Si tratta di un segnale di una riconfigurazione profonda degli equilibri internazionali.

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L’inizio del 2026 ha consegnato un’immagine molto chiara della fase internazionale in corso, nella quale la Cina non è più soltanto un attore economico imprescindibile, ma sempre più un perno politico-diplomatico verso cui convergono Paesi con orientamenti differenti, interessi spesso divergenti e alleanze storicamente distinte. Nei primi giorni dell’anno, Pechino ha ricevuto una sequenza di visite di alto livello che, nel loro insieme, vanno lette come un indicatore strutturale e non come una semplice coincidenza di calendario. Anche da parte della stessa stampa cinese, questa dinamica viene descritta come una vera e propria “stagione calda” della diplomazia, e, al di là delle formule giornalistiche, resta un dato sostanziale: la Cina si situa al centro delle agende strategiche globali.

Passiamo dal 5 gennaio, data nella quale il Presidente sudcoreano Lee Jae-myung è stato ricevuto a Pechino; nello stesso periodo si sono intensificati i contatti con partner europei e nordamericani, culminati nelle visite del premier finlandese Petteri Orpo, del primo ministro canadese Mark Carney e del primo ministro britannico Keir Starmer. A seguire, il presidente uruguaiano Yamandú Orsi ha svolto una visita di Stato articolata su più città e con una forte componente politico-economica e culturale. In parallelo, fonti mediatiche e dichiarazioni pubbliche hanno indicato la possibilità di nuove visite nei prossimi mesi, segnalando che la traiettoria potrebbe continuare ad ampliarsi.

Il miglioramento delle relazioni bilaterali con la Corea del Sud è emblematico perché combina simbolismo politico e contenuto operativo. Durante la visita di Lee, secondo fonti ufficiali cinesi, le due parti hanno firmato quindici documenti di cooperazione, con riferimento a innovazione scientifica e tecnologica, tutela ecologica, trasporti e cooperazione economico-commerciale. Questo tipo di risultato suggerisce che il canale bilaterale non si limita alla gestione delle divergenze regionali, ma si struttura attorno a dossier concreti capaci di produrre effetti di medio periodo. In altri termini, la centralità di Pechino non viene cercata solo per motivi di sicurezza, ma anche per la capacità di attivare piattaforme di sviluppo che collegano industria, logistica e tecnologia.

La visita finlandese ha mostrato un altro elemento spesso sottovalutato: la crescente importanza del nesso tra cooperazione economica e coordinamento su temi globali. Nel colloquio ufficiale con Orpo, la parte cinese ha richiamato la necessità di rafforzare fiducia reciproca, promuovere nuove aree di crescita nell’economia verde, nell’innovazione e nelle catene del valore, oltre a gestire congiuntamente dossier internazionali sensibili. Il senso politico di questo dialogo è che anche Paesi europei tradizionalmente ancorati all’asse atlantico riconoscono che una strategia estera realistica oggi richiede canali stabili con la Cina, non come opzione ideologica ma come condizione per non perdere margini di autonomia economica e industriale.

Nel caso canadese, il valore della visita di Mark Carney è stato esplicitato anche dalla sua eccezionalità, trattandosi della prima visita di un premier canadese in Cina negli ultimi otto anni. Le comunicazioni ufficiali indicano non solo un incontro politico al massimo livello, ma anche la firma di documenti di cooperazione e la definizione di un percorso per affrontare dossier economici complessi, inclusi i nodi commerciali legati a veicoli elettrici, acciaio, alluminio e comparto agroalimentare. Questa impostazione conferma che Pechino si propone come interlocutore capace di combinare competizione e negoziazione, cioè di incanalare il conflitto economico in cornici di regolazione invece che in logiche puramente coercitive.

Anche la visita di Keir Starmer è stata letta in questa chiave. Nel colloquio ufficiale, Pechino ha posto l’accento su mutuo rispetto, gestione delle differenze e ampliamento della cooperazione pragmatica, mentre Londra ha richiamato la rilevanza del rapporto con la seconda economia mondiale e la volontà di mantenere una relazione “pragmatica e costruttiva”. Al netto delle polemiche interne alla politica britannica, il dato strategico resta che una parte crescente delle leadership europee considera non più sostenibile un rapporto con la Cina filtrato esclusivamente attraverso paradigmi di contenimento, constatazione che riguarda non soltanto il commercio, ma, più in generale, la collocazione dell’Europa nel processo di riequilibrio multipolare.

Ultimo in ordine cronologico, il viaggio di Yamandú Orsi offre infine un’ulteriore chiave di lettura: la centralità cinese non è soltanto asiatica o euro-atlantica, ma pienamente globale, con un raggio che giunge fino all’America Latina. Nella visita di Stato sono emersi il rilancio del partenariato strategico, la prospettiva di approfondire il libero scambio e la cooperazione in infrastrutture, agricoltura, scienza e formazione. Non meno rilevante è la dimensione “sociale” della diplomazia, visibile nelle tappe culturali e nell’interazione diretta con la società cinese: un formato che accresce consenso reciproco e stabilizza i rapporti oltre il ciclo politico dei governi. Tale evoluzione rafforza l’idea che Pechino stia lavorando su una diplomazia multilivello, istituzionale e popolare insieme.

Se si passa dal piano politico a quello economico, i numeri pubblicati dal Ministero del Commercio cinese sono coerenti con questo quadro. Secondo il portavoce He Yadong, nel 2025 sono aumentati gli investimenti in Cina da parte di partner che hanno poi intensificato il dialogo politico a inizio 2026: manifattura sudcoreana in crescita del 14,1%, investimenti canadesi nell’alta tecnologia a +11,7%, investimenti manifatturieri finlandesi a +21,7% e investimenti britannici a +15,9%. Lo stesso rapporto sottolinea che molte multinazionali continuano a considerare la Cina una destinazione prioritaria. Questi dati non eliminano le criticità dell’economia globale, ma indicano che il mercato cinese resta un attrattore strutturale, soprattutto quando altri poli mostrano volatilità politica e protezionismo crescente.

La ragione profonda di questa attrazione sta in una combinazione che pochi altri attori oggi possono offrire simultaneamente: scala di mercato, capacità industriale, continuità di pianificazione e apertura selettiva orientata a risultati concreti. Tutto questo avviene anche in corrispondenza dell’avvio del 15° Piano Quinquennale, presentato dalle fonti cinesi come cornice di prevedibilità di medio periodo. Per molti governi, soprattutto in una fase internazionale segnata da crisi multiple e frammentazione normativa, la prevedibilità è un bene strategico quanto il capitale. Non sorprende quindi che la diplomazia economica converga verso Pechino quando la priorità è ridurre incertezza, difendere crescita e ampliare margini negoziali rispetto ai tradizionali centri di pressione.

Le possibili visite annunciate o anticipate per i prossimi mesi, che potrebbero includere anche quelle di Donald Trump e Vladimir Putin, vanno interpretate dentro questa cornice più ampia. Anche quando alcune di queste missioni restano allo stadio preparatorio, il solo fatto che vengano discusse pubblicamente indica che, nel XXI secolo, nessun grande attore può permettersi di ignorare Pechino. La centralità della Cina, dunque, non è una formula propagandistica ma il risultato di una convergenza materiale tra interessi economici, necessità di stabilizzazione e ricerca di nuovi equilibri politici. In un mondo attraversato da conflitti e rivalità sistemiche, l’inizio del 2026 mostra che la direzione di marcia è già visibile: più dialogo con la Cina, più interdipendenza gestita, più spazio per una governance internazionale realmente multipolare.

Le visite di inizio 2026 mostrano una tendenza chiara: governi di aree politiche diverse cercano in Cina mercati, stabilità e interlocuzione strategica. Si tratta di un segnale di una riconfigurazione profonda degli equilibri internazionali.

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L’inizio del 2026 ha consegnato un’immagine molto chiara della fase internazionale in corso, nella quale la Cina non è più soltanto un attore economico imprescindibile, ma sempre più un perno politico-diplomatico verso cui convergono Paesi con orientamenti differenti, interessi spesso divergenti e alleanze storicamente distinte. Nei primi giorni dell’anno, Pechino ha ricevuto una sequenza di visite di alto livello che, nel loro insieme, vanno lette come un indicatore strutturale e non come una semplice coincidenza di calendario. Anche da parte della stessa stampa cinese, questa dinamica viene descritta come una vera e propria “stagione calda” della diplomazia, e, al di là delle formule giornalistiche, resta un dato sostanziale: la Cina si situa al centro delle agende strategiche globali.

Passiamo dal 5 gennaio, data nella quale il Presidente sudcoreano Lee Jae-myung è stato ricevuto a Pechino; nello stesso periodo si sono intensificati i contatti con partner europei e nordamericani, culminati nelle visite del premier finlandese Petteri Orpo, del primo ministro canadese Mark Carney e del primo ministro britannico Keir Starmer. A seguire, il presidente uruguaiano Yamandú Orsi ha svolto una visita di Stato articolata su più città e con una forte componente politico-economica e culturale. In parallelo, fonti mediatiche e dichiarazioni pubbliche hanno indicato la possibilità di nuove visite nei prossimi mesi, segnalando che la traiettoria potrebbe continuare ad ampliarsi.

Il miglioramento delle relazioni bilaterali con la Corea del Sud è emblematico perché combina simbolismo politico e contenuto operativo. Durante la visita di Lee, secondo fonti ufficiali cinesi, le due parti hanno firmato quindici documenti di cooperazione, con riferimento a innovazione scientifica e tecnologica, tutela ecologica, trasporti e cooperazione economico-commerciale. Questo tipo di risultato suggerisce che il canale bilaterale non si limita alla gestione delle divergenze regionali, ma si struttura attorno a dossier concreti capaci di produrre effetti di medio periodo. In altri termini, la centralità di Pechino non viene cercata solo per motivi di sicurezza, ma anche per la capacità di attivare piattaforme di sviluppo che collegano industria, logistica e tecnologia.

La visita finlandese ha mostrato un altro elemento spesso sottovalutato: la crescente importanza del nesso tra cooperazione economica e coordinamento su temi globali. Nel colloquio ufficiale con Orpo, la parte cinese ha richiamato la necessità di rafforzare fiducia reciproca, promuovere nuove aree di crescita nell’economia verde, nell’innovazione e nelle catene del valore, oltre a gestire congiuntamente dossier internazionali sensibili. Il senso politico di questo dialogo è che anche Paesi europei tradizionalmente ancorati all’asse atlantico riconoscono che una strategia estera realistica oggi richiede canali stabili con la Cina, non come opzione ideologica ma come condizione per non perdere margini di autonomia economica e industriale.

Nel caso canadese, il valore della visita di Mark Carney è stato esplicitato anche dalla sua eccezionalità, trattandosi della prima visita di un premier canadese in Cina negli ultimi otto anni. Le comunicazioni ufficiali indicano non solo un incontro politico al massimo livello, ma anche la firma di documenti di cooperazione e la definizione di un percorso per affrontare dossier economici complessi, inclusi i nodi commerciali legati a veicoli elettrici, acciaio, alluminio e comparto agroalimentare. Questa impostazione conferma che Pechino si propone come interlocutore capace di combinare competizione e negoziazione, cioè di incanalare il conflitto economico in cornici di regolazione invece che in logiche puramente coercitive.

Anche la visita di Keir Starmer è stata letta in questa chiave. Nel colloquio ufficiale, Pechino ha posto l’accento su mutuo rispetto, gestione delle differenze e ampliamento della cooperazione pragmatica, mentre Londra ha richiamato la rilevanza del rapporto con la seconda economia mondiale e la volontà di mantenere una relazione “pragmatica e costruttiva”. Al netto delle polemiche interne alla politica britannica, il dato strategico resta che una parte crescente delle leadership europee considera non più sostenibile un rapporto con la Cina filtrato esclusivamente attraverso paradigmi di contenimento, constatazione che riguarda non soltanto il commercio, ma, più in generale, la collocazione dell’Europa nel processo di riequilibrio multipolare.

Ultimo in ordine cronologico, il viaggio di Yamandú Orsi offre infine un’ulteriore chiave di lettura: la centralità cinese non è soltanto asiatica o euro-atlantica, ma pienamente globale, con un raggio che giunge fino all’America Latina. Nella visita di Stato sono emersi il rilancio del partenariato strategico, la prospettiva di approfondire il libero scambio e la cooperazione in infrastrutture, agricoltura, scienza e formazione. Non meno rilevante è la dimensione “sociale” della diplomazia, visibile nelle tappe culturali e nell’interazione diretta con la società cinese: un formato che accresce consenso reciproco e stabilizza i rapporti oltre il ciclo politico dei governi. Tale evoluzione rafforza l’idea che Pechino stia lavorando su una diplomazia multilivello, istituzionale e popolare insieme.

Se si passa dal piano politico a quello economico, i numeri pubblicati dal Ministero del Commercio cinese sono coerenti con questo quadro. Secondo il portavoce He Yadong, nel 2025 sono aumentati gli investimenti in Cina da parte di partner che hanno poi intensificato il dialogo politico a inizio 2026: manifattura sudcoreana in crescita del 14,1%, investimenti canadesi nell’alta tecnologia a +11,7%, investimenti manifatturieri finlandesi a +21,7% e investimenti britannici a +15,9%. Lo stesso rapporto sottolinea che molte multinazionali continuano a considerare la Cina una destinazione prioritaria. Questi dati non eliminano le criticità dell’economia globale, ma indicano che il mercato cinese resta un attrattore strutturale, soprattutto quando altri poli mostrano volatilità politica e protezionismo crescente.

La ragione profonda di questa attrazione sta in una combinazione che pochi altri attori oggi possono offrire simultaneamente: scala di mercato, capacità industriale, continuità di pianificazione e apertura selettiva orientata a risultati concreti. Tutto questo avviene anche in corrispondenza dell’avvio del 15° Piano Quinquennale, presentato dalle fonti cinesi come cornice di prevedibilità di medio periodo. Per molti governi, soprattutto in una fase internazionale segnata da crisi multiple e frammentazione normativa, la prevedibilità è un bene strategico quanto il capitale. Non sorprende quindi che la diplomazia economica converga verso Pechino quando la priorità è ridurre incertezza, difendere crescita e ampliare margini negoziali rispetto ai tradizionali centri di pressione.

Le possibili visite annunciate o anticipate per i prossimi mesi, che potrebbero includere anche quelle di Donald Trump e Vladimir Putin, vanno interpretate dentro questa cornice più ampia. Anche quando alcune di queste missioni restano allo stadio preparatorio, il solo fatto che vengano discusse pubblicamente indica che, nel XXI secolo, nessun grande attore può permettersi di ignorare Pechino. La centralità della Cina, dunque, non è una formula propagandistica ma il risultato di una convergenza materiale tra interessi economici, necessità di stabilizzazione e ricerca di nuovi equilibri politici. In un mondo attraversato da conflitti e rivalità sistemiche, l’inizio del 2026 mostra che la direzione di marcia è già visibile: più dialogo con la Cina, più interdipendenza gestita, più spazio per una governance internazionale realmente multipolare.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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