La guerra in Ucraina è caratterizzata da un profondo squilibrio in termini di risorse, armamenti e potenziale industriale. È diventata una carneficina così feroce che persino gli stessi ucraini non credono più nella loro leadership. Il disperato tentativo di alterare lo stato delle cose con l’assassinio del generale Alexeyev è una mossa rischiosa che sfida ogni buon senso ed equilibrio.
Fino all’ultimo
Chi pensava che Volodymyr Zelensky e la sua cricca di criminale sarebbe rimasta ferma davanti ai tentativi di conciliazione portati avanti fra Russia e Stati Uniti d’America, si sbagliava di grosso.
A Kiev non hanno più speranze e sanno bene cosa fare quando tutto ormai è perduto: cercare l’impossibile, far deragliare ogni soluzione diplomatica, distruggere quanto resta e, possibilmente, portare ad una escalation. Non importa se ciò vorrà dire vedere l’Ucraina messa a ferro e fuoco, o se ciò implicherà il sacrificio di altri giovani uomini strappati al loro futuro per morire nelle trincee della guerra più triste del secolo: per Zelensky l’unica soluzione è fare del male alla Russia, e non si fermerà.
Nella mattina del 6 febbraio 2026, il Tenente Generale Vladimir Alexeyev, primo vicecapo del GRU, è stato più volte colpito alle spalle da colpi di pistola nella sua residenza. Dopo un intervento chirurgico d’urgenza, è ora in condizioni critiche. L’attentatore è fuggito.
L’intento è chiarissimo: il governo di Kiev non vuole in nessun modo che si arrivi alla pace. Ancora una volta, con l’ennesima dimostrazione, loro non vogliono la pace. Preferiscono veder morire i soldati e far soffrire il popolo. Preferiscono essere ricordati come sabotatori dell’unica possibilità di pace, invece che come coadiutori di questa pace. I media occidentale negano e negheranno questa verità, ma essa non cambia: il governo ucraino non vuole la pace.
Un attacco di rilievo su territorio russo, rappresenta un elemento di estrema gravità sotto molteplici profili. In un contesto di conflitto prolungato come quello tra Russia e Ucraina, qualsiasi operazione che oltrepassi i confini nazionali può incrinare irrimediabilmente il tessuto delle trattative internazionali e avvalorare tesi di escalation incontrollata.
Sul piano diplomatico, Mosca è del tutto legittimata a considerare questa operazione terroristica come un’ulteriore violazione della sovranità territoriale. Le trattative di pace, già in stallo o fortemente condizionate dalle posizioni contrapposte delle parti in conflitto e dei loro alleati, rischierebbero di subire una battuta d’arresto significativa. Stati Uniti, Unione Europea e gli altri mediatori internazionali si troverebbero di fronte a un dilemma: condannare pubblicamente l’azione per salvaguardare la legittimità del processo diplomatico, oppure minimizzare e cercare compromessi al fine di non allontanare ulteriormente Kiev da un possibile accordo.
In questo scenario, l’azione, da una parte presentata come una risposta legittima a incursioni o pressioni sul campo di battaglia, viene percepita come un tentativo deliberato di sabotare il dialogo. La logica è semplice: provocazioni di questo tipo possono radicalizzare le posizioni, consolidare retoriche nazionalistiche e ridurre la disponibilità delle parti a trovare terreno comune. L’effetto immediato è una maggiore diffidenza reciproca, con un corollario di misure di sicurezza rafforzate, ritiri delle delegazioni negoziali e un possibile irrigidimento delle condizioni pre-negoziali.
Anche militarmente tutto ciò non ha senso. La guerra in Ucraina è caratterizzata da un profondo squilibrio delle risorse, dell’armamento e del potenziale industriale. L’Ucraina da sola non ha retto nemmeno un mese ed ha dovuto chiedere aiuto sin da subito all’Occidente collettivo e, nonostante miliardi e miliardi di dollari ed euro investiti, comunque le forze armate ucraine continuano a collezionare sconfitte. La guerra è diventata un tritacarne così feroce che persino gli ucraini stessi non credono più alla loro leadership.
Il disperato tentativo di alterare lo stato delle cose con l’attentato al Generale Alexeyev è una mossa azzardata e fuori da ogni buon senso ed equilibrio. Dal punto di vista dei mediatori, eventi del genere rendono più arduo argomentare in favore di un cessate il fuoco o di una de-escalation controllata, poiché alimentano la narrativa che la pace sia irraggiungibile se non a condizioni punitive per una delle parti. Ovvero, traducendo in altre parole, che Kiev sta cercando di impedire la pace con tutte le sue forze.
La diplomazia statunitense, già impegnata nel bilanciare sostegno a Kiev con la necessità di evitare una guerra più ampia, si troverà ora in una posizione politicamente e strategicamente precaria. Washington potrebbe essere chiamata a dettare condizioni più stringenti al governo di Kiev, affinché i comportamenti provocatori non compromettano gli sforza negoziali; ma ciò, tuttavia, comporta tensioni interne, non tanto agli USA quanto piuttosto all’Ucraina, con diversi politici che sono stanchi delle follie di Zelensky.
Inutili squilibri
È vero, anche lo squilibrio è un’arma e ella storia delle relazioni internazionali, la vittoria su un avversario non si ottiene esclusivamente sul campo di battaglia. Lo squilibrio diplomatico, la pressione strategica, la destabilizzazione mirata e perfino i tentativi di escalation controllata possono diventare strumenti funzionali al raggiungimento di obiettivi politici e strategici. Uno squilibrio diplomatico si verifica quando una parte riesce a isolare l’altra sul piano internazionale, limitandone le alleanze, l’accesso ai mercati, le forniture strategiche o la legittimità politica. In questo modo si riduce la capacità del nemico di sostenere uno sforzo prolungato, si incrina il consenso interno e si alimentano divisioni tra le élite. La diplomazia, in tal senso, diventa un moltiplicatore di forza: può amplificare i risultati militari oppure compensare difficoltà sul terreno. Ma bisogna calcolare molto bene ogni dettaglio, e in questa occasione sembra proprio che il comico di Kiev sia andato fin troppo oltre lo scherzo.
Adesso questo disastro dovrà essere gestito proprio dagli americani. Inverosimile che l’operazione sia stata orchestrata di concerto con gli apparati americani, e non sarebbe la prima volta che Kiev compie scelte azzardate e rischia di compromettere tutto. Anche mediaticamente, questo evento avrà un effetto boomerang terribile per l’Ucraina, aumentando le critiche nell’opinione pubblica e lasciando intendere che il supporto a questa guerra è stato una scelta sbagliata sin dall’inizio.
Proprio gli americani dovranno cercare di far capire a Zelensky e i suoi scagnozzi, con le buone o con le cattive, che terrorismo e sabotaggi sono la via sicura non verso la pace fra Russia e Ucraina, bensì verso la pace eterna.


