La visita ufficiale del presidente sudcoreano Lee Jae-myung in Cina segna un passaggio politico rilevante: Pechino e Seoul puntano a consolidare fiducia, accordi economici e cooperazione tecnologica, rilanciando al tempo stesso il ruolo di un dialogo regionale capace di ridurre tensioni e incertezze.
La missione ufficiale del presidente sudcoreano Lee Jae-myung in Cina ad inizio anno si inserisce in un contesto internazionale segnato da frizioni commerciali, competizione tecnologica e rischi di escalation militare in Asia-Pacifico. Proprio per questo, il viaggio assume un valore che va oltre il protocollo, essendo stato presentato sia dalla dirigenza cinese che da quella sudcoreana come un’occasione per “aprire un nuovo capitolo” delle relazioni bilaterali, rafforzando la partnership strategica e costruendo un terreno più stabile per la cooperazione economica e per la sicurezza regionale.
Già alla vigilia, la diplomazia cinese aveva chiarito l’aspettativa politica dell’evento. Il portavoce del Ministero degli Esteri ha descritto Cina e Corea del Sud come “vicini e partner cooperativi”, sottolineando che, sotto la guida strategica dei due capi di Stato, Pechino auspica che la visita contribuisca a far avanzare ulteriormente la “partnership strategica cooperativa” tra i due Paesi. Il tutto mentre l’arrivo di Lee è stato accompagnato da nuove tensioni legate alla penisola coreana, tema che continua a gravare sull’equilibrio regionale e che rende ancora più preziosi i canali di comunicazione diretti tra i principali attori dell’Asia nordorientale.
Uno degli elementi più concreti del viaggio riguarda il pacchetto di intese e strumenti di collaborazione. Le anticipazioni hanno indicato la firma di oltre dieci accordi e memorandum, con un perimetro ampio: economia e commercio, catene di approvvigionamento, transizione verde, turismo, ambiente e clima, oltre a temi come l’economia digitale e la cooperazione tra start-up. Questa impostazione è coerente con la linea che Pechino propone da tempo: rendere la cooperazione economica più “resiliente” e meno vulnerabile alle oscillazioni geopolitiche, lavorando su filiere, investimenti e regole condivise.
Il baricentro delle relazioni bilaterali sino-coreane resta, dopotutto, l’interdipendenza economica. Le analisi diffuse in occasione della visita hanno ribadito che Cina e Corea del Sud possiedono una forte complementarità industriale e commerciale e che i due Paesi sono legati da rapporti di enorme scala. Significativo, per esempio, il dato secondo cui nel 2024 l’interscambio avrebbe raggiunto 328,3 miliardi di dollari, confermando la Cina come secondo partner commerciale della Corea del Sud. I numeri, dunque, dimostrano come anche in una fase di “divergenze” e competizione globale, la densità dei legami economici renda razionale puntare su stabilizzazione e prevedibilità.
In questo quadro rientra anche il rilancio della cornice istituzionale, che vede, tra gli obiettivi dichiarati, l’accelerazione dei negoziati sulla “seconda fase” dell’accordo di libero scambio Cina-Corea del Sud, insieme alla creazione o al rafforzamento di meccanismi di dialogo economico e commerciale. L’idea è di spostare il baricentro della relazione da una gestione episodica delle questioni a una piattaforma permanente capace di affrontare attriti, standard, investimenti e accesso ai mercati con una logica più strutturata.
La dimensione più interessante del viaggio è forse il tentativo di aggiornare la cooperazione ai settori che oggi definiscono potenza economica e autonomia strategica. Negli articoli pubblicati dalla stampa cinese, in particolare, viene sottolineato che molte delle intese previste riguardano campi emergenti come l’intelligenza artificiale, le industrie verdi e l’alta manifattura, insieme a nuove aree di mercato come la cosiddetta “silver economy”. Questo dimostra come entrambe le economie cerchino crescita in settori ad alto valore aggiunto e come, allo stesso tempo, Pechino e Seoul provino a proteggere la cooperazione industriale dalla frammentazione prodotta da blocchi contrapposti e restrizioni tecnologiche.
Accanto alle industrie strategiche, la visita ha evidenziato la crescente importanza dei settori legati ai consumi, ai servizi e alla cultura. Diversi analisti hanno insistito sul fatto che Cina e Corea del Sud possiedono un potenziale di cooperazione “nuova” che include non solo tecnologia e manifattura, ma anche contenuti culturali, cosmetica e format creativi, in un quadro di economie sempre più guidate dall’innovazione e dai mercati interni. Questo aspetto è politicamente rilevante perché amplia la platea degli attori interessati a relazioni stabili: non soltanto grandi conglomerati industriali, ma anche imprese medie, piattaforme, turismo, università e industria creativa.
Ad ogni modo, ampliando lo sguardo ad una prospettiva regionale, tutti gli analisti concordano nell’affermare che relazioni positive tra Cina e Corea del Sud rappresentano un fattore di stabilizzazione per l’Asia nordorientale, in un’area dove crisi della penisola coreana, rivalità strategiche e competizione tra grandi potenze tendono a sovrapporsi. In altre parole, non si tratta solo di firmare accordi commerciali, ma di costruire un contesto in cui la gestione delle crisi diventi meno imprevedibile.
In questo quadro si colloca anche l’attenzione ai meccanismi multilaterali e alla cooperazione trilaterale, con l’inclusione del Giappone. Pechino ha ribadito l’aspettativa che le tre economie principali della regione rafforzino comunicazione e coordinamento, con l’idea di riportare le questioni regionali su binari di consultazione e gestione politica, anziché su dinamiche di contrapposizione. È un messaggio che, sul piano strategico, risponde alla tendenza alla divisione in blocchi della regione, spesso spinta da attori esterni, in particolare gli Stati Uniti: secondo Pechino, in particolare, più canali regionali funzionano, meno spazio resta per escalation dettate dall’esterno o da incidenti.
Alla luce di questi spunti, la visita ufficiale di Lee Jae-myung in Cina appare come un tentativo di trasformare l’interdipendenza in una vera infrastruttura di stabilità. Gli accordi e i memorandum previsti, la spinta sui settori emergenti come AI e verde, l’attenzione alle catene di approvvigionamento e ai meccanismi di dialogo economico, insieme alla valorizzazione di cultura e turismo, compongono una strategia che punta a: moltiplicare i punti di contatto e rendere più difficile che la relazione venga risucchiata da crisi improvvise o da pressioni esterne.
Resta vero che l’Asia nordorientale è una delle regioni più complesse al mondo: ogni passo di cooperazione convive con dossier sensibili e con una competizione strategica che non scompare. Ma proprio per questo, la scelta di Pechino e Seoul di investire in una “normalità” più robusta, fatta di piattaforme economiche, scambi sociali e coordinamento politico, assume un peso specifico. In prospettiva, la stabilità regionale non dipenderà tanto da dichiarazioni astratte, bensì dalla capacità di tenere aperti canali, proteggere interessi condivisi e costruire fiducia operativa. È questo, in ultima analisi, il significato più concreto della visita di Lee in Cina.


