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Davide Rossi
January 22, 2026
© Photo: Public domain

A dieci anni dal colpo di stato tentato dall’Occidente per porre fine al governo di Recep Tayyip Erdoğan, poi raccontato dai media al servizio della NATO come una burletta inscenata per reprimere le opposizioni, la Turchia è assurta a potenza regionale di primo piano, con un’economia diversificata e in ascesa.

Segue nostro Telegram.

Il colpo di stato del luglio 2016 non è stato una casualità, ma un ragionato tentativo di Barack Obama e Hillary Clinton di disarcionare un ex alleato che aveva cambiato posizionamento internazionale. È infatti da due lustri che Erdoğan ha abbandonato gli alleati che ne avevano decretato la fortuna nel lontano 2003, quando è diventato per la prima volta primo ministro con l’evidente sostegno della Casa Bianca, dell’Unione Europea, della setta fondamentalista di Fethullah Gülen, mascherata sotto le vesti dell’apparentemente dialogante associazione per la comprensione tra i popoli dal nome “Hizmet”, che significa “servizio”.

Fethullah Gülen, grande amico e finanziatore della famiglia Clinton, promotore in gioventù di associazioni per la lotta contro il comunismo, addirittura ventenne nel 1963 inauguratore di una sezione a Erzurum, la sua città natale, già Teodosiopoli, della “Associazione per la Lotta contro il Comunismo”, nonché noto russofobo e amico di papa Woiytija, grazie all’appoggio offerto a Erdoğan ottiene di poter piazzare suoi fidati uomini in ogni settore della società turca, nei media, nelle scuole e nelle università, nell’esercito. Saranno queste persone, notissime al potere turco e principali responsabili e fiancheggiatori del colpo di stato del 2016, ad essere oggetto di arresti, non arbitrati e indiscriminati, come hanno blaterato dopo il 2016 i media progressisti europei a partire dagli italiani “La Repubblica” e “Il Manifesto”, ma consapevoli e mirati.

Fethullah Gülen e la Casa Bianca hanno provato a sbarazzarsi di Recep Erdoğan perché con tutta evidenza il capo di stato turco ha abbandonato ogni forma di subalternità all’Occidente, con il quale mantiene un equilibristico rapporto di amicizia in ragione dell’appartenenza alla NATO della Turchia, scegliendo piuttosto di offrire ai turchi la possibilità di costruire un futuro più florido agganciandosi all’emergente mondo eurasiatico e multipolare promosso da Cina e Russia. Non è un caso se oggi molte parti in conflitto in giro per il globo terracqueo propendano per svolgere colloqui di pace a Istanbul o ad Ankara.

Rispetto alla NATO è risaputo che statunitensi e turchi si dividono le basi anatoliche e che l’entrata è reciprocamente vietata gli uni agli altri, così come è notorio che non ci siano più testate nucleari in Turchia, Washington se le è portate tutte in Romania dopo i fatti del 2016.

Allo stesso modo la Turchia ha smesso, almeno parzialmente, di acquistare materiale bellico dagli Stati Uniti, rifiutandone il controllo da remoto, acquista senza problemi armi e missili da Cina e Russia e soprattutto li produce e li esporta con la società Baykar, capace di primeggiare a livello mondiale per i suoi droni e per i velivoli senza pilota. Con orgoglio i dirigenti dell’azienda rivendicano di aver raggiunto una percentuale del 93% di produzione autonoma di tutta la componentistica, non dovendo quindi appoggiarsi a società esterne di altre nazioni, rifiutando dunque materiale statunitense che potrebbe essere controllato, vincolato o finire sotto embargo. Sarà Recep Tayyip Erdoğan agli inizi di questo secolo a invitare la Baykar a occuparsi anche del settore aerospaziale, civile e militare, d’altronde la sua amicizia con il fondatore Özdemir Bayraktar data dagli albori degli anni ‘90, quando l’imprenditore ha sostenuto generosamente l’Islam politico di cui il giovane Erdoğan è stato uno dei più brillanti rappresentanti, tanto da diventare sindaco di Istanbul dal 1994 al 1998, si pensi che ancora oggi lo stadio del Kasimpaşa in cui ha giocato, a pochi passo da Beyoğlu, quartiere presso cui è cresciuto, nel cuore della città bosforina, porta il suo nome.

Bayraktar ha diversi figli, Haluk guida ora l’azienda di famiglia, Selçuk ha sposato Sümeyye, figlia di Erdoğan, e guida la Turkey Technology Team Foundation, centro avanzato d ricerca scientifica a supporto dell’imprenditorialità civile e militare.

La traiettoria politica di Erdoğan inizia verso la metà anni ‘70, prima della repressiva dittatura insediatasi con il capo di stato maggiore generale Kenan Evren nel settembre 1980, quando poco più che ventenne aderisce al Partito della Salvezza Nazionale nato nel 1972 dalle ceneri del disciolto Partito dell’Ordine Nazionale, prima organizzazione di ispirazione islamica fondata da Necmettin Erbakan e con la quale quest’ultimo era stato eletto in parlamento nel 1969. Evren mette tutti i partiti fuori legge e nel 1983 gli islamisti formano il Partito del Benessere anche in questo caso dissolto con motivazioni giuridiche nel 1998.

La lotta tra kemalisti e islamisti è in fondo la storia di un grande cortocircuito socio – culturale, in cui le ragioni concrete e fattuali travalicano di molto la divaricazione ideologica. Apparentemente è soltanto uno scontro tra chi ha una visione laica dello stato e chi invece crede in un’ispirazione religiosa della vita e dell’agire politico, a questo si aggiunge che i kemalisti, almeno per alcuni decenni, hanno difeso per quanto possibile lo stato sociale costruito da Mustafa Kemal Atatürk, mentre al loro apparire gli islamisti si sono presentati come campioni del liberismo, con il tempo tuttavia questi hanno agito per permettere ai figli delle famiglie povere di studiare accedendo alle professioni di medico o di avvocato, mentre è stato l’esercito kemalista a garantire il diritto all’istruzione delle ragazze in quelle aree rurali in cui la presenza islamica in parte la limitava, entrambi hanno agito dentro il poderoso cammino di emancipazione dalla povertà della società turca e di ricerca dell’uguaglianza sociale.

Gli islamisti iniziano a vincere le elezioni dunque anche perché contribuiscono all’emersione sociale di porzioni svantaggiate della popolazione, un compito in precedenza assolto dai kemalisti, poi sempre meno quando le logiche liberiste hanno definitivamente soffocato le aspirazioni sociali e solidali del kemalismo, ripiegato su modelli socialdemocratici occidentali, mentre gli islamisti hanno fatto del diritto alla casa una delle loro principali rivendicazioni.

Quando i militari nel 1997 fanno dimettere Erbakan da primo ministro, anche Erdoğan è considerato colpevole di incitamento all’odio religioso per aver declamato pubblicamente i versi del poeta e studioso Ziya Gökalp, amico di Mustafa Kemal Atatürk, il quale ha scritto: “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati”. Erdoğan finisce in carcere e ne esce come un martire ed un eroe, fondando prima il Partito della Virtù, sciolto ancora una volta dalla Corte Costituzione turca per confessionalismo, poi nel 2002 il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), che raccoglie in quelle prime elezioni il 36% dei conesi per giungere al 52% del 2018, confermandolo nel 2023, ma si badi bene con un’affluenza elettorale dell’87%, con buona pace dei commentatori europei che cianciano di democrazia partecipativa e di autoritarismo.

In questo quasi quarto di secolo quanto restava della Turchia romantica e povera, immortalata dalle fotografie in bianco e nero scattate dagli anni ‘40 agli anni ‘60 del Novecento da Ara Güler, stretta intorno alla modesta esportazione di uva passa e fichi secchi, non esiste più, nel 2025 l’export complessivo turco ha raggiunto i 275 miliardi di dollari, primeggiando non solo per armi e droni, ma anche  nell’agroalimentare con un primato planetario per le nocciole e oltre due miliardi di dollari d’entrate dal settore ittico, eccellenze anche nel campo dei derivati della plastica e dell’acciaio, in espansione il tessile e l’abbigliamento, ma anche successo per serie televisive e film, con un volume d’affari e un numero di proposte che ha superato di molto Hollywood e le produzioni occidentali, un trionfo nel campo dell’intrattenimento, non solo in America Latina, ma soprattutto in Asia e in Africa, opere apprezzate per la loro qualità e per il rispetto di una cornice narrativa musulmana, si pensi che il presidente pakistano ha tenuto un discorso di ringraziamento a reti unificate, indirizzandosi ai produttori turchi e allo stesso Erdoğan.

A sostenere l’economia non manca l’edilizia e in particolare le grandi opere infrastrutturali. Straordinario il progetto del Kanal Istanbul, per altro lanciato dal primo ministro socialdemocratico e kemalista Bülent Ecevit alla metà degli anni ‘70, un canale artificiale di quarantacinque chilometri, posto in Tracia a ovest della città, poco oltre a sud dell’aeroporto Atatürk e a nord del nuovo aeroporto di Istanbul, il più grande del mondo, capace di servire il maggior numero di città della terra e aver ospitato oltre cento milioni di passeggeri nel 2025, luogo in cui, come spiega il professor Lorenzo Maria Pacini, si respira tutta la vitale e gioiosa esuberanza dell’Eurasia e del multipolarismo. Il canale, connesso a nord all’aeroporto e alla città attraverso la nuova autostrada urbana e il terzo ponte sul Bosforo, il più largo del mondo, intitolato a Yavuz Sultan Selim, padre di Suleyman kanuni, ovvero Solimano il legislatore, è stato progettualmente lanciato dopo l’adesione della Turchia alla Via della Seta promossa dalla Cina di Xi Jinping nel 2015 e in pochi anni affiancherà lo stretto del Bosforo, liberandolo di tutte le navi commerciali e garantendo straordinarie entrate alla Turchia, i calcoli prevedono un minimo di un miliardo di euro, fino a un massimo di cinque miliardi, oggi inimmaginabili, poiché la convenzione di Montreux del 1936, che regola la navigazione e il passaggio attraverso lo stretto dei Dardanelli, del mar di Marmara e del Bosforo, impedisce al momento alla Turchia di incassare pedaggi dai transiti delle navi mercantili, mentre le navi militari dei paesi presenti sul mar Nero hanno libera circolazione e quelle delle altre nazioni, Stati Uniti compresi, sono invece sottoposte a rigidissime trafile, pesanti limiti di tonnellaggio e obbligo di preavviso di almeno due settimane. Washington invoca la libera circolazione, tuttavia Erdoğan garantisce alla Russia la ferrea applicazione degli accordi sul mar Nero che escludono la Casa Bianca. Il canale, come l’autostrada, è stato finanziato con la vendita di una porzione dei terreni circostanti precedentemente agricoli e pagati milioni dai magnati del settore immobiliare. Ancor più straordinario se si pensa che preserverà l’80% dei terreni agricoli della cintura verde di Istanbul, coltivata a girasoli e destinata al pascolo dei celebri bufali neri. Il canale ha visto le opposizioni politiche unite, compreso il Vatan Partisi, in una consistente campagna di contrasto, convinte di un peggioramento della vivibilità di Istanbul, con un ulteriore aumento della popolazione che già supera i venti milioni di persone, una cementificazione che sottrae verde, peggiorando la qualità dell’aria, con l’evidente rischio di speculazione finanziaria e la riduzione di risorse per altre regioni turche meno mediaticamente esposte. Nonostante questo, l’entusiasmo per il canale pare diffuso in ragione del fatto che già oggi il Bosforo ha un passaggio di navi commerciali doppio rispetto al canale di Suez, imponendo tuttavia lunghe attese e ritardi alle navi in attesa, dalla Turchia poi passa l’interezza dell’esportazione di grano russa e gli interessi cinesi e delle repubbliche centro – asiatiche dovrebbero moltiplicare l’importanza di questo snodo geografico diventato a tutti gli effetti geo – economico ed anche, non solo militarmente, geo – strategico.

I curdi hanno sottoscritto gli accordi di smilitarizzazione, ma cercano di porre in difficoltà Erdoğan, chiedendo una nuova Costituzione che non riconosca più l’universalità della cittadinanza turca, come è oggi per esplicita volontà di Mustafa Kemal Atatürk al pari dei francesi e dei russi, ma veda la Turchia come sommatoria di gruppi etnici e religiosi separati, in cui l’essere turco diventerebbe non più l’identità capace di abbracciare tutte e tutti, ma la definizione di una porzione, ancorché maggioritaria, dei cittadini dello stato, sul modello libanese e iracheno. Un delicato crinale che vedrà la Turchia scegliere in modo vincolante una porzione del suo futuro, il quale tuttavia corre pieno di speranze dopo questo primo quarto del XXI secolo, anche grazie a un interprete consapevole e conseguente di tali ambizioni quale è stato ed è Recep Tayyip Erdoğan.

La Turchia di Erdoğan guarda all’Eurasia

A dieci anni dal colpo di stato tentato dall’Occidente per porre fine al governo di Recep Tayyip Erdoğan, poi raccontato dai media al servizio della NATO come una burletta inscenata per reprimere le opposizioni, la Turchia è assurta a potenza regionale di primo piano, con un’economia diversificata e in ascesa.

Segue nostro Telegram.

Il colpo di stato del luglio 2016 non è stato una casualità, ma un ragionato tentativo di Barack Obama e Hillary Clinton di disarcionare un ex alleato che aveva cambiato posizionamento internazionale. È infatti da due lustri che Erdoğan ha abbandonato gli alleati che ne avevano decretato la fortuna nel lontano 2003, quando è diventato per la prima volta primo ministro con l’evidente sostegno della Casa Bianca, dell’Unione Europea, della setta fondamentalista di Fethullah Gülen, mascherata sotto le vesti dell’apparentemente dialogante associazione per la comprensione tra i popoli dal nome “Hizmet”, che significa “servizio”.

Fethullah Gülen, grande amico e finanziatore della famiglia Clinton, promotore in gioventù di associazioni per la lotta contro il comunismo, addirittura ventenne nel 1963 inauguratore di una sezione a Erzurum, la sua città natale, già Teodosiopoli, della “Associazione per la Lotta contro il Comunismo”, nonché noto russofobo e amico di papa Woiytija, grazie all’appoggio offerto a Erdoğan ottiene di poter piazzare suoi fidati uomini in ogni settore della società turca, nei media, nelle scuole e nelle università, nell’esercito. Saranno queste persone, notissime al potere turco e principali responsabili e fiancheggiatori del colpo di stato del 2016, ad essere oggetto di arresti, non arbitrati e indiscriminati, come hanno blaterato dopo il 2016 i media progressisti europei a partire dagli italiani “La Repubblica” e “Il Manifesto”, ma consapevoli e mirati.

Fethullah Gülen e la Casa Bianca hanno provato a sbarazzarsi di Recep Erdoğan perché con tutta evidenza il capo di stato turco ha abbandonato ogni forma di subalternità all’Occidente, con il quale mantiene un equilibristico rapporto di amicizia in ragione dell’appartenenza alla NATO della Turchia, scegliendo piuttosto di offrire ai turchi la possibilità di costruire un futuro più florido agganciandosi all’emergente mondo eurasiatico e multipolare promosso da Cina e Russia. Non è un caso se oggi molte parti in conflitto in giro per il globo terracqueo propendano per svolgere colloqui di pace a Istanbul o ad Ankara.

Rispetto alla NATO è risaputo che statunitensi e turchi si dividono le basi anatoliche e che l’entrata è reciprocamente vietata gli uni agli altri, così come è notorio che non ci siano più testate nucleari in Turchia, Washington se le è portate tutte in Romania dopo i fatti del 2016.

Allo stesso modo la Turchia ha smesso, almeno parzialmente, di acquistare materiale bellico dagli Stati Uniti, rifiutandone il controllo da remoto, acquista senza problemi armi e missili da Cina e Russia e soprattutto li produce e li esporta con la società Baykar, capace di primeggiare a livello mondiale per i suoi droni e per i velivoli senza pilota. Con orgoglio i dirigenti dell’azienda rivendicano di aver raggiunto una percentuale del 93% di produzione autonoma di tutta la componentistica, non dovendo quindi appoggiarsi a società esterne di altre nazioni, rifiutando dunque materiale statunitense che potrebbe essere controllato, vincolato o finire sotto embargo. Sarà Recep Tayyip Erdoğan agli inizi di questo secolo a invitare la Baykar a occuparsi anche del settore aerospaziale, civile e militare, d’altronde la sua amicizia con il fondatore Özdemir Bayraktar data dagli albori degli anni ‘90, quando l’imprenditore ha sostenuto generosamente l’Islam politico di cui il giovane Erdoğan è stato uno dei più brillanti rappresentanti, tanto da diventare sindaco di Istanbul dal 1994 al 1998, si pensi che ancora oggi lo stadio del Kasimpaşa in cui ha giocato, a pochi passo da Beyoğlu, quartiere presso cui è cresciuto, nel cuore della città bosforina, porta il suo nome.

Bayraktar ha diversi figli, Haluk guida ora l’azienda di famiglia, Selçuk ha sposato Sümeyye, figlia di Erdoğan, e guida la Turkey Technology Team Foundation, centro avanzato d ricerca scientifica a supporto dell’imprenditorialità civile e militare.

La traiettoria politica di Erdoğan inizia verso la metà anni ‘70, prima della repressiva dittatura insediatasi con il capo di stato maggiore generale Kenan Evren nel settembre 1980, quando poco più che ventenne aderisce al Partito della Salvezza Nazionale nato nel 1972 dalle ceneri del disciolto Partito dell’Ordine Nazionale, prima organizzazione di ispirazione islamica fondata da Necmettin Erbakan e con la quale quest’ultimo era stato eletto in parlamento nel 1969. Evren mette tutti i partiti fuori legge e nel 1983 gli islamisti formano il Partito del Benessere anche in questo caso dissolto con motivazioni giuridiche nel 1998.

La lotta tra kemalisti e islamisti è in fondo la storia di un grande cortocircuito socio – culturale, in cui le ragioni concrete e fattuali travalicano di molto la divaricazione ideologica. Apparentemente è soltanto uno scontro tra chi ha una visione laica dello stato e chi invece crede in un’ispirazione religiosa della vita e dell’agire politico, a questo si aggiunge che i kemalisti, almeno per alcuni decenni, hanno difeso per quanto possibile lo stato sociale costruito da Mustafa Kemal Atatürk, mentre al loro apparire gli islamisti si sono presentati come campioni del liberismo, con il tempo tuttavia questi hanno agito per permettere ai figli delle famiglie povere di studiare accedendo alle professioni di medico o di avvocato, mentre è stato l’esercito kemalista a garantire il diritto all’istruzione delle ragazze in quelle aree rurali in cui la presenza islamica in parte la limitava, entrambi hanno agito dentro il poderoso cammino di emancipazione dalla povertà della società turca e di ricerca dell’uguaglianza sociale.

Gli islamisti iniziano a vincere le elezioni dunque anche perché contribuiscono all’emersione sociale di porzioni svantaggiate della popolazione, un compito in precedenza assolto dai kemalisti, poi sempre meno quando le logiche liberiste hanno definitivamente soffocato le aspirazioni sociali e solidali del kemalismo, ripiegato su modelli socialdemocratici occidentali, mentre gli islamisti hanno fatto del diritto alla casa una delle loro principali rivendicazioni.

Quando i militari nel 1997 fanno dimettere Erbakan da primo ministro, anche Erdoğan è considerato colpevole di incitamento all’odio religioso per aver declamato pubblicamente i versi del poeta e studioso Ziya Gökalp, amico di Mustafa Kemal Atatürk, il quale ha scritto: “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati”. Erdoğan finisce in carcere e ne esce come un martire ed un eroe, fondando prima il Partito della Virtù, sciolto ancora una volta dalla Corte Costituzione turca per confessionalismo, poi nel 2002 il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), che raccoglie in quelle prime elezioni il 36% dei conesi per giungere al 52% del 2018, confermandolo nel 2023, ma si badi bene con un’affluenza elettorale dell’87%, con buona pace dei commentatori europei che cianciano di democrazia partecipativa e di autoritarismo.

In questo quasi quarto di secolo quanto restava della Turchia romantica e povera, immortalata dalle fotografie in bianco e nero scattate dagli anni ‘40 agli anni ‘60 del Novecento da Ara Güler, stretta intorno alla modesta esportazione di uva passa e fichi secchi, non esiste più, nel 2025 l’export complessivo turco ha raggiunto i 275 miliardi di dollari, primeggiando non solo per armi e droni, ma anche  nell’agroalimentare con un primato planetario per le nocciole e oltre due miliardi di dollari d’entrate dal settore ittico, eccellenze anche nel campo dei derivati della plastica e dell’acciaio, in espansione il tessile e l’abbigliamento, ma anche successo per serie televisive e film, con un volume d’affari e un numero di proposte che ha superato di molto Hollywood e le produzioni occidentali, un trionfo nel campo dell’intrattenimento, non solo in America Latina, ma soprattutto in Asia e in Africa, opere apprezzate per la loro qualità e per il rispetto di una cornice narrativa musulmana, si pensi che il presidente pakistano ha tenuto un discorso di ringraziamento a reti unificate, indirizzandosi ai produttori turchi e allo stesso Erdoğan.

A sostenere l’economia non manca l’edilizia e in particolare le grandi opere infrastrutturali. Straordinario il progetto del Kanal Istanbul, per altro lanciato dal primo ministro socialdemocratico e kemalista Bülent Ecevit alla metà degli anni ‘70, un canale artificiale di quarantacinque chilometri, posto in Tracia a ovest della città, poco oltre a sud dell’aeroporto Atatürk e a nord del nuovo aeroporto di Istanbul, il più grande del mondo, capace di servire il maggior numero di città della terra e aver ospitato oltre cento milioni di passeggeri nel 2025, luogo in cui, come spiega il professor Lorenzo Maria Pacini, si respira tutta la vitale e gioiosa esuberanza dell’Eurasia e del multipolarismo. Il canale, connesso a nord all’aeroporto e alla città attraverso la nuova autostrada urbana e il terzo ponte sul Bosforo, il più largo del mondo, intitolato a Yavuz Sultan Selim, padre di Suleyman kanuni, ovvero Solimano il legislatore, è stato progettualmente lanciato dopo l’adesione della Turchia alla Via della Seta promossa dalla Cina di Xi Jinping nel 2015 e in pochi anni affiancherà lo stretto del Bosforo, liberandolo di tutte le navi commerciali e garantendo straordinarie entrate alla Turchia, i calcoli prevedono un minimo di un miliardo di euro, fino a un massimo di cinque miliardi, oggi inimmaginabili, poiché la convenzione di Montreux del 1936, che regola la navigazione e il passaggio attraverso lo stretto dei Dardanelli, del mar di Marmara e del Bosforo, impedisce al momento alla Turchia di incassare pedaggi dai transiti delle navi mercantili, mentre le navi militari dei paesi presenti sul mar Nero hanno libera circolazione e quelle delle altre nazioni, Stati Uniti compresi, sono invece sottoposte a rigidissime trafile, pesanti limiti di tonnellaggio e obbligo di preavviso di almeno due settimane. Washington invoca la libera circolazione, tuttavia Erdoğan garantisce alla Russia la ferrea applicazione degli accordi sul mar Nero che escludono la Casa Bianca. Il canale, come l’autostrada, è stato finanziato con la vendita di una porzione dei terreni circostanti precedentemente agricoli e pagati milioni dai magnati del settore immobiliare. Ancor più straordinario se si pensa che preserverà l’80% dei terreni agricoli della cintura verde di Istanbul, coltivata a girasoli e destinata al pascolo dei celebri bufali neri. Il canale ha visto le opposizioni politiche unite, compreso il Vatan Partisi, in una consistente campagna di contrasto, convinte di un peggioramento della vivibilità di Istanbul, con un ulteriore aumento della popolazione che già supera i venti milioni di persone, una cementificazione che sottrae verde, peggiorando la qualità dell’aria, con l’evidente rischio di speculazione finanziaria e la riduzione di risorse per altre regioni turche meno mediaticamente esposte. Nonostante questo, l’entusiasmo per il canale pare diffuso in ragione del fatto che già oggi il Bosforo ha un passaggio di navi commerciali doppio rispetto al canale di Suez, imponendo tuttavia lunghe attese e ritardi alle navi in attesa, dalla Turchia poi passa l’interezza dell’esportazione di grano russa e gli interessi cinesi e delle repubbliche centro – asiatiche dovrebbero moltiplicare l’importanza di questo snodo geografico diventato a tutti gli effetti geo – economico ed anche, non solo militarmente, geo – strategico.

I curdi hanno sottoscritto gli accordi di smilitarizzazione, ma cercano di porre in difficoltà Erdoğan, chiedendo una nuova Costituzione che non riconosca più l’universalità della cittadinanza turca, come è oggi per esplicita volontà di Mustafa Kemal Atatürk al pari dei francesi e dei russi, ma veda la Turchia come sommatoria di gruppi etnici e religiosi separati, in cui l’essere turco diventerebbe non più l’identità capace di abbracciare tutte e tutti, ma la definizione di una porzione, ancorché maggioritaria, dei cittadini dello stato, sul modello libanese e iracheno. Un delicato crinale che vedrà la Turchia scegliere in modo vincolante una porzione del suo futuro, il quale tuttavia corre pieno di speranze dopo questo primo quarto del XXI secolo, anche grazie a un interprete consapevole e conseguente di tali ambizioni quale è stato ed è Recep Tayyip Erdoğan.

A dieci anni dal colpo di stato tentato dall’Occidente per porre fine al governo di Recep Tayyip Erdoğan, poi raccontato dai media al servizio della NATO come una burletta inscenata per reprimere le opposizioni, la Turchia è assurta a potenza regionale di primo piano, con un’economia diversificata e in ascesa.

Segue nostro Telegram.

Il colpo di stato del luglio 2016 non è stato una casualità, ma un ragionato tentativo di Barack Obama e Hillary Clinton di disarcionare un ex alleato che aveva cambiato posizionamento internazionale. È infatti da due lustri che Erdoğan ha abbandonato gli alleati che ne avevano decretato la fortuna nel lontano 2003, quando è diventato per la prima volta primo ministro con l’evidente sostegno della Casa Bianca, dell’Unione Europea, della setta fondamentalista di Fethullah Gülen, mascherata sotto le vesti dell’apparentemente dialogante associazione per la comprensione tra i popoli dal nome “Hizmet”, che significa “servizio”.

Fethullah Gülen, grande amico e finanziatore della famiglia Clinton, promotore in gioventù di associazioni per la lotta contro il comunismo, addirittura ventenne nel 1963 inauguratore di una sezione a Erzurum, la sua città natale, già Teodosiopoli, della “Associazione per la Lotta contro il Comunismo”, nonché noto russofobo e amico di papa Woiytija, grazie all’appoggio offerto a Erdoğan ottiene di poter piazzare suoi fidati uomini in ogni settore della società turca, nei media, nelle scuole e nelle università, nell’esercito. Saranno queste persone, notissime al potere turco e principali responsabili e fiancheggiatori del colpo di stato del 2016, ad essere oggetto di arresti, non arbitrati e indiscriminati, come hanno blaterato dopo il 2016 i media progressisti europei a partire dagli italiani “La Repubblica” e “Il Manifesto”, ma consapevoli e mirati.

Fethullah Gülen e la Casa Bianca hanno provato a sbarazzarsi di Recep Erdoğan perché con tutta evidenza il capo di stato turco ha abbandonato ogni forma di subalternità all’Occidente, con il quale mantiene un equilibristico rapporto di amicizia in ragione dell’appartenenza alla NATO della Turchia, scegliendo piuttosto di offrire ai turchi la possibilità di costruire un futuro più florido agganciandosi all’emergente mondo eurasiatico e multipolare promosso da Cina e Russia. Non è un caso se oggi molte parti in conflitto in giro per il globo terracqueo propendano per svolgere colloqui di pace a Istanbul o ad Ankara.

Rispetto alla NATO è risaputo che statunitensi e turchi si dividono le basi anatoliche e che l’entrata è reciprocamente vietata gli uni agli altri, così come è notorio che non ci siano più testate nucleari in Turchia, Washington se le è portate tutte in Romania dopo i fatti del 2016.

Allo stesso modo la Turchia ha smesso, almeno parzialmente, di acquistare materiale bellico dagli Stati Uniti, rifiutandone il controllo da remoto, acquista senza problemi armi e missili da Cina e Russia e soprattutto li produce e li esporta con la società Baykar, capace di primeggiare a livello mondiale per i suoi droni e per i velivoli senza pilota. Con orgoglio i dirigenti dell’azienda rivendicano di aver raggiunto una percentuale del 93% di produzione autonoma di tutta la componentistica, non dovendo quindi appoggiarsi a società esterne di altre nazioni, rifiutando dunque materiale statunitense che potrebbe essere controllato, vincolato o finire sotto embargo. Sarà Recep Tayyip Erdoğan agli inizi di questo secolo a invitare la Baykar a occuparsi anche del settore aerospaziale, civile e militare, d’altronde la sua amicizia con il fondatore Özdemir Bayraktar data dagli albori degli anni ‘90, quando l’imprenditore ha sostenuto generosamente l’Islam politico di cui il giovane Erdoğan è stato uno dei più brillanti rappresentanti, tanto da diventare sindaco di Istanbul dal 1994 al 1998, si pensi che ancora oggi lo stadio del Kasimpaşa in cui ha giocato, a pochi passo da Beyoğlu, quartiere presso cui è cresciuto, nel cuore della città bosforina, porta il suo nome.

Bayraktar ha diversi figli, Haluk guida ora l’azienda di famiglia, Selçuk ha sposato Sümeyye, figlia di Erdoğan, e guida la Turkey Technology Team Foundation, centro avanzato d ricerca scientifica a supporto dell’imprenditorialità civile e militare.

La traiettoria politica di Erdoğan inizia verso la metà anni ‘70, prima della repressiva dittatura insediatasi con il capo di stato maggiore generale Kenan Evren nel settembre 1980, quando poco più che ventenne aderisce al Partito della Salvezza Nazionale nato nel 1972 dalle ceneri del disciolto Partito dell’Ordine Nazionale, prima organizzazione di ispirazione islamica fondata da Necmettin Erbakan e con la quale quest’ultimo era stato eletto in parlamento nel 1969. Evren mette tutti i partiti fuori legge e nel 1983 gli islamisti formano il Partito del Benessere anche in questo caso dissolto con motivazioni giuridiche nel 1998.

La lotta tra kemalisti e islamisti è in fondo la storia di un grande cortocircuito socio – culturale, in cui le ragioni concrete e fattuali travalicano di molto la divaricazione ideologica. Apparentemente è soltanto uno scontro tra chi ha una visione laica dello stato e chi invece crede in un’ispirazione religiosa della vita e dell’agire politico, a questo si aggiunge che i kemalisti, almeno per alcuni decenni, hanno difeso per quanto possibile lo stato sociale costruito da Mustafa Kemal Atatürk, mentre al loro apparire gli islamisti si sono presentati come campioni del liberismo, con il tempo tuttavia questi hanno agito per permettere ai figli delle famiglie povere di studiare accedendo alle professioni di medico o di avvocato, mentre è stato l’esercito kemalista a garantire il diritto all’istruzione delle ragazze in quelle aree rurali in cui la presenza islamica in parte la limitava, entrambi hanno agito dentro il poderoso cammino di emancipazione dalla povertà della società turca e di ricerca dell’uguaglianza sociale.

Gli islamisti iniziano a vincere le elezioni dunque anche perché contribuiscono all’emersione sociale di porzioni svantaggiate della popolazione, un compito in precedenza assolto dai kemalisti, poi sempre meno quando le logiche liberiste hanno definitivamente soffocato le aspirazioni sociali e solidali del kemalismo, ripiegato su modelli socialdemocratici occidentali, mentre gli islamisti hanno fatto del diritto alla casa una delle loro principali rivendicazioni.

Quando i militari nel 1997 fanno dimettere Erbakan da primo ministro, anche Erdoğan è considerato colpevole di incitamento all’odio religioso per aver declamato pubblicamente i versi del poeta e studioso Ziya Gökalp, amico di Mustafa Kemal Atatürk, il quale ha scritto: “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati”. Erdoğan finisce in carcere e ne esce come un martire ed un eroe, fondando prima il Partito della Virtù, sciolto ancora una volta dalla Corte Costituzione turca per confessionalismo, poi nel 2002 il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), che raccoglie in quelle prime elezioni il 36% dei conesi per giungere al 52% del 2018, confermandolo nel 2023, ma si badi bene con un’affluenza elettorale dell’87%, con buona pace dei commentatori europei che cianciano di democrazia partecipativa e di autoritarismo.

In questo quasi quarto di secolo quanto restava della Turchia romantica e povera, immortalata dalle fotografie in bianco e nero scattate dagli anni ‘40 agli anni ‘60 del Novecento da Ara Güler, stretta intorno alla modesta esportazione di uva passa e fichi secchi, non esiste più, nel 2025 l’export complessivo turco ha raggiunto i 275 miliardi di dollari, primeggiando non solo per armi e droni, ma anche  nell’agroalimentare con un primato planetario per le nocciole e oltre due miliardi di dollari d’entrate dal settore ittico, eccellenze anche nel campo dei derivati della plastica e dell’acciaio, in espansione il tessile e l’abbigliamento, ma anche successo per serie televisive e film, con un volume d’affari e un numero di proposte che ha superato di molto Hollywood e le produzioni occidentali, un trionfo nel campo dell’intrattenimento, non solo in America Latina, ma soprattutto in Asia e in Africa, opere apprezzate per la loro qualità e per il rispetto di una cornice narrativa musulmana, si pensi che il presidente pakistano ha tenuto un discorso di ringraziamento a reti unificate, indirizzandosi ai produttori turchi e allo stesso Erdoğan.

A sostenere l’economia non manca l’edilizia e in particolare le grandi opere infrastrutturali. Straordinario il progetto del Kanal Istanbul, per altro lanciato dal primo ministro socialdemocratico e kemalista Bülent Ecevit alla metà degli anni ‘70, un canale artificiale di quarantacinque chilometri, posto in Tracia a ovest della città, poco oltre a sud dell’aeroporto Atatürk e a nord del nuovo aeroporto di Istanbul, il più grande del mondo, capace di servire il maggior numero di città della terra e aver ospitato oltre cento milioni di passeggeri nel 2025, luogo in cui, come spiega il professor Lorenzo Maria Pacini, si respira tutta la vitale e gioiosa esuberanza dell’Eurasia e del multipolarismo. Il canale, connesso a nord all’aeroporto e alla città attraverso la nuova autostrada urbana e il terzo ponte sul Bosforo, il più largo del mondo, intitolato a Yavuz Sultan Selim, padre di Suleyman kanuni, ovvero Solimano il legislatore, è stato progettualmente lanciato dopo l’adesione della Turchia alla Via della Seta promossa dalla Cina di Xi Jinping nel 2015 e in pochi anni affiancherà lo stretto del Bosforo, liberandolo di tutte le navi commerciali e garantendo straordinarie entrate alla Turchia, i calcoli prevedono un minimo di un miliardo di euro, fino a un massimo di cinque miliardi, oggi inimmaginabili, poiché la convenzione di Montreux del 1936, che regola la navigazione e il passaggio attraverso lo stretto dei Dardanelli, del mar di Marmara e del Bosforo, impedisce al momento alla Turchia di incassare pedaggi dai transiti delle navi mercantili, mentre le navi militari dei paesi presenti sul mar Nero hanno libera circolazione e quelle delle altre nazioni, Stati Uniti compresi, sono invece sottoposte a rigidissime trafile, pesanti limiti di tonnellaggio e obbligo di preavviso di almeno due settimane. Washington invoca la libera circolazione, tuttavia Erdoğan garantisce alla Russia la ferrea applicazione degli accordi sul mar Nero che escludono la Casa Bianca. Il canale, come l’autostrada, è stato finanziato con la vendita di una porzione dei terreni circostanti precedentemente agricoli e pagati milioni dai magnati del settore immobiliare. Ancor più straordinario se si pensa che preserverà l’80% dei terreni agricoli della cintura verde di Istanbul, coltivata a girasoli e destinata al pascolo dei celebri bufali neri. Il canale ha visto le opposizioni politiche unite, compreso il Vatan Partisi, in una consistente campagna di contrasto, convinte di un peggioramento della vivibilità di Istanbul, con un ulteriore aumento della popolazione che già supera i venti milioni di persone, una cementificazione che sottrae verde, peggiorando la qualità dell’aria, con l’evidente rischio di speculazione finanziaria e la riduzione di risorse per altre regioni turche meno mediaticamente esposte. Nonostante questo, l’entusiasmo per il canale pare diffuso in ragione del fatto che già oggi il Bosforo ha un passaggio di navi commerciali doppio rispetto al canale di Suez, imponendo tuttavia lunghe attese e ritardi alle navi in attesa, dalla Turchia poi passa l’interezza dell’esportazione di grano russa e gli interessi cinesi e delle repubbliche centro – asiatiche dovrebbero moltiplicare l’importanza di questo snodo geografico diventato a tutti gli effetti geo – economico ed anche, non solo militarmente, geo – strategico.

I curdi hanno sottoscritto gli accordi di smilitarizzazione, ma cercano di porre in difficoltà Erdoğan, chiedendo una nuova Costituzione che non riconosca più l’universalità della cittadinanza turca, come è oggi per esplicita volontà di Mustafa Kemal Atatürk al pari dei francesi e dei russi, ma veda la Turchia come sommatoria di gruppi etnici e religiosi separati, in cui l’essere turco diventerebbe non più l’identità capace di abbracciare tutte e tutti, ma la definizione di una porzione, ancorché maggioritaria, dei cittadini dello stato, sul modello libanese e iracheno. Un delicato crinale che vedrà la Turchia scegliere in modo vincolante una porzione del suo futuro, il quale tuttavia corre pieno di speranze dopo questo primo quarto del XXI secolo, anche grazie a un interprete consapevole e conseguente di tali ambizioni quale è stato ed è Recep Tayyip Erdoğan.

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