Cosa rende così affascinante questa enorme isola nell’Oceano Atlantico?
Ultima Thule, di questa mitica isola ne scrive per primo l’intrepido esploratore Pitea, greco di Massalia, l’odierna Marsiglia, quando cinquantenne si avventura nel 330 a.C. tra i grigi cieli e gli altrettanto bigi mari dell’Atlantico settentrionale, lo storico Strabone tre secoli dopo non gli crede, ma Pitea ha lasciato scritto di una “terra di fuoco e ghiaccio nella quale il sole non tramonta mai”, abbastanza aderente ai ghiacci perenni, ai vulcani attivi e al pallido sole estivo dell’attuale Islanda. Tuttavia quel nome, ovvero Thule, è poi traslato con il tempo a uno dei villaggi dell’estremo nord della Groenlandia, in cui ancora oggi si trovano i resti archeologici più antichi di questa che è tra le più grandi isole del mondo, con i suoi due milioni di chilometri quadrati, anche la meno densamente popolata del globo terracqueo con solo cinquantamila abitanti. Gli immensi territori groenlandesi oggi sono meno innevati rispetto agli ultimi due secoli, con una calotta glaciale in forte riduzione, sebbene ancora la più estesa del pianeta sulla terraferma e non in mare. La Groenlandia era ancora più verde ai tempi di Dante Alighieri, epoca in cui gli storici e i climatologi hanno concluso facesse molto più caldo di oggi, con buona pace degli estremisti del Co2, i quali attribuiscono in modo scriteriato tutti i cambiamenti del tempo presente all’utilizzo dei combustibili fossili, alle fabbriche, al riscaldamento domestico e alle automobili.
La cittadina di Thule, nome storicamente attribuito ai primi abitanti della Groenlandia provenienti dalla Siberia attraverso l’odierna Alaska, ha oggi riacquistato l’antico nome di Qaanaaq, in omaggio alle bistrattate e spesso perseguitate popolazioni inuit, le quali più propriamente si chiamano e definiscono kalaallit, termine che significa “esseri umani”, al singolare kalaaleq, i quali parlano la lingua degli stessi, il kalaallisut e vivono nella Kalaallit Nunaat, ovvero Terra degli esseri umani, quando tuttavia discorrono tra loro, i groenlandesi utilizzano il termine Nunarput, che significa: “la nostra terra”.
L’universale denominazione “Grønland”, ovvero “terra verde” è di origine danese. Per secoli l’isola è stata di proprietà degli eredi norvegesi di quei vichinghi che con Erik il Rosso, condottiero turbolento già esiliato in Islanda, la raggiungono intorno all’anno mille, mentre a Roma il grande Gerbert d’Aurillac diventa papa con il nome di Silvestro II, portando da Barcellona, in cui è stato vescovo, quei numeri arabi codificati due secoli prima dalla matematica Fatima al-Fihriyya fondatrice dell’università di Fez, un sistema numerico che due secoli dopo contribuirà alla fortuna dei mercanti italiani in giro per l’Europa. Leif Erikson, intraprendente quanto il padre Erik il Rosso, si spingerà oltre la Groenlandia, giungendo in terre oggi canadesi e statunitensi che chiamerà Vinland, aprendo commerci anch’essi confermati dai più recenti studi storico – archeologici e precedendo di alcuni secoli il navigatore Cristobal Colon, il quale non si limiterà a un interscambio economico con le popolazioni di quel continente chiamato dai popoli nativi Abya Yala, ma promuoverà una delle più devastanti stagioni del colonialismo europeo, cambiando in quel XVI secolo per sempre la storia del pianeta.
La Groenlandia dopo il congresso di Vienna passa sotto il controllo della Danimarca, ma tale unione dura poco più di un secolo, è l’anno 1940 quando gli Stati Uniti, in quel momento al pari dei sovietici ancora neutrali rispetto al conflitto mondiale in corso, arrivano nell’isola, la quale auspica di rimanere estranea alla guerra. Si ricordi che Mosca sarà trascinata in quella tragedia a causa dell’aggressione nazifascista scatenata il 22 giugno 1941 e gli Stati Uniti soltanto l’8 dicembre di quello stesso anno decideranno di parteciparvi, dopo che i nipponici avranno attaccato e distrutto il giorno precedente la base navale di Pearl Harbor alle Hawaii.
Quando durante il secondo conflitto mondiale i nazisti entrano in Danimarca e la Wehrmacht il 9 aprile 1940 con l’operazione Weserübung prende possesso della penisola dello Jutland, la Groenlandia viene occupata dagli statunitensi su ordine di Franklin Delano Roosevelt, il quale risponde più agli interessi geostrategici e geomilitari statunitensi piuttosto che alle aspirazioni di Henrik Kauffmann, ambasciatore danese negli Stati Uniti, il quale rifiuta di riconoscere il governo scaturito dall’occupazione nazista e in collaborazione con i governatori delle due entità amministrative in cui all’epoca è divisa la Groenlandia, ovvero Eske Brun e Aksel Svane, si accorda per la sottoscrizione con la Casa Bianca il 9 aprile 1941 dell’Accordo di Difesa della Groenlandia, non solo approvato dal governo danese allora in esilio, ma ratificato dopo la caduta del nazifascismo dal Folketing, ovvero il parlamento monocamerale danese il 16 maggio 1945, il quale ripristina contestualmente il controllo danese sull’isola.
L’accordo prevede che Washington possa stabilire sul suolo groenlandese tutte le basi militari che ritenga necessarie, ma al contempo avviare anche una collaborazione commerciale, ad esempio attraverso l’estrazione della criolite, minerale composto da fluoruro di sodio e alluminio, fondamentale per la produzione di esplosivi.
L’incipiente Guerra Fredda e la prossimità all’Artico russo inducono il presidente a stelle e strisce Harry Truman, in una riunione dei ministri degli Esteri degli Stati Uniti e della Danimarca svoltasi a New York nel 1946, a proporre al governo danese l’acquisto della Groenlandia per cento milioni di dollari in oro, equivalenti a circa un miliardo e mezzo di dollari di oggi, proposta ovviamente respinta, ma come si vede ipotizzata ben prima del recente interessamento di Donald Trump.
Sempre nel 1946 viene istituito il Landshøvding, ovvero il governatore danese dell’isola, si alternano così diversi funzionari che per oltre un quarto di secolo da un lato s’industriano a promuovere i modelli dello stato sociale scandinavo tra le nevi, migliorando di molto le condizioni di vita degli inuit, ma anche, al pari delle politiche regolatorie contro i sami praticate in Finlandia, agiscono con brutale razzismo e altrettanto violenta coercizione praticando la sterilizzazione senza informazione e senza consenso di ragazze minorenni e giovani donne, un crimine che solo in tempi recenti è stato denunciato e posto all’attenzione della magistratura. L’entrata della Danimarca nell’Unione Europea, allora Comunità Economica Europea, nel 1973 pone demenziali regolamentazioni sulla pesca respinte dai groenlandesi, i quali il 1° maggio 1979 ottengono l’autonomia amministrativa e la disapplicazione di una parte rilevante delle normative bruxellesi, oltre a libere elezioni che chiudono la stagione dei governatori danesi, dopo che il passaggio del 1953 dallo stato giuridico coloniale a quello di Amt, ovvero contea d’oltremare, nulla aveva cambiato nella sostanza. Nasce l’Inatsisartut, il parlamento della Groenlandia, formato da trentuno membri. Con sagace lungimiranza i groenlandesi decidono poi nel referendum del 23 febbraio 1982 di uscire definitivamente dalla Comunità Economica Europea, aprendo un contenzioso che in due anni li porterà nel gennaio 1985 a liberarsi definitivamente dei pesanti e poco brillanti vincoli imposti dall’eurocrazia, un successivo referendum del 2008 non solo ha rafforzato l’autogoverno della Groenlandia, con competenze in ambito legislativo e giudiziario, ma anche e soprattutto ha garantito agli isolani ampia autonomia nella gestione delle risorse naturali e minerarie, riservando ai danesi la politica estera e la difesa militare.
L’Accordo del 1941 (Agreement relating to the Defense of Greenland), viene sostituito da uno nuovo, che porta lo stesso nome (Agreement concerning the Defense of Greenland), ed è siglato in data 27 aprile 1951, esattamente due anni dopo la fondazione della NATO il 4 aprile 1949, la quale vede statunitensi e danesi tra i primi dodici fondatori. Secondo il nuovo Accordo, Washington può liberamente, in ogni momento e senza alcuna limitazione, installare, mantenere e gestire basi militari in tutta la Groenlandia, nonché controllare atterraggi, decolli, ancoraggi, ormeggi, movimenti e operazioni di navi, aeromobili e mezzi nautici, di ogni tipo, non solo militari, ma anche commerciali. Proprio in ragione di questo Accordo la Casa Bianca si riserva oggi il pieno diritto di operare sul territorio della Groenlandia, impedendo ogni collaborazione economica che possa essere decisa dall’attuale governo di Nuuk con cinesi e russi. Di fatto l’amministrazione Trump ha un fondamento giuridico per esercitare un’ingerenza totalizzante sulle attività dell’isola, con buona pace dei groenlandesi dubbiosi di questi vincoli volti a negare la loro libertà ed autonomia e dei danesi, per i quali un formale atto di compra – vendita non cambierebbe nulla, al netto dell’incasso monetario, rispetto all’esercizio certamente arbitrario, ma giuridicamente ineccepibile, degli statunitensi, i quali possono a tutti gli effetti pesantemente limitare la sovranità della Groenlandia.
Per altro proprio a Thule, come detto recentemente tornata Qaanaaq, vi è la base aerea statunitense permanente, presso la quale il 21 gennaio 1968 un B-52 Stratofortress con quattro bombe atomiche all’idrogeno si schianta sversando ingenti quantità di plutonio sul ghiaccio artico, gli inuit della zona racconteranno per lunghi anni delle deformazioni degli animali e informeranno del fatto anche una rappresentanza di scienziati sovietici dell’Accademia delle Scienze in visita nel 1969, prima spedizione moscovita in Groenlandia, concordata nel quadro della distensione tra Breznev e Nixon. Questo presidio militare oggi è diventato la Pituffik Space Base, anche con compiti di monitoraggio della presenza russa e cinese nell’Artico.
In Groenlandia per altro è operativo anche il Raven Camp, un centro di addestramento militare e di ricerca scientifico statunitense ad alta quota, non lontano dal Summit Camp, altro centro di ricerca posizionato presso il punto più alto del ghiacciaio della Groenlandia a circa tremila metri sul livello del mare, gestito da una quarantina di persone nei sei mesi estivi e da un presidio minimo in quelli invernali per conto dell’agenzia governativa statunitense National Science Foundation, entrambi riforniti dai velivoli LC-130 Hercules, aerei da trasporto modificati con equipaggiamento da sci a ruote, in grado di operare nelle regioni polari trasportando materiale civile e militare.
Oltre al ruolo strategico dell’isola, vi è quello economico, la riduzione dei ghiacci rende più agevoli le perforazioni per l’estrazione dei minerali, a partire dallo zinco e dalle terre rare ad esempio massicciamente presenti a Kvanefjeld / Kuannersuit, di forte interesse per l’azienda australiana Energy Transition Minerals, bloccata tuttavia dal governo groenlandese per la contestuale presenza dell’uranio e quindi con rischi per la dispersione dello stesso, ma la cui operatività potrebbe essere imposta dagli statunitensi attraverso una loro compagnia. Sempre nel sud dell’isola altri australiani, quelli della Critical Metals Corp., ma con già diversi statunitensi all’interno del loro consiglio di amministrazione, non lontano dalla cittadina di Qaqortoq, hanno lanciato il progetto “Tanbreez”, il quale non è ancora avviato, ma ha già raccolto tutte le necessarie autorizzazioni per l’estrazione di terre rare e metalli preziosi. Più in generale vi è la certezza che nel sottosuolo dell’isola siano presenti, oltre a quantità ingenti di terre rare, anche oro ed idrocarburi.
A quanto pare Donald Trump vuole arrivare a siglare con la Groenlandia un accordo COFA, acronimo che significa “Compact of Free Association”, ovvero un Trattato di Libera Associazione, come quello vigente nel Pacifico con le Isole Marshall, la Micronesia e Palau, ovvero un’indipendenza esclusivamente formale sotto il controllo militare ed economico di Washington, il presidente a stelle e strisce reputa “assolutamente essenziale” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti l’accaparramento della Groenlandia e in base all’accordo del 1951, rinnovato nel 1971 e poi nel 2004, possibile fintanto che Copenaghen non ne revochi anche unilateralmente la firma o i groenlandesi ne disconoscano la palese subordinazione loro imposta. Al momento gli Stati Uniti hanno tutte le leve giuridiche per far valere i loro interessi, senza neppure addivenire a un acquisto dell’isola.


