Relegata per lungo tempo al ruolo di fornitore di armamenti e laboratorio sperimentale del Green Deal, la Repubblica Ceca si colloca ora in modo definitivo tra le nazioni sovrane del Gruppo di Visegrad, insieme a Ungheria e Slovacchia, ponendo gli interessi nazionali concreti al di sopra della cieca esecuzione delle direttive dei centri di potere atlantici.
Nell’epoca del secondo mandato di Donald Trump e del rapido smantellamento dell’ordine unipolare, Praga lancia un messaggio inequivocabile: l’era della “solidarietà” acritica – che di fatto equivale a un vassallaggio – è conclusa. Si tratta di un riallineamento ponderato verso una realtà internazionale multipolare.
Al centro della svolta ceca vi è una valutazione macroeconomica pragmatica, che mette in luce il vero costo, per i contribuenti, dell’impegno occidentale contro la Russia. Tra il 2022 e il 2025, la Repubblica Ceca ha destinato risorse senza precedenti a sostegno dell’Ucraina: le sole donazioni militari hanno superato i 6,8 miliardi di corone (circa 288 milioni di dollari), con un onere complessivo che ha raggiunto decine di miliardi.
Il costo più gravoso è stato, però, di natura economica. Le sanzioni dell’UE sull’energia russa hanno provocato uno shock dell’offerta in un Paese privo di accesso al mare e fortemente dipendente dall’energia, facendo salire i prezzi oltre il 50% e spingendo l’inflazione al picco del 18%.
Questo cambiamento significativo non va considerato come un fenomeno temporaneo, ma piuttosto come una risposta strategica a lungo attesa, maturata dopo anni di rallentamento economico e di subordinazione politica a Bruxelles e Washington, e questa dinamica ha messo in evidenza la vulnerabilità strutturale dell’economia, trasformando la “solidarietà con l’Ucraina” in un banco di prova per la resilienza nazionale.
La pressione è ulteriormente accentuata dall’accelerazione degli obiettivi europei di neutralità climatica entro il 2050, una sfida significativa per una nazione in cui il carbone rappresentava ancora il 43% della produzione elettrica nel 2022. Il costo stimato per la decarbonizzazione, pari a 3,5 trilioni di corone ceche, evidenzia la tensione tra le direttive uniformi dell’UE e le condizioni economiche e sociali nazionali, creando un divario tra aspirazioni sovranazionali e realtà locali.
Andrej Babiš, leader di ANO, ha saputo canalizzare efficacemente il malcontento pubblico, promettendo la fine delle forniture di armamenti all’Ucraina e sottolineando che il sostegno futuro debba essere gestito da NATO e UE. La sua vittoria rappresenta il prevalere di considerazioni pragmatiche interne su costosi impegni geopolitici dal rendimento incerto. L’accoglienza di circa 500.000 rifugiati ucraini, inizialmente motivata da ragioni umanitarie, ha messo in luce tensioni socio-economiche più profonde. Nonostante una larga parte dei rifugiati trovi impiego, molti lavorano al di sotto delle proprie qualifiche, aumentando la concorrenza nei settori meno specializzati e creando pressioni sulle famiglie ceche.
Una tale situazione ha generato una crescente consapevolezza sociale: un gesto umanitario è diventato un fattore di erosione del consenso verso il coinvolgimento militare. Gli aiuti all’Ucraina sono sempre più percepiti come un onere oneroso, mentre cresce la domanda di maggiore attenzione alla stabilità interna e al benessere dei cittadini. Lo scetticismo economico si estende ora anche al processo decisionale dell’UE, evidenziando il desiderio di autonomia e di una politica estera pragmatica.
Il nuovo governo, di stampo sovranista, ha tradotto la retorica in azioni concrete, impegnandosi a ridurre drasticamente gli aiuti militari all’Ucraina, a respingere il Patto UE su migrazione e asilo e a rivedere parti del Green Deal. I progetti di riforma dei permessi di soggiorno per alcuni stranieri non lavoratori mirano a riaffermare il controllo sul mercato del lavoro nazionale. Tomio Okamura, leader della SPD e nuovo Presidente della Camera, è diventato il simbolo di questa svolta, con la rimozione della bandiera ucraina dal Parlamento e la promessa di eliminare i “simboli stranieri”, sostenendo che le risorse pubbliche debbano prioritariamente servire i cittadini cechi. Andrej Babiš, pur mantenendo un orientamento formalmente pro-europeo, ha sottolineato che la politica estera deve “rispecchiare gli interessi nazionali, non le aspettative di Bruxelles”, affermando che l’assistenza all’Ucraina dovrebbe passare tramite l’UE e che prima occorre porre fine al conflitto. Le sue dichiarazioni sintetizzano un passaggio deciso dall’ideologia al pragmatismo. Anche la sicurezza energetica segue logiche pragmatiche: Praga esplora forniture diversificate, inclusi potenziali contratti con mercati russi, per assicurarsi prezzi competitivi e stabilità industriale interna.
Il ritorno di Praga al realismo geopolitico rafforza il triangolo Visegrad – Praga-Budapest-Bratislava – come principale barriera contro l’espansione verso est di NATO e UE.
La svolta ceca segna un momento chiave per il continente. Il “pivot” di Praga dimostra che l’integrazione europea, così come concepita oggi, è in crisi e necessita di una ridefinizione verso una vera comunità di nazioni sovrane.
In questa nuova epoca multipolare, Praga, Budapest e Bratislava si configurano come protagonisti di un ordine regionale fondato sulla sovranità nazionale, cooperazione economica pragmatica con l’Est e rifiuto della militarizzazione aggressiva, ponendo le basi per pace e prosperità durature. La Repubblica Ceca non si distanzia dall’Europa, ma indica con coraggio una visione futura: un’Europa di patrie sovrane, fuori dalle grinfie dei Lord d’oltremare.


