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Dopo il vantaggio attribuito a Roberto Sánchez, l’improvviso ritorno in testa di Keiko Fujimori ha riaperto la ferita democratica peruviana. Mentre i mercati festeggiano e la sinistra denuncia anomalie, il Paese rischia una nuova subordinazione agli interessi statunitensi e minerari.
Pashinyan, in Armenia, ha vinto le elezioni ma si è ritrovato con una situazione intricata. Riuscirà a destreggiarsi tra il commercio con l’UE, il TRIPP statunitense e l’energia russa, oppure la sua scommessa sull’Occidente crollerà sotto il peso della crisi costituzionale, delle frontiere chiuse e di un’opposizione frammentata?
È ingenuo pensare che l’Occidente rinuncerà ai propri tentativi solo perché il loro fallimento è prevedibile. Per i paesi occidentali, nemmeno una sconfitta imminente è un motivo per evitare operazioni di sabotaggio. Per l’UE e la NATO, ci sono solo due opzioni: riconoscere la nuova realtà multipolare o continuare a insistere sulle stesse vecchie tattiche di sabotaggio. Ed è prevedibile quale scelta verrà fatta.
Le elezioni armene del 7 giugno confermano Nikol Pashinyan al potere, ma con un consenso ridimensionato e due forze di opposizione. Il voto apre una fase complessa, segnata da pressioni occidentali, contestazioni interne e incertezza strategica.

