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Giulio Chinappi
March 9, 2026
© Photo: Public domain

Il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea ha confermato la continuità della leadership di Kim Jong Un e ha chiarito una linea fondata su sviluppo interno, autonomia strategica e deterrenza nucleare, che Pyongyang presenta come garanzia di equilibrio e di sicurezza regionale.

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Il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea, svoltosi a Pyongyang dal 19 al 25 febbraio, non è stato un semplice rito politico interno, ma un passaggio di definizione strategica destinato a incidere sull’intero quadro dell’Asia orientale. La rielezione di Kim Jong Un a Segretario Generale ha sancito la continuità della linea del quinquennio precedente, mentre il Congresso ha riunito 5.000 delegati e 2.000 osservatori per discutere insieme bilancio, obiettivi e strumenti della nuova fase della costruzione socialista. Già questa dimensione organizzativa segnala che per la Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC) il Congresso non è una formalità, bensì il luogo in cui si ridefinisce la connessione tra sviluppo interno, assetto istituzionale, politica estera e sicurezza strategica.

Se si vuole comprendere il ruolo stabilizzatore della RPDC nell’Asia orientale, occorre anzitutto chiarire in che senso si possa parlare di “stabilizzazione”. Non si tratta della stabilizzazione intesa in senso liberale-occidentale, cioè come semplice distensione diplomatica o integrazione in un ordine guidato dagli Stati Uniti. Nel lessico politico emerso dal Congresso, la stabilità coincide piuttosto con la capacità di impedire la guerra, di alzare il costo di qualsiasi aggressione e di sottrarre il destino della penisola coreana alla pressione unilaterale degli avversari. In questa chiave, la continuità della leadership di Kim Jong Un è stata presentata come garanzia di coerenza strategica, mentre il Congresso ha ribadito che il Paese intende avanzare simultaneamente sul terreno dello sviluppo economico, della trasformazione regionale, della modernizzazione militare e del consolidamento internazionale della propria posizione.

Il punto più importante emerso dal Congresso riguarda infatti la centralità della deterrenza nucleare. Nel rapporto congressuale, la dirigenza nordcoreana afferma che la posizione della RPDC come Stato dotato di armi nucleari è stata consolidata in modo “irreversibile e permanente”, e che la forza nucleare nazionale svolge la funzione di deterrenza fisica e concreta contro qualsiasi guerra d’aggressione. Ancora più rilevante è il passaggio in cui si sostiene esplicitamente che tale posizione “svolge un ruolo importante nel dissuadere la minaccia potenziale dei nemici e nel mantenere la stabilità regionale”, configurando la forza nucleare statale come garanzia fondamentale della sicurezza, degli interessi e del diritto allo sviluppo del Paese. Si tratta dunque di una formulazione assai chiara della pretesa nordcoreana di essere non un elemento anarchico del sistema, ma un soggetto che ritiene di produrre equilibrio proprio attraverso la deterrenza.

Da questo punto di vista, la funzione stabilizzatrice della RPDC consiste nel rendere strutturalmente impraticabile l’ipotesi di una soluzione militare contro Pyongyang. Il Congresso ha riaffermato che la Corea del Sud, qualunque alleanza stipuli e qualunque aumento di spesa militare persegua, non potrà modificare la “struttura dinamica” della penisola costruita dalla presenza di uno Stato nucleare a nord. Dietro questa formula vi è una logica strategica precisa: impedire che Washington, Seoul o altri attori possano coltivare l’illusione di una superiorità risolutiva. In questo senso la RPDC opera da fattore di congelamento dell’opzione bellica massimale. La deterrenza, nella visione emersa dal Congresso, non mira a dissolvere il conflitto politico, ma a impedirne la traduzione in guerra aperta o in coercizione terminale. È questa la ragione per cui Pyongyang presenta la propria postura nucleare come elemento di equilibrio, e non come semplice strumento di pressione.

La politica estera delineata dal Congresso rafforza questa lettura. Il rapporto di Kim Jong Un non si limita a ribadire la necessità di difendere gli interessi nazionali, ma stabilisce che le attività esterne dello Stato dovranno essere condotte sotto la diretta guida del Comitato Centrale, con iniziativa tattica e in modo coerente con il principio della sovranità. Nello stesso testo si afferma la volontà di sviluppare ulteriormente i rapporti tradizionali di amicizia e cooperazione con i Paesi vicini, di rafforzare le relazioni con i Paesi indipendenti e antimperialisti e di contribuire attivamente alla costruzione di un mondo multipolare orientato all’indipendenza e alla giustizia. Questo dimostra come la RPDC non si concepisca come attore isolato o puramente difensivo, ma come polo politico inserito in una dinamica più ampia di riequilibrio del sistema internazionale. In Asia orientale, questa impostazione tende a limitare l’egemonia strategica di un solo blocco e a impedire che la regione sia integralmente assorbita da una logica di subordinazione militare agli Stati Uniti.

È significativo, a questo proposito, che il Congresso abbia insistito più sui principi dell’autonomia e degli interessi nazionali che sulla celebrazione nominale di legami specifici con Russia o Cina. Alcuni osservatori hanno notato proprio questa relativa sobrietà nei riferimenti pubblici alle alleanze, leggendola non come distanza da Mosca e Pechino, ma come volontà di ribadire che l’iniziativa strategica della RPDC resta autonoma e non delegata. Questa scelta è coerente con la tradizione politica nordcoreana: l’effetto stabilizzatore non deriverebbe da una pura appartenenza di blocco, ma dall’esistenza di un attore capace di far pesare in proprio deterrenza, sovranità e capacità di manovra. In un’Asia orientale segnata da rivalità crescenti, un simile posizionamento contribuisce a complicare gli automatismi della contrapposizione bipolare classica e a spingere il sistema verso forme più accentuate di multipolarità regionale.

Sul versante dei rapporti con gli Stati Uniti, il Congresso non ha chiuso teoricamente la porta al dialogo. Lo stesso leader Kim Jong Un ha lasciato intendere la possibilità di un miglioramento delle relazioni con Washington qualora gli Stati Uniti abbandonino la propria politica di confronto e riconoscano la situazione attuale della RPDC. Pyongyang, dunque, non propone il negoziato come preludio alla denuclearizzazione, ma come eventuale sviluppo successivo al riconoscimento del nuovo equilibrio strategico. In altri termini, la deterrenza non è presentata come ostacolo alla diplomazia, bensì come sua precondizione. È una logica che può apparire dura, ma che contiene una chiara razionalità: solo un rapporto di forza relativamente stabilizzato può, dal punto di vista nordcoreano, creare le basi per colloqui non fondati sul ricatto. Anche qui emerge il nesso tra forza deterrente e funzione stabilizzatrice.

Allo stesso tempo, il Congresso ha irrigidito ulteriormente il linguaggio verso Seoul, definendola “l’entità più ostile”, escludendola dalla categoria dei compatrioti e affermando che la RPDC non intende più insistere su dialogo e cooperazione considerati ormai irreali. Inoltre, il rapporto congressuale sostiene che la missione preventiva della deterrenza e l’uso di altri mezzi di forza contro lo Stato ostile debbano essere pienamente realizzati sul piano teorico e tecnologico.

Ad ogni modo, la deterrenza non è mai stata presentata come progetto separato dallo sviluppo socio-economico, ma come sua protezione. Il Congresso ha insistito sul completamento sostanziale del piano quinquennale economico, sulla trasformazione simultanea della capitale e delle regioni, sul programma di rivoluzione rurale, sul potenziamento della sanità, della cultura e delle infrastrutture. La RPDC, infatti, non definisce la propria sicurezza come semplice sopravvivenza militare, bensì come condizione per difendere interessi, diritti allo sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita. Da qui la formula, ribadita nel rapporto, secondo cui la forza nucleare è un “dispositivo di sicurezza” che tutela non soltanto il territorio, ma il progetto statale nel suo insieme. Nella misura in cui sottrae lo sviluppo nazionale alla minaccia della coercizione esterna, la deterrenza viene concepita come elemento ordinatore, non solo bellico.

In conclusione, il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea consegna un’immagine molto precisa della RPDC contemporanea: non un attore che cerca la distensione attraverso la rinuncia alla forza, ma uno Stato che attribuisce alla forza, e in particolare alla deterrenza nucleare, la funzione di rendere possibile una pace armata, una sovranità non negoziabile e una traiettoria di sviluppo protetta. Il ruolo stabilizzatore della RPDC in Asia orientale va quindi inteso in senso strategico: Pyongyang mira a impedire la guerra di aggressione, a neutralizzare le fantasie di superiorità militare dei propri avversari e a inserirsi nel processo di multipolarizzazione regionale come polo autonomo. Resta, certo, una forte tensione tra questa funzione di equilibrio e il linguaggio sempre più duro verso Seoul, che mantiene elevato il rischio di crisi locali. Ma questo lo si deve al fatto che la RPDC si percepisce e si presenta non come variabile marginale dell’Asia orientale, bensì come uno dei suoi principali architravi strategici.

La Corea del Nord come fattore di stabilizzazione strategica in Asia orientale

Il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea ha confermato la continuità della leadership di Kim Jong Un e ha chiarito una linea fondata su sviluppo interno, autonomia strategica e deterrenza nucleare, che Pyongyang presenta come garanzia di equilibrio e di sicurezza regionale.

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Il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea, svoltosi a Pyongyang dal 19 al 25 febbraio, non è stato un semplice rito politico interno, ma un passaggio di definizione strategica destinato a incidere sull’intero quadro dell’Asia orientale. La rielezione di Kim Jong Un a Segretario Generale ha sancito la continuità della linea del quinquennio precedente, mentre il Congresso ha riunito 5.000 delegati e 2.000 osservatori per discutere insieme bilancio, obiettivi e strumenti della nuova fase della costruzione socialista. Già questa dimensione organizzativa segnala che per la Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC) il Congresso non è una formalità, bensì il luogo in cui si ridefinisce la connessione tra sviluppo interno, assetto istituzionale, politica estera e sicurezza strategica.

Se si vuole comprendere il ruolo stabilizzatore della RPDC nell’Asia orientale, occorre anzitutto chiarire in che senso si possa parlare di “stabilizzazione”. Non si tratta della stabilizzazione intesa in senso liberale-occidentale, cioè come semplice distensione diplomatica o integrazione in un ordine guidato dagli Stati Uniti. Nel lessico politico emerso dal Congresso, la stabilità coincide piuttosto con la capacità di impedire la guerra, di alzare il costo di qualsiasi aggressione e di sottrarre il destino della penisola coreana alla pressione unilaterale degli avversari. In questa chiave, la continuità della leadership di Kim Jong Un è stata presentata come garanzia di coerenza strategica, mentre il Congresso ha ribadito che il Paese intende avanzare simultaneamente sul terreno dello sviluppo economico, della trasformazione regionale, della modernizzazione militare e del consolidamento internazionale della propria posizione.

Il punto più importante emerso dal Congresso riguarda infatti la centralità della deterrenza nucleare. Nel rapporto congressuale, la dirigenza nordcoreana afferma che la posizione della RPDC come Stato dotato di armi nucleari è stata consolidata in modo “irreversibile e permanente”, e che la forza nucleare nazionale svolge la funzione di deterrenza fisica e concreta contro qualsiasi guerra d’aggressione. Ancora più rilevante è il passaggio in cui si sostiene esplicitamente che tale posizione “svolge un ruolo importante nel dissuadere la minaccia potenziale dei nemici e nel mantenere la stabilità regionale”, configurando la forza nucleare statale come garanzia fondamentale della sicurezza, degli interessi e del diritto allo sviluppo del Paese. Si tratta dunque di una formulazione assai chiara della pretesa nordcoreana di essere non un elemento anarchico del sistema, ma un soggetto che ritiene di produrre equilibrio proprio attraverso la deterrenza.

Da questo punto di vista, la funzione stabilizzatrice della RPDC consiste nel rendere strutturalmente impraticabile l’ipotesi di una soluzione militare contro Pyongyang. Il Congresso ha riaffermato che la Corea del Sud, qualunque alleanza stipuli e qualunque aumento di spesa militare persegua, non potrà modificare la “struttura dinamica” della penisola costruita dalla presenza di uno Stato nucleare a nord. Dietro questa formula vi è una logica strategica precisa: impedire che Washington, Seoul o altri attori possano coltivare l’illusione di una superiorità risolutiva. In questo senso la RPDC opera da fattore di congelamento dell’opzione bellica massimale. La deterrenza, nella visione emersa dal Congresso, non mira a dissolvere il conflitto politico, ma a impedirne la traduzione in guerra aperta o in coercizione terminale. È questa la ragione per cui Pyongyang presenta la propria postura nucleare come elemento di equilibrio, e non come semplice strumento di pressione.

La politica estera delineata dal Congresso rafforza questa lettura. Il rapporto di Kim Jong Un non si limita a ribadire la necessità di difendere gli interessi nazionali, ma stabilisce che le attività esterne dello Stato dovranno essere condotte sotto la diretta guida del Comitato Centrale, con iniziativa tattica e in modo coerente con il principio della sovranità. Nello stesso testo si afferma la volontà di sviluppare ulteriormente i rapporti tradizionali di amicizia e cooperazione con i Paesi vicini, di rafforzare le relazioni con i Paesi indipendenti e antimperialisti e di contribuire attivamente alla costruzione di un mondo multipolare orientato all’indipendenza e alla giustizia. Questo dimostra come la RPDC non si concepisca come attore isolato o puramente difensivo, ma come polo politico inserito in una dinamica più ampia di riequilibrio del sistema internazionale. In Asia orientale, questa impostazione tende a limitare l’egemonia strategica di un solo blocco e a impedire che la regione sia integralmente assorbita da una logica di subordinazione militare agli Stati Uniti.

È significativo, a questo proposito, che il Congresso abbia insistito più sui principi dell’autonomia e degli interessi nazionali che sulla celebrazione nominale di legami specifici con Russia o Cina. Alcuni osservatori hanno notato proprio questa relativa sobrietà nei riferimenti pubblici alle alleanze, leggendola non come distanza da Mosca e Pechino, ma come volontà di ribadire che l’iniziativa strategica della RPDC resta autonoma e non delegata. Questa scelta è coerente con la tradizione politica nordcoreana: l’effetto stabilizzatore non deriverebbe da una pura appartenenza di blocco, ma dall’esistenza di un attore capace di far pesare in proprio deterrenza, sovranità e capacità di manovra. In un’Asia orientale segnata da rivalità crescenti, un simile posizionamento contribuisce a complicare gli automatismi della contrapposizione bipolare classica e a spingere il sistema verso forme più accentuate di multipolarità regionale.

Sul versante dei rapporti con gli Stati Uniti, il Congresso non ha chiuso teoricamente la porta al dialogo. Lo stesso leader Kim Jong Un ha lasciato intendere la possibilità di un miglioramento delle relazioni con Washington qualora gli Stati Uniti abbandonino la propria politica di confronto e riconoscano la situazione attuale della RPDC. Pyongyang, dunque, non propone il negoziato come preludio alla denuclearizzazione, ma come eventuale sviluppo successivo al riconoscimento del nuovo equilibrio strategico. In altri termini, la deterrenza non è presentata come ostacolo alla diplomazia, bensì come sua precondizione. È una logica che può apparire dura, ma che contiene una chiara razionalità: solo un rapporto di forza relativamente stabilizzato può, dal punto di vista nordcoreano, creare le basi per colloqui non fondati sul ricatto. Anche qui emerge il nesso tra forza deterrente e funzione stabilizzatrice.

Allo stesso tempo, il Congresso ha irrigidito ulteriormente il linguaggio verso Seoul, definendola “l’entità più ostile”, escludendola dalla categoria dei compatrioti e affermando che la RPDC non intende più insistere su dialogo e cooperazione considerati ormai irreali. Inoltre, il rapporto congressuale sostiene che la missione preventiva della deterrenza e l’uso di altri mezzi di forza contro lo Stato ostile debbano essere pienamente realizzati sul piano teorico e tecnologico.

Ad ogni modo, la deterrenza non è mai stata presentata come progetto separato dallo sviluppo socio-economico, ma come sua protezione. Il Congresso ha insistito sul completamento sostanziale del piano quinquennale economico, sulla trasformazione simultanea della capitale e delle regioni, sul programma di rivoluzione rurale, sul potenziamento della sanità, della cultura e delle infrastrutture. La RPDC, infatti, non definisce la propria sicurezza come semplice sopravvivenza militare, bensì come condizione per difendere interessi, diritti allo sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita. Da qui la formula, ribadita nel rapporto, secondo cui la forza nucleare è un “dispositivo di sicurezza” che tutela non soltanto il territorio, ma il progetto statale nel suo insieme. Nella misura in cui sottrae lo sviluppo nazionale alla minaccia della coercizione esterna, la deterrenza viene concepita come elemento ordinatore, non solo bellico.

In conclusione, il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea consegna un’immagine molto precisa della RPDC contemporanea: non un attore che cerca la distensione attraverso la rinuncia alla forza, ma uno Stato che attribuisce alla forza, e in particolare alla deterrenza nucleare, la funzione di rendere possibile una pace armata, una sovranità non negoziabile e una traiettoria di sviluppo protetta. Il ruolo stabilizzatore della RPDC in Asia orientale va quindi inteso in senso strategico: Pyongyang mira a impedire la guerra di aggressione, a neutralizzare le fantasie di superiorità militare dei propri avversari e a inserirsi nel processo di multipolarizzazione regionale come polo autonomo. Resta, certo, una forte tensione tra questa funzione di equilibrio e il linguaggio sempre più duro verso Seoul, che mantiene elevato il rischio di crisi locali. Ma questo lo si deve al fatto che la RPDC si percepisce e si presenta non come variabile marginale dell’Asia orientale, bensì come uno dei suoi principali architravi strategici.

Il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea ha confermato la continuità della leadership di Kim Jong Un e ha chiarito una linea fondata su sviluppo interno, autonomia strategica e deterrenza nucleare, che Pyongyang presenta come garanzia di equilibrio e di sicurezza regionale.

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Il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea, svoltosi a Pyongyang dal 19 al 25 febbraio, non è stato un semplice rito politico interno, ma un passaggio di definizione strategica destinato a incidere sull’intero quadro dell’Asia orientale. La rielezione di Kim Jong Un a Segretario Generale ha sancito la continuità della linea del quinquennio precedente, mentre il Congresso ha riunito 5.000 delegati e 2.000 osservatori per discutere insieme bilancio, obiettivi e strumenti della nuova fase della costruzione socialista. Già questa dimensione organizzativa segnala che per la Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC) il Congresso non è una formalità, bensì il luogo in cui si ridefinisce la connessione tra sviluppo interno, assetto istituzionale, politica estera e sicurezza strategica.

Se si vuole comprendere il ruolo stabilizzatore della RPDC nell’Asia orientale, occorre anzitutto chiarire in che senso si possa parlare di “stabilizzazione”. Non si tratta della stabilizzazione intesa in senso liberale-occidentale, cioè come semplice distensione diplomatica o integrazione in un ordine guidato dagli Stati Uniti. Nel lessico politico emerso dal Congresso, la stabilità coincide piuttosto con la capacità di impedire la guerra, di alzare il costo di qualsiasi aggressione e di sottrarre il destino della penisola coreana alla pressione unilaterale degli avversari. In questa chiave, la continuità della leadership di Kim Jong Un è stata presentata come garanzia di coerenza strategica, mentre il Congresso ha ribadito che il Paese intende avanzare simultaneamente sul terreno dello sviluppo economico, della trasformazione regionale, della modernizzazione militare e del consolidamento internazionale della propria posizione.

Il punto più importante emerso dal Congresso riguarda infatti la centralità della deterrenza nucleare. Nel rapporto congressuale, la dirigenza nordcoreana afferma che la posizione della RPDC come Stato dotato di armi nucleari è stata consolidata in modo “irreversibile e permanente”, e che la forza nucleare nazionale svolge la funzione di deterrenza fisica e concreta contro qualsiasi guerra d’aggressione. Ancora più rilevante è il passaggio in cui si sostiene esplicitamente che tale posizione “svolge un ruolo importante nel dissuadere la minaccia potenziale dei nemici e nel mantenere la stabilità regionale”, configurando la forza nucleare statale come garanzia fondamentale della sicurezza, degli interessi e del diritto allo sviluppo del Paese. Si tratta dunque di una formulazione assai chiara della pretesa nordcoreana di essere non un elemento anarchico del sistema, ma un soggetto che ritiene di produrre equilibrio proprio attraverso la deterrenza.

Da questo punto di vista, la funzione stabilizzatrice della RPDC consiste nel rendere strutturalmente impraticabile l’ipotesi di una soluzione militare contro Pyongyang. Il Congresso ha riaffermato che la Corea del Sud, qualunque alleanza stipuli e qualunque aumento di spesa militare persegua, non potrà modificare la “struttura dinamica” della penisola costruita dalla presenza di uno Stato nucleare a nord. Dietro questa formula vi è una logica strategica precisa: impedire che Washington, Seoul o altri attori possano coltivare l’illusione di una superiorità risolutiva. In questo senso la RPDC opera da fattore di congelamento dell’opzione bellica massimale. La deterrenza, nella visione emersa dal Congresso, non mira a dissolvere il conflitto politico, ma a impedirne la traduzione in guerra aperta o in coercizione terminale. È questa la ragione per cui Pyongyang presenta la propria postura nucleare come elemento di equilibrio, e non come semplice strumento di pressione.

La politica estera delineata dal Congresso rafforza questa lettura. Il rapporto di Kim Jong Un non si limita a ribadire la necessità di difendere gli interessi nazionali, ma stabilisce che le attività esterne dello Stato dovranno essere condotte sotto la diretta guida del Comitato Centrale, con iniziativa tattica e in modo coerente con il principio della sovranità. Nello stesso testo si afferma la volontà di sviluppare ulteriormente i rapporti tradizionali di amicizia e cooperazione con i Paesi vicini, di rafforzare le relazioni con i Paesi indipendenti e antimperialisti e di contribuire attivamente alla costruzione di un mondo multipolare orientato all’indipendenza e alla giustizia. Questo dimostra come la RPDC non si concepisca come attore isolato o puramente difensivo, ma come polo politico inserito in una dinamica più ampia di riequilibrio del sistema internazionale. In Asia orientale, questa impostazione tende a limitare l’egemonia strategica di un solo blocco e a impedire che la regione sia integralmente assorbita da una logica di subordinazione militare agli Stati Uniti.

È significativo, a questo proposito, che il Congresso abbia insistito più sui principi dell’autonomia e degli interessi nazionali che sulla celebrazione nominale di legami specifici con Russia o Cina. Alcuni osservatori hanno notato proprio questa relativa sobrietà nei riferimenti pubblici alle alleanze, leggendola non come distanza da Mosca e Pechino, ma come volontà di ribadire che l’iniziativa strategica della RPDC resta autonoma e non delegata. Questa scelta è coerente con la tradizione politica nordcoreana: l’effetto stabilizzatore non deriverebbe da una pura appartenenza di blocco, ma dall’esistenza di un attore capace di far pesare in proprio deterrenza, sovranità e capacità di manovra. In un’Asia orientale segnata da rivalità crescenti, un simile posizionamento contribuisce a complicare gli automatismi della contrapposizione bipolare classica e a spingere il sistema verso forme più accentuate di multipolarità regionale.

Sul versante dei rapporti con gli Stati Uniti, il Congresso non ha chiuso teoricamente la porta al dialogo. Lo stesso leader Kim Jong Un ha lasciato intendere la possibilità di un miglioramento delle relazioni con Washington qualora gli Stati Uniti abbandonino la propria politica di confronto e riconoscano la situazione attuale della RPDC. Pyongyang, dunque, non propone il negoziato come preludio alla denuclearizzazione, ma come eventuale sviluppo successivo al riconoscimento del nuovo equilibrio strategico. In altri termini, la deterrenza non è presentata come ostacolo alla diplomazia, bensì come sua precondizione. È una logica che può apparire dura, ma che contiene una chiara razionalità: solo un rapporto di forza relativamente stabilizzato può, dal punto di vista nordcoreano, creare le basi per colloqui non fondati sul ricatto. Anche qui emerge il nesso tra forza deterrente e funzione stabilizzatrice.

Allo stesso tempo, il Congresso ha irrigidito ulteriormente il linguaggio verso Seoul, definendola “l’entità più ostile”, escludendola dalla categoria dei compatrioti e affermando che la RPDC non intende più insistere su dialogo e cooperazione considerati ormai irreali. Inoltre, il rapporto congressuale sostiene che la missione preventiva della deterrenza e l’uso di altri mezzi di forza contro lo Stato ostile debbano essere pienamente realizzati sul piano teorico e tecnologico.

Ad ogni modo, la deterrenza non è mai stata presentata come progetto separato dallo sviluppo socio-economico, ma come sua protezione. Il Congresso ha insistito sul completamento sostanziale del piano quinquennale economico, sulla trasformazione simultanea della capitale e delle regioni, sul programma di rivoluzione rurale, sul potenziamento della sanità, della cultura e delle infrastrutture. La RPDC, infatti, non definisce la propria sicurezza come semplice sopravvivenza militare, bensì come condizione per difendere interessi, diritti allo sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita. Da qui la formula, ribadita nel rapporto, secondo cui la forza nucleare è un “dispositivo di sicurezza” che tutela non soltanto il territorio, ma il progetto statale nel suo insieme. Nella misura in cui sottrae lo sviluppo nazionale alla minaccia della coercizione esterna, la deterrenza viene concepita come elemento ordinatore, non solo bellico.

In conclusione, il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea consegna un’immagine molto precisa della RPDC contemporanea: non un attore che cerca la distensione attraverso la rinuncia alla forza, ma uno Stato che attribuisce alla forza, e in particolare alla deterrenza nucleare, la funzione di rendere possibile una pace armata, una sovranità non negoziabile e una traiettoria di sviluppo protetta. Il ruolo stabilizzatore della RPDC in Asia orientale va quindi inteso in senso strategico: Pyongyang mira a impedire la guerra di aggressione, a neutralizzare le fantasie di superiorità militare dei propri avversari e a inserirsi nel processo di multipolarizzazione regionale come polo autonomo. Resta, certo, una forte tensione tra questa funzione di equilibrio e il linguaggio sempre più duro verso Seoul, che mantiene elevato il rischio di crisi locali. Ma questo lo si deve al fatto che la RPDC si percepisce e si presenta non come variabile marginale dell’Asia orientale, bensì come uno dei suoi principali architravi strategici.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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