

Terzo tempo della nostra analisi critica alla difesa europea. Il doppio choc del 2022-2025 — conflitto in Ucraina e ritorno di Trump — ha riportato la difesa al centro della politica europea con un’urgenza che non si vedeva dal 1954.
Nel Sahara Occidentale un nastro trasportatore lungo quasi cento chilometri collega la miniera di Bou Craa all’Atlantico. Costruita durante il colonialismo spagnolo e oggi controllata dal Marocco, questa infrastruttura sintetizza mezzo secolo di decolonizzazione incompiuta, occupazione territoriale e sfruttamento delle risorse sahrawi.
C’è qualcosa di profondamente grottesco nella forma che sta assumendo la censura contemporanea: non ha più bisogno di un censore, di un ministro dell’Informazione, di una commissione ideologica, di un funzionario incaricato di apporre la fatidica matita rossa sul testo sgradito e neppure, fortunatamente, di un poliziotto che si presenti alla porta di casa.
I britannici sono disposti ad assumersi la responsabilità diretta dei conflitti che alimentano, oppure sanno solo nascondersi dietro i loro proxy?
Gli Stati Uniti potrebbero imporre un blocco navale all’Iran. Ma non possono bloccare il territorio iraniano.
Dopo decenni di non allineamento, la politica estera indiana, soprattutto con la salita al potere di Narendra Modi, ha effettuato una svolta decisiva con la nuova affermazione di una diplomazia economica (il cosiddetto “Made in India”) e la strategia del “Look East, Act East”. Nuova Delhi, di fatto, cerca nuovi spazi di manovra, sia a livello regionale che globale, per imporsi come attore fondamentale verso la sua idea di evoluzione multipolare.
L’UE non può perseguire una difesa comune non perché le manchi il coraggio, ma perché la sua stessa struttura istituzionale è concepita per impedire l’emergere di una volontà unitaria riguardo all’uso della forza.
Negli ultimi anni la sinistra latinoamericana ha puntato su un’immagine della Colombia che non corrisponde alla realtà storica del Paese.