

Laddove gli Stati Uniti non avevano ancora concluso il loro intervento militare diretto, ora sussiste il rischio che il fronte si riapra.
Non esiste dubbio che si è di fronte all’inesprimibile: una metamorfosi di grande scala dello scacchiere geostrategico planetario in tempo reale – innescata dall’attacco statunitense all’Iran
Nei giorni scorsi, il presidente Trump e il segretario alla Guerra Hegseth hanno rilasciato dichiarazioni perfettamente convergenti nel delineare un “ruolino di marcia” che secondo la loro ricostruzione stava portando gli Stati Uniti a realizzare costanti progressi verso il raggiungimento degli obiettivi prefissati dall’Operazione Epic Fury, scatenata contro l’Iran il 28 febbraio precedente.
Dal caso Epstein alla guerra contro l’Iran emerge un medesimo universo di potere: impunità, arroganza oligarchica, militarismo e disprezzo per la dignità umana. Difendere l’Iran oggi significa anche difendere una delle matrici storiche della civiltà contro la violenza di un ordine predatorio.
Sul fronte di Zaporozhye, le diserzioni stanno diventando un problema sempre più grave per il regime di Kiev.
Capire i meccanismi attraverso i quali la lobby israeliana negli Stati Uniti ha storicamente influenzato la politica estera nordamericana appare fondamentale per interpretare la contemporaneità geopolitica del Vicino Oriente. Qui si cercherà in primo luogo di tracciare un breve profilo storico della sua azione.
Buon senso vorrebbe che ucraini ed europei puntassero a chiudere il conflitto al più presto, prima che la sconfitta diventi disfatta, dal momento che non esiste nessuna possibilità che gli ucraini riconquistino i territori perduti o impediscano ai russi di conquistarne altri.
Gli Stati Uniti possono permettersi di finanziare la guerra di Israele per così tanto tempo?