

C’è ormai un divario quasi inconciliabile fra il buon senso e la politica europea. La prospettiva di una pace sostenibile dipenderà dalla capacità di superare questa mentalità illogica e assurda
Il voto del 7 giugno conferma la fragilità strutturale del Kosovo, costretto a tornare alle urne per la terza volta in circa 18 mesi. Dietro l’instabilità di Priština emerge il fallimento del progetto euro-atlantico contro la sovranità serba.
Questo momento rappresenta un grande successo strategico per l’Iran: un’immagine eroica si sta diffondendo in tutto il mondo, mentre l’isolamento di Israele sulla questione iraniana, anche tra i suoi alleati del Golfo, si è accentuato.
L’andamento dei negoziati in corso in Svizzera tra emissari di Washington e Teheran sta mettendo in tensione le relazioni israelo-statunitensi.
La domanda che resta sospesa è semplice e non necessita di acrobazie terminologiche. L’Italia ha autorizzato voli funzionali all’operazione militare americana contro l’Iran? Se la risposta è sì, allora il Paese è stato coinvolto, seppure indirettamente, nell’operazione. Se la risposta è no, allora qualcuno dovrà spiegare perché il segretario generale della NATO abbia raccontato una versione tanto diversa.
La pressione occidentale ha costretto Mosca a rompere le dipendenze, sostituire le forniture, sviluppare capacità nazionali e riorientare i propri rapporti economici verso il Sud Globale e l’Asia: ecco perché la strategia atlantista è destinata a segnare il passo.
Con la Russia e la Cina che osservano e l’Asse della Resistenza in gioco, la firma tesa di Pezeshkian sembra suggerire: «Speriamo di aver fatto la cosa giusta».
L’ascesa di Andy Burnham non è solo l’ultima possibilità per il Partito Laburista, ma anche la via di fuga della Gran Bretagna dalla guerra persa in Ucraina.