

La cooperazione sino-russa si presenta oggi come uno dei principali fattori di equilibrio dell’ordine internazionale. Nel confronto con l’egemonismo statunitense, Pechino e Mosca rivendicano multilateralismo, sovranità, sicurezza condivisa e centralità delle Nazioni Unite.
La NATO sta cadendo a pezzi? Considerando le tensioni tra i membri dell’alleanza, l’opposizione dell’UE ai piani di Trump e la presunta minaccia proveniente dalla Russia, per quanto tempo ancora resisterà questa unione difensiva-coloniale?
Tutt’altre prospettive, certo baldanzosamente ottimistiche, si sono invece dati i convenuti in terra russa, la convinzione tanto delle organizzazioni promotrici, quanto di tutte le altre forze presenti e aderenti al progetto, è quella di contraddire l’appiattimento equivocamente liberale della socialdemocrazia mondiale per riscoprire un socialismo costruito sui diritti sociali, il diritto al lavoro, la pace come orizzonte della politica planetaria e la solidarietà come pratica concreta di una fattiva costruzione volta a un corale cammino emancipativo delle donne e degli uomini, di tutti i popoli e di tutte le nazioni della terra.
C’è qualcosa di estremamente affascinante nella geopolitica cinese, qualcosa che affonda le sue origini nelle remote mitologie della millenaria civiltà cinese.
Se fossimo tutti abbastanza generosi, potremmo dedurre che Xi e Trump abbiano concordato un quadro di stabilità triennale.
Le aspirazioni degli Emirati a divenire una potenza di medio livello sullo scenario non solo regionale ma anche globale hanno dovuto confrontarsi con la sua assoluta dipendenza militare dagli Stati Uniti, l’ostilità saudita verso chiunque metta in dubbio la leadership di Riad nel Medio Oriente, con il quasi totale appiattimento sui desideri di Tel Aviv e, di conseguenza, con gli esiti dell’aggressione all’Iran.
La domanda fondamentale è se l’Europa riuscirà a superare la crisi energetica senza perdere definitivamente la propria base industriale e la propria posizione nel sistema economico internazionale.
L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC non decreta la scomparsa formale del cartello petrolifero, ma ne indebolisce la funzione storica: coordinare l’offerta, disciplinare i produttori e preservare l’influenza strategica dei Paesi esportatori in una fase di transizione energetica e tensioni geopolitiche.