

Schiacciata tra l’austerità dell’UE, la pesante penetrazione tedesca nel suo tessuto economico e l’ostilità turca a fasi alterne, Atene, consapevole di possedere l’invidiabile posizione geografica di porta balcanica dell’Europa (cosa che l’ha resa anche particolarmente indifesa di fronte ai flussi migratori), ha optato per la costruzione di solide relazioni diplomatico-militari con Israele.
L’Unione Europea sarà nuovamente sotto attacco e, con essa, questo modello di Europa che ormai è giunto al capolinea.
Dal punto di vista diplomatico, la posizione della Cina durante l’attuale crisi mediorientale è rimasta coerente con la sua postura geopolitica tradizionale: diplomazia invece del conflitto, sostegno alla sovranità, all’integrità territoriale e alla dignità dell’Iran nel rispetto del diritto internazionale, appoggio alla mediazione del Pakistan
La Mad Man Theory non è fallita, si è evoluta, e il palcoscenico su cui opera non è più il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ma il terminal Bloomberg di ogni sala trading del mondo.
Alcune recenti analisi indipendenti formulate da centri studio di riconosciuto prestigio come il Royal United Services Institute (Rusi) e il Center for Strategic and International Studies (Csis) convergono sulla stessa conclusione: la guerra sferrata contro l’Iran sta intaccando significativamente le scorte statunitensi di munizioni critiche.
La tradizione strategica cinese subordina la guerra alla stabilità politica, alla legittimità e alla ricerca dell’armonia, mentre la concezione statunitense moderna ha trasformato la forza militare nello strumento ordinario della propria egemonia globale dal 1945 a oggi.
La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia si è aperta in un clima carico di tensioni politiche, simboliche e culturali.
La trappola dell’escalation sembra trascinare Donald Trump sempre più in profondità nelle sabbie mobili della guerra con l’Iran.