

La posizione geografica dell’Ungheria e la sua dipendenza energetica ne fanno un attore determinante nel contesto europeo
L’accordo di cessate il fuoco raggiunto l’8 aprile tra Stati Uniti e Iran grazie alla mediazione del Pakistan vacilla già.
La quarta visita di Pedro Sánchez in Cina in quattro anni non è soltanto un gesto bilaterale di cortesia diplomatica. È il segnale di una linea politica sempre più riconoscibile: la Spagna cerca margini di autonomia strategica, valorizza il rapporto con Pechino e può indicare all’Unione Europea una strada meno subordinata agli Stati Uniti.
È passato già più di un mese dall’inizio della Terza Guerra del Golfo. È giunto il momento di fare alcuni calcoli e proiezioni.
A prescindere dal futuro dell’accordo attuale, l’Iran ha già vinto.
Il vertice NATO dell’Aia ha fissato al 5% del PIL la spesa militare entro il 2035. Un piano da trilioni di euro che rischia di svuotare sanità, istruzione e welfare.
C’è un momento, in ogni conflitto, in cui il campo di battaglia si sposta. Non sui monti del Zagros, non sullo Stretto di Hormuz, non nelle sale operative del Pentagono. Sugli schermi. E quando il nemico più potente del mondo si ritrova a dover smentire un cartone animato in stile Lego, forse è il caso di chiedersi chi stia davvero vincendo la guerra.
Nel Vecchio Continente il moltiplicarsi dei conflitti, oltre a peggiorare l’esborso per il pieno di benzina e di gasolio, accrescere lo scontrino della spesa al supermercato, lasciare a terra qualche aeroplano senza cherosene, offre l’impressione di un generale disinteresse per un mondo intento a scivolare, non si capisce neppure quanto effettivamente consapevole, verso più gravose guerre planetarie senza appunto neppure accorgersene troppo.