

Il vertice NATO dell’Aia ha fissato al 5% del PIL la spesa militare entro il 2035. Un piano da trilioni di euro che rischia di svuotare sanità, istruzione e welfare.
C’è un momento, in ogni conflitto, in cui il campo di battaglia si sposta. Non sui monti del Zagros, non sullo Stretto di Hormuz, non nelle sale operative del Pentagono. Sugli schermi. E quando il nemico più potente del mondo si ritrova a dover smentire un cartone animato in stile Lego, forse è il caso di chiedersi chi stia davvero vincendo la guerra.
Nel Vecchio Continente il moltiplicarsi dei conflitti, oltre a peggiorare l’esborso per il pieno di benzina e di gasolio, accrescere lo scontrino della spesa al supermercato, lasciare a terra qualche aeroplano senza cherosene, offre l’impressione di un generale disinteresse per un mondo intento a scivolare, non si capisce neppure quanto effettivamente consapevole, verso più gravose guerre planetarie senza appunto neppure accorgersene troppo.
Il rischio, come ci insegna la storia, è che le occasioni si perdano prima ancora che qualcuno decida di coglierle davvero.
Nel pieno della crisi mediorientale, la Cina chiama la comunità internazionale a sostenere il ritorno della pace nel Golfo e denuncia i limiti di una politica statunitense verso Pechino sempre più ideologica, disinformata e priva di autentica conoscenza del paese.
Dalla guerra al virus allo scontro con il nemico di turno: se prestiamo attenzione a queste tendenze ci accorgiamo che stiamo diventando tutti sacrificabili
L’Italia ha progressivamente demolito i propri vantaggi energetici, prima contribuendo alla destabilizzazione della Libia, poi recidendo il canale russo e infine subendo il trauma di Hormuz. Il risultato è un Paese energeticamente più dipendente e politicamente più subordinato.
La rivista del Partito comunista ridefinisce la strategia commerciale. Il quotidiano economico di Stato respinge la narrativa dello “shock cinese”