

C’è qualcosa di estremamente affascinante nella geopolitica cinese, qualcosa che affonda le sue origini nelle remote mitologie della millenaria civiltà cinese.
Se fossimo tutti abbastanza generosi, potremmo dedurre che Xi e Trump abbiano concordato un quadro di stabilità triennale.
Le aspirazioni degli Emirati a divenire una potenza di medio livello sullo scenario non solo regionale ma anche globale hanno dovuto confrontarsi con la sua assoluta dipendenza militare dagli Stati Uniti, l’ostilità saudita verso chiunque metta in dubbio la leadership di Riad nel Medio Oriente, con il quasi totale appiattimento sui desideri di Tel Aviv e, di conseguenza, con gli esiti dell’aggressione all’Iran.
La domanda fondamentale è se l’Europa riuscirà a superare la crisi energetica senza perdere definitivamente la propria base industriale e la propria posizione nel sistema economico internazionale.
L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC non decreta la scomparsa formale del cartello petrolifero, ma ne indebolisce la funzione storica: coordinare l’offerta, disciplinare i produttori e preservare l’influenza strategica dei Paesi esportatori in una fase di transizione energetica e tensioni geopolitiche.
La «Repubblica tecnologica» di Palantir sarebbe una tecnocrazia, una struttura politica depoliticizzata, guidata dall’intelligenza artificiale e organizzata secondo il modello del panopticon benthamiano, in cui scienziati e ingegneri fungono da guardiani filosofici.
La retorica meloniana sul “governo che abbassa le tasse” serve dunque a coprire una verità meno raccontabile: i salari reali stagnano, il costo della vita aumenta, i servizi pubblici vengono progressivamente impoveriti e nel frattempo la quota di ricchezza sottratta ai cittadini cresce
Il sorpasso storico delle riserve auree sui titoli del Tesoro americano segna la fine dell’unipolarismo monetario. Dalle banche centrali di Pechino e Nuova Delhi al rimpatrio francese, anatomia di una transizione che nessun comunicato ufficiale ha il coraggio di chiamare per nome.