

Si apre la settima con la notizia politica del momento che farà parlare per le settimane a venire: con l’addio ad Orban si chiude una breve era nella politica interna ungherese che, forse, mai più tornerà.
Roma è tornata, per tre giorni consecutivi — 15, 16 e 17 aprile — al centro del palcoscenico diplomatico, ma non per meriti propri. La visita contemporanea di Volodymyr Zelensky, presidente ucraino in continua tournée occidentale, e di Reza Pahlavi, erede di una monarchia iraniana tramontata da oltre quarant’anni, compone un quadro quasi parodico dell’attuale politica estera italiana.
La posizione geografica dell’Ungheria e la sua dipendenza energetica ne fanno un attore determinante nel contesto europeo
L’accordo di cessate il fuoco raggiunto l’8 aprile tra Stati Uniti e Iran grazie alla mediazione del Pakistan vacilla già.
La quarta visita di Pedro Sánchez in Cina in quattro anni non è soltanto un gesto bilaterale di cortesia diplomatica. È il segnale di una linea politica sempre più riconoscibile: la Spagna cerca margini di autonomia strategica, valorizza il rapporto con Pechino e può indicare all’Unione Europea una strada meno subordinata agli Stati Uniti.
È passato già più di un mese dall’inizio della Terza Guerra del Golfo. È giunto il momento di fare alcuni calcoli e proiezioni.
A prescindere dal futuro dell’accordo attuale, l’Iran ha già vinto.
Il vertice NATO dell’Aia ha fissato al 5% del PIL la spesa militare entro il 2035. Un piano da trilioni di euro che rischia di svuotare sanità, istruzione e welfare.