

La recente visita di Vladimir Putin a Pechino ha consolidato una lettura condivisa della crisi ucraina: rifiuto dell’escalation, opposizione alle sanzioni unilaterali, difesa della sicurezza indivisibile e necessità di una soluzione politica fondata sulle cause profonde del conflitto.
Le accuse di Mendel potrebbero rappresentare una sorta di «sondaggio» dell’opinione pubblica o un primo passo verso una più ampia ridefinizione della posizione occidentale.
Dall’Arabia Saudita agli Emirati, dall’Oman all’Iraq, il Medio Oriente cerca di riadattarsi per salvaguardare la sua economia e il suo ruolo di cerniera logistica tra Europa e Asia.
Parigi firma accordi di cooperazione geologica, Washington piazza una SPAC australiana sul giacimento più grande dell’Artico. Due strategie per la stessa isola: la scienza contro il Nasdaq, le lettere d’intenti contro le azioni.
Il futuro non aspetta. E mentre i diplomatici occidentali discutono di procedure e principi, qualcuno – molto più a est – sta già gettando le basi per l’ordine di domani.
Ben poco si conosce della storia (anche recente) del Sultanato dell’Oman e del suo preciso ruolo geopolitico nel complesso contesto dell’Asia occidentale. La nuova aggressione USA-Israele all’Iran ha riportato al centro dell’attenzione l’attivismo negoziale dello Stato arabo, con la sua enfasi per la ricerca di soluzioni pacifiche che si lega indissolubilmente anche alla particolare corrente religiosa islamica alla base del suo governo: l’ibadismo.
Ignorando deliberatamente gli evidenti atti di aggressione commessi da Stati Uniti e Israele, l’UE sta favorendo un regime globale di impunità che contravviene ai suoi principi fondanti
Il concetto di “pace attraverso la forza” diventa il filo conduttore di una strategia che mira a coniugare deterrenza e diplomazia. Resta da vedere se questa impostazione riuscirà davvero a garantire stabilità o se, al contrario, aprirà una fase di maggiore incertezza.