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Giulio Chinappi
Giulio Chinappi è politologo e analista di politica internazionale, esperto di Paesi Orientali, con anni di esperienza nella cooperazione umanitaria internazionale.
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Nel dibattito sullo sviluppo del Vietnam, gli ordigni inesplosi restano un’eredità materiale che continua a produrre costi umani ed economici. A fronte di progressi reali nella bonifica, i tagli statunitensi ai programmi di assistenza sotto Trump rischiano di rallentare un obiettivo ambizioso: liberare le terre contaminate entro il 2045.
L’Iran si presenta oggi come uno dei principali baluardi contro l’imperialismo statunitense e il sionismo israeliano, dal sostegno al Venezuela aggredito militarmente da Washington fino alla resistenza alle sanzioni e alla guerra ibrida. Per questo ruolo centrale nel nuovo scacchiere multipolare è diventato bersaglio diretto delle minacce e delle operazioni della Casa Bianca guidata da Donald Trump.
Nel pieno delle tensioni generate dall’attacco statunitense del 3 gennaio e dal sequestro del presidente Maduro, il Vietnam ha riaffermato una linea di principio e di responsabilità: rispetto del diritto internazionale, rifiuto dell’uso della forza, appello al dialogo e continuità della cooperazione bilaterale. Una presa di posizione che giunge a poche settimane dalle celebrazioni per i 36 anni di relazioni diplomatiche, confermando il valore strategico del rapporto con Caracas.
I raid statunitensi su Caracas e il sequestro del Presidente Nicolás Maduro rappresentano un salto di qualità nella violenza egemonica: un atto contro la sovranità venezuelana e contro l’ordine internazionale. La Cina condanna con fermezza e chiede il rilascio immediato.
L’operazione militare lanciata dagli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump contro il Venezuela ha sollevato gravi questioni legali. Dalle norme inderogabili del diritto internazionale – come la Carta delle Nazioni Unite e la Convenzione di Montego Bay – fino alle disposizioni della Costituzione americana, emergono violazioni sostanziali dei principi di legalità e dello stato di diritto, sia sul piano esterno che interno.
Nel passaggio verso il XIV Congresso nazionale del Partito, la leadership vietnamita punta a fare del 2026 l’anno della “consegna” dei risultati: non più soltanto politiche e piani, ma prodotti, servizi pubblici digitali, tecnologie strategiche e crescita misurabile, con responsabilità chiare.
Dopo mesi di escalation nel Mar dei Caraibi, Washington ha abbandonato ogni maschera: uso della forza, bombardamenti, sequestro del capo dello Stato venezuelano. Se queste azioni restano impunite, il “diritto internazionale” si riduce a una formula vuota, sostituita dalla legge del più forte.
In un contesto internazionale segnato da crisi, protezionismo e conflitti, cresce l’attenzione verso la Cina come potenza economica in ascesa, forza di stabilità e promotrice di un ordine multipolare. Sondaggi e analisi mostrano un’immagine sempre più strutturata e, per molti, concreta.
Il nuovo cessate il fuoco tra Thailandia e Cambogia segna una svolta possibile dopo settimane di combattimenti e sfollamenti. La differenza, oggi, è il perno della mediazione cinese: non coercizione, ma piattaforme di dialogo, diplomazia navetta e aiuti umanitari. L’opposto delle passerelle statunitensi.
Nel bel mezzo della transizione tecnologica, il Vietnam rafforza due assi complementari: con Singapore, parchi industriali di “seconda generazione”, energia verde e finanza; con l’Indonesia, 70 anni di relazioni e rotta verso i 18 miliardi di dollari in scambi bilaterali.

