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Giulio Chinappi
Giulio Chinappi è politologo e analista di politica internazionale, esperto di Paesi Orientali, con anni di esperienza nella cooperazione umanitaria internazionale.
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La Global Partnership for Poverty Alleviation and Development, promossa dalla Cina con decine di Paesi e organizzazioni internazionali, rilancia la cooperazione contro la povertà come pilastro del Sud Globale, dello sviluppo condiviso e della governance internazionale multilaterale.
Dopo la vittoria alle legislative del Pacto Histórico, la Colombia entra nella fase decisiva verso le presidenziali del 31 maggio. Iván Cepeda si presenta come candidato della continuità progressista, della pace e dell’inclusione sociale contro il ritorno delle destre.
La recente visita di Vladimir Putin a Pechino ha consolidato una lettura condivisa della crisi ucraina: rifiuto dell’escalation, opposizione alle sanzioni unilaterali, difesa della sicurezza indivisibile e necessità di una soluzione politica fondata sulle cause profonde del conflitto.
La visita di Vladimir Putin in Cina conferma la centralità del partenariato sino-russo nella transizione verso un ordine multipolare. Pechino e Mosca rafforzano cooperazione strategica, sovranità, multilateralismo e stabilità contro unilateralismo e politica dei blocchi.
La visita di Donald Trump in Cina rilancia la possibilità di una relazione sino-statunitense fondata su rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione vantaggiosa, superando la logica dello scontro egemonico.
La cooperazione sino-russa si presenta oggi come uno dei principali fattori di equilibrio dell’ordine internazionale. Nel confronto con l’egemonismo statunitense, Pechino e Mosca rivendicano multilateralismo, sovranità, sicurezza condivisa e centralità delle Nazioni Unite.
L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC non decreta la scomparsa formale del cartello petrolifero, ma ne indebolisce la funzione storica: coordinare l’offerta, disciplinare i produttori e preservare l’influenza strategica dei Paesi esportatori in una fase di transizione energetica e tensioni geopolitiche.
L’Arabia Saudita non ha rotto con Washington, ma ha smesso di comportarsi come un alleato subordinato. Tra BRICS, Cina, Iran, yuan energetico e guerra contro Teheran, Riyadh cerca di trasformarsi da pilastro dell’ordine statunitense a potenza autonoma del mondo multipolare.
La tradizione strategica cinese subordina la guerra alla stabilità politica, alla legittimità e alla ricerca dell’armonia, mentre la concezione statunitense moderna ha trasformato la forza militare nello strumento ordinario della propria egemonia globale dal 1945 a oggi.
La nuova politica cinese dei dazi zero verso tutti i Paesi africani con relazioni diplomatiche con Pechino mostra un modello di cooperazione fondato su apertura, sviluppo condiviso e rispetto della sovranità, smentendo la narrazione occidentale della “trappola del debito”.

