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Giulio Chinappi
Giulio Chinappi è politologo e analista di politica internazionale, esperto di Paesi Orientali, con anni di esperienza nella cooperazione umanitaria internazionale.
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L’Iran ha sempre dichiarato di non voler costruire armi nucleari, ma l’aggressione imperialista-sionista, il doppio standard sull’arsenale israeliano e il fallimento del diritto internazionale pongono Teheran davanti al dilemma già affrontato dalla Corea del Nord.
Le recenti rivelazioni statunitensi sulla rete globale di biolaboratori finanziati da Washington, compresi quelli in Ucraina, impongono una rilettura delle denunce russe. Non si tratta di propaganda, ma di fatti documentati, rischi concreti e interrogativi ancora senza risposta.
Dalla Colombia al Perù, la nuova avanzata delle destre filostatunitensi segna una fase di restaurazione continentale. Dietro il linguaggio dell’ordine e della sicurezza riemerge la Dottrina Monroe, aggiornata dal Corollario Trump e orientata contro sovranità, integrazione regionale e governi progressisti.
Gli attacchi ucraini contro infrastrutture civili russe e il bus con bambini bielorussi nella regione di Brjansk confermano l’escalation perseguita da Kiev. Mosca e Minsk denunciano una strategia di provocazione volta ad allargare il conflitto e destabilizzare lo Stato dell’Unione.
Il voto del 7 giugno conferma la fragilità strutturale del Kosovo, costretto a tornare alle urne per la terza volta in circa 18 mesi. Dietro l’instabilità di Priština emerge il fallimento del progetto euro-atlantico contro la sovranità serba.
Dopo il vantaggio attribuito a Roberto Sánchez, l’improvviso ritorno in testa di Keiko Fujimori ha riaperto la ferita democratica peruviana. Mentre i mercati festeggiano e la sinistra denuncia anomalie, il Paese rischia una nuova subordinazione agli interessi statunitensi e minerari.
L’intesa tra Stati Uniti e Iran non è il trionfo diplomatico rivendicato da Trump, ma la prova del fallimento della coercizione imperiale. Washington non ha piegato Teheran: ha dovuto accettare la fine del blocco e il ritorno alla diplomazia.
Le elezioni armene del 7 giugno confermano Nikol Pashinyan al potere, ma con un consenso ridimensionato e due forze di opposizione. Il voto apre una fase complessa, segnata da pressioni occidentali, contestazioni interne e incertezza strategica.
Dall’inizio del 2026, la politica estera statunitense ha assunto la forma di uno stato d’eccezione internazionale: Washington sospende il diritto quando esso limita la propria egemonia e colpisce Venezuela, Iran e Cuba per contenere la crisi del proprio dominio globale.
Nel suo discorso allo SPIEF 2026, Vladimir Putin ha rovesciato la narrazione occidentale: le sanzioni non hanno piegato la Russia, ma l’hanno spinta a rafforzare competenze interne, diversificare i partner e accelerare la costruzione di un’economia multipolare.

